Lo svaporamento dell’ego.

Sono passati 7 anni da quando ho iniziato a lanciare gravi; secondo una teoria animista che mi sto inventando (ma che ci sarà di sicuro) ogni 7 anni una qualche bambina morta esce da un qualche pozzo e causa un film di merda. E per qualche connessione emotiva con questo evento, annuncio la mia decisione -revocabilissima- di congedare questa fatica pseudo-autobiografica. Prodi non è diventato imperatore del mondo occidentale e, quindi, noi ci sentiamo una élite di superstiti errabondi.

L’eroe se ne va per la sua strada con il suo bagaglio di consapevolezza e conscio del fatto che tenere un blog e drogarsi diventa sempre più complicato. Ma non prima di essersi congedato con dei ringraziamenti.

Innanzitutto vorrei ringraziare le persone che ho conosciuto e che sono morte per la realizzazione di questo blog e che ho seppellito con le mie mani. Senza la vostra forza niente di tutto questo sarebbe stato possibile.
A chi si chiederà se pare onesto chiudere un’avventura un anonimo 3 giugno 2015 rispondo che la mia religione il “paolobrosismo” venera il 3 giugno come l’anniversario della prima epifania che il nostro messia Paolo ha avuto durante un’orgia con alcune ragazze disabili che aspettavano la benedizione. In questo giorno santo le mie isterie andranno verranno dimenticate.

Vorrei ringraziare anche voi, fedeli lettori, che in questi anni mi avete pagato le bollette leggendo queste stronzate (magari, taccagni incarogniti); ma un grazie particolare a tutti quei 5000+ lettori che hanno scelto come approccio a questo blog l’articolo: “come inculare soldi ai miei genitori”. Vi stimo e vi ringrazio. Mi astengo dal commentare come molti di voi mi abbiano trovato nell’oceano-rete con la ricerca “voglio uccidere i miei genitori”. Non so quale problema abbiate, ma non è quella la soluzione. A parti invertite come vi sentireste? Eh?

Un ringraziamento d’ufficio a Fabio Volo e Lana Del Rey. Lo che anche l’anti-marketing è marketing ma che il secondo e terzo piazzamento tra gli articoli più letti sia la recensione dei vostri “capolavori” mi ha fatto capire che non parlare di voi è la strategia migliore per avere meno lettori. Grazie.

A quanti di voi rimpiangeranno i miei aggiornamenti bi-annuali auguro buona vita e prosperità. Nuove avventure mi attendono, nuovi progetti, nuove ambizioni. E questo mezz’etto di bubble che ci vediamo domani, guys.

Bella zi’

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NO

Vi sono tempi in cui occorre spendere il disprezzo con parsimonia a causa del gran numero di bisognosi.

Non ci sono più gli amici di come quando eravamo dei rivoluzionari. E per le nostre generazioni avvizzite pensarsi rivoluzionari è già una rivoluzione. Abbiamo coltivato ambizioni neutre sforzandoci di falsificare il nostro talento, nella speranza di trovare un loculo nella società, magari strappato con alterigia e ostentazione di sé. Mi chiedo spesso se il tempo perso sia stato tempo ben speso; o se non sia la sensazione di impotenza nella transizione dell’esistenza la prima ammissione di una sconfitta personale che si traduce nel perdere il tempo. Ma l’uomo si adatta: ridefinisce i propri limiti come i propri desideri senza perdere nulla del sé precedente, nemmeno accorgendosi che la matrioska è sempre più piccina. Così la vita degli ideali viene spesa nell’opportunità e nell’opportunismo. Non si scrivono più libri sorretti dal talento o dalle cose da dire, ma dalla casa editrice. E qualora si abbia realmente un’urgenza espressiva la si annacqua nel romanticismo cinico, nell’autobiografismo parossistico, nel riciclo di situazioni emotive scandagliate con il metro di una sensibilità personale scissa. Anche per questo motivo molti lettori soffrono di immedesimazione, malattia che dovrebbe portare all’estinzione di scrittori mediocri, quando invece li vediamo proliferare.

La stoltezza delle vostre reazioni accompagna la decadenza del vostro mondo.

Non importa quanti compromessi abbiate dovuto accettare, come non è vitale rendersi conto dei ridimensionamenti delle vostre ambizioni giovanili in quanto stakanovisti costretti ai lavori forzati. In questo percorso a tappe scandite siete diventati bravi spettatori ed eccellenti consumatori e gli spettatori non trovano ciò che desiderano, ma desiderano ciò che trovano. Questo sbudellamento non è gratuito; paghiamo in bonifico il nostro voler essere qualcuno. E siccome siamo tutti uguali anch’io in quanto spettatore di spettatori soffro delle stesse frustrazioni e incoerenze ma non verso un turbo-capitalismo che ha invaso ogni anfratto del reale, quanto verso di voi\noi. Nella mia lingua si dice chei lì a no cambin mai: quelli come me non cambiano mai. Ed è vero. Io sono una di quelle persone che vi guarda dall’alto in basso alzando un sopracciglio, in ogni caso. Sono quello che sceglie la forma del distruggitore. E no, non riesco a liberarmi di tutto questo livore. Potrebbe essere frustrazione per essermi giocato le mie chances in questa vita con la certezza di non averne una di riserva. O potrebbe essere insoddisfazione per tutte le cose che avrei voluto fare e non ho fatto per pigrizia. Eppure anche questo è un modo distorto di guardare alla questione: niente di tutto quello che avete o che avete fatto o che farete smuove una minima invidia nei vostri confronti. Vi lanciate col parapendio in esperienze che dovrebbero forgiarvi ma nelle quali vivete come avete sempre vissuto: da spettatori o turisti E’ questa la nostra eredità? Non solo omologati, ma con il sorriso di circostanza. E la noia che mi procura questo discorso immagino sia nulla in confronto alla vostra nel leggerlo, presi come siete nelle vostre faccende. Chiunque trovi dell’arroganza in queste parole si sbaglia: io non sono un passo avanti a voi, sono un passo indietro e di lato, così da vedervi il profilo adunco e l’ombra con le unghie lunghe.
Ulteriore prova a carico? Tutti gli insoddisfatti credono di meritare di meglio. Io credo di aver avuto anche troppo da madre natura.

Abituati alla contemplazione non sapete cosa sia la fatica mentale. Quando ho iniziato filosofia mi sentivo un completo imbecille incapace di comprendere la mia lingua da quanto era complessa e ho avuto più volte la sensazione di non essere all’altezza, di non poter arrivare a certe vette e, orgogliosamente, a cercare una semplificazione alla complessità della vita riducendo la filosofia a storia della filosofia. Anche la storia della filosofia è importante ma non è filosofia. La fatica mentale che mi è costata tentare di superare le mie deficienze mi ha reso, paradossalmente, meno sicuro dei miei mezzi e incartato in interpretazioni che non sapevo se fossero corrette. Eppure ora sprofondo nei significati fino a inzaccherarmi e senza fare giochi di parole da strillone. Quando voi non siete nemmeno in grado di fare un discorso di senso logico o storico senza perdervi nei rivoli del qualunquismo. E non vale dire che la storia, la filosofia, la cultura non fanno per voi o che avevate un professore stronzo alle superiori. Si tratta solo di allenamento e inclinazione tanto che ora la letteratura manco la leggo più perché troppo semplice e troppo nuclearizzata in stereotipi. E allora per sentirmi bene come voi devo ragionare come voi? Per essere fighi, divertenti e sempre al centro dell’attenzione? Provo sempre compassione, pietà e una disistima profonda per il genere umano. Non posso dire che lo odio perché non si può odiare a distanza. Quel disprezzo lo conservo solo per le persone che ho conosciuto e che, a dispetto di quello che dicono oppure ostentano, hanno pagato per essere quello che sono senza mai sforzarsi di comprendere realmente. Forse l’impulso a vivere è più forte dell’impulso a conoscere per qualcuno. Quel qualcuno non sono io. La rabbia che mi rovescia le viscere è qualcosa di ineliminabile e che si può tradurre solo con le parole di Aaron Turner: dobbiamo riappropriarci del senso apotropaico della parola NO.

Inazioni automatizzate.

Mi è capitato recentemente di perdere la patente. Evito i dettagli speciosi ma all’apparenza sono caduto in una trappola dell’autorità burocratica che in tempi di recessione, furbetti e c.s.i: I.S.I.S stringe le sue maglie attorno a quello che una volta si chiamava – con una sua legittima inviolabilità – persona e ora è valutato al rango di cittadino. E’ merito della democrazia televisiva ma anche dell’estremismo qualunquista da 5 stelle. Dal mio punto di vista esiste ancora una distinzione piuttosto netta tra individuo e cittadino e si basa sul concetto che il primo non è automaticamente anche il secondo e viceversa. L’individualità è alla base del nostro consociarci ma non lo presuppone come conseguenza meccanica. Infatti la predisposizione all’essere cittadino entra in una dimensione politica e, quindi, attiva del partecipare. Ciò non si declina necessariamente nel “fare carriera politica” ma nel pro-attivarsi verso una scelta associativa e comunitaria a qualunque livello. Ha una sua dignità, detta così. Ma questa libertà ci è venduta come un vantaggio derivato dal dover essere cittadini (come il dover di voto, che però si chiama diritto), che formalmente a me pare una scelta già imposta. La realtà è che chiunque di noi porta avanti le proprie cose nelle proprie famiglie e dedica all’attività in comune ben poco del proprio tempo che non sia svago senza impegno. E si auto-squalifica il cinico nei paraggi che lucra sullo stare insieme (anche i dj o gli allestitori di mostre non sono un po’ questo?), a chiedere l’incentivo come elemosina per farci divertire. Divertire poi, parliamone.
In definitiva noi non siamo sempre cittadini, non possiamo ne’ vogliamo esserlo: lo siamo all’occorrenza e chi più chi meno. E se noi siamo maldestri e disattenti nei confronti del nostro paese, è il nostro paese che deve farsi più guardingo verso di noi. Controllare tutti è impossibile: ci sarà sempre chi non vuole farsi controllare o chi sta ben attento a non lasciare tracce e persino chi non ha nulla da nascondere né da guadagnarci a infrangere le regole. E anche chi ha molta sfortuna, come il sottoscritto. L’impressione dal di dentro della vicenda è che questo sia una specie di marchio, come con le vacche. Una prima scrematura totalmente occasionale e fortuita che può accadere in quanto cittadini sottoposti a regole di condivisione dei beni. E badate bene che non mi sto vittimizzando, non mi sento privo di responsabilità né posso dichiararmi ignaro delle conseguenze delle mie azioni. Però posso dire che la frase che l’avvocato mi ha ripetuto più spesso è stata “il problema è una eventuale recidiva”. Lo Stato, in qualche modo, ti coccola se hai sbagliato la prima volta. Ti punisce ma con il guanto di velluto, come farebbero dei bravi genitori. Ma se ricommetti lo stesso errore allora vuol dire che qualcosa di sbagliato in te c’è. E l’impressione è proprio questa anche dal di dentro: burocrazia pesante ma lineare, appuntamenti senza intoppi, predisposizione e comunicazioni efficienti. – Tutto a posto, caro. Hai fatto il discolo ma noi ti perdoniamo: ora vai in camera tua a riflettere su ciò che hai fatto e ciò che dovresti fare -.
Per inciso: la mia punizione in camera è lunga sei mesi. Io questo atteggiamento non lo sopporto. Primo: ma chi te conosce? Secondo: ma quando mai sono un pericolo io che conosco 5 persone, ne frequento 3 e non c’ho manco un gatto a cui rompere i coglioni. Terzo: se ti mandano in camera a riflettere e tu ti metti lì a riflettere e una volta che hai riflettuto concludi che ti stanno facendo marcire a spilimbergo provincia della fottuta pordenone per il cazzo, ti girano ancora di più.
E poi ho scoperto una cosa interessante.
Che non solo lo Stato ha questo atteggiamento da un lato finto garantista (in realtà fondato sul sospetto) e dall’altro ammiccante e paternalistico, ma tutto ciò che ha ormai a che fare con la nostra marketing-life dove esponiamo noi stessi come prodotto. E’ questa la risultante che i 5stelle vorrebbero portare in parlamento sotto forma di leggi popolari: la rete. Una rete di contatti, una sommatoria di click, una maggioranza di like, un coraggio da avatar. Mi sono chiesto come fosse vivere una vita senza questo incessante bombardamento di informazioni, ironia, meme e istantaneo flusso che trascina tutto in una eredità sbiadita e massificata. Chissà se proveremo ancora il brivido di essere in pochi a sapere qualcosa. Quando tutto diventa comunicazione quindi testamento culturale quel tutto non ha più proprietà attive, è un flusso costante di informazioni che non ci dicono nulla perché non dicono nulla di noi. Ci fanno ridere, sorridere, inorridire ma non sono nostre. Non ne siamo noi i produttori. Ciò che è filtrato dalla telecamera ci sembra reale tanto quanto ciò che abbiamo vissuto. Siamo generazioni con ricordi miscellanei. E se rimani nel flusso ne rimani ossessionato e trascinato. Avrai sempre necessità di un link verso quella parodia del reale che sono i social per sentirti connected. Per cui ho deciso di eliminare tutto (tranne il blog, ovvio, dove produco). Da qualche anno giravo sempre con profili finti perché questa decisione (il blog lo testimonia) è maturata negli anni. Eppure non è stato semplice. Facebook mi chiedeva la ragione per la quale volessi “lasciarli”: ma chi cazzo sei la mia tipa? Zuckerberg, ti avrei mollato anche via SMS se avessi potuto. Twitter non voleva disinstallarsi dallo smartphone, sicché dopo aver eliminato fisicamente l’account dal computer sono rientrato dallo smartphone che però mi chiedeva la password per rientrare e eliminare l’account dal telefono. Così reimmetto la password e elimino il profilo ma facendolo l’account si riattiva così dopo qualche giorno mi accorgo che continuano ad arrivarmi le mail di twitter, controllo e il mio account è ancora lì. Così lo elimino definitivamente dalla cpu e lì un messaggio mi avverte: se per sbaglio rimetti la password entro trenta giorni noi il tuo profilo te lo riattiviamo spontaneamente, coglione.
Oggi ho scoperto d’essere iscritto a G+ e che esistono delle cosiddette “cerchie”. Le cerchie. Le cerchie di: amici, famigliari, conoscenti, colleghi. Le cerchie. Un nuovo modo di catalogarci? Ma quand’è che siamo diventati così monodimensionali nel nostro solipsismo associativo? Sicché ragazzi tutto questo pippone per dirvi che lo Stato in confronto ci tiene a voi e tutto sommato ti chiede il tuo dovere di cittadino anche e soprattutto passivo con magnanimità. Come avrebbero fatto i nostri papà. D’altra parte ci tengono a noi, alla nostra Parte e alle nostre tasse. E’ un po’ una bugia questa ma detta a fin di bene. Chiunque ne capisca qualcosa di come funziona a grandi linee il mercato avrà capito che oltre ai beni di prima necessità (che non sono pochi in Occidente) chiunque voglia capitalizzare deve creare un prodotto vendibile. Cioè creare un desiderio che si irrigidisca in necessità. Il marketing social ha puntato su due delle debolezze umane meno percettibili e più funeste dell’uomo: la pigrizia e la vanità. Le ha spolpate di significato e riempite con concetti come “voi stessi” (all’interno di un software globale che ci riduce a un nome e a una foto) e “informazione” (che vuol dire tante cose compresa condivisione, reputazione e apparenza). Detto ancora più in soldoni: Zuckerberg non avrebbe fatto una fortuna e ora non leggerebbe tutte le vostre comunicazioni “gratuite” se voi non ci foste stati. D’altra parte non accettate un contratto prima di entrare? E che c’è scritto su quel contratto? Non l’avete letto? Male. In quel contratto non c’è scritto niente. O meglio c’è scritto che voi aderite a inserire il vostro vero nome, vera e-mail e vere foto e che delegate a facebook (cioè al tizio virtuale che ha proposto l’affare) la tutela dei dati sensibili che immetterete. E sapete perché ve lo chiedono? Non per vendervi qualcosa ma perché voi siete in vendita. Ognuno di voi ha permesso a Zuckerberg di avere tot dollari grazie al cazzo. Ma ammettendo anche di non essere tutti così esasperati e ossessionati dall’apparire eppur così desiderosi di relazioni, non vi sembra una fottuta ingiustizia? E poi facciamo la morale alle puttane. Facebook come twitter sono delle s.p.a., hanno dei capitali enormi eppure non ci hanno chiesto un euro. Ma vi siete mai domandati perché? Perché siete allo stesso tempo spore e humus sul quale cresce il muschio della pubblicità. Siete delle rocce all’ombra. Vi odio. Ma senza rancore.
Vi lascio con un quesito. Mettiamo che la guardia di finanza lanci un social network che chiameremo “honesta” e che raccogliesse i dati sensibili sulla vostra famiglia -proprio come un social normale-, casa, lavoro, studi, amicizie, vicinati, spese, cene, idee e opinioni politiche, gusti etc. Voi vi iscrivereste? Sapete che neanche mia madre mi chiama tanto quanto quelli della fottuta vodafone? Non è un eufemismo. Ora voglio dire: ho avuto meno rotture di cazzo con la patente che con la mia vita. Qualcuno pagherà mai per questo?

Nuotare controcorrente per deporre uova di salmone.

Ognuno è ciò che è. Di volta in volta.
Ed è possibile che là fuori ci sia qualcuno che ci vede come miliardi di molecole orbitanti o come galassie nel proprio ciclo vitale. Perfettamente calcolabili a occhio nudo. E al pari delle statistiche ciò che emaniamo si disperde e sfuma sullo sfondo, ma non si nullifica. Ogni giorno siamo così pressapochisti e miopi da guardare l’uomo nel disegno vitruviano, quando gli essenziali sono il quadrato e il cerchio. Sono persuaso dall’idea positiva che una cosmologia per quanto intrisa di cultura sia una forma di ordine degli ordini, non in quanto abbia una preminenza ontologica ma in riferimento alla possibilità di ordinare le cose a piacimento. Poi sappiamo che alla superficie del reale gran parte di noi agisce secondo logiche meno scremate, quasi spinto dall’istinto inevitabile e soggiogato dalle anticipazioni tardive.
Ognuno è ciò che è. Di volta in volta.
E tutto quel che diventa il numero al tramonto di un respiro, elettrico e ondivago ad ammucchiarsi sui frangiflutti del tangibile, prima di essere reale. Dove il prima non ha alcuna connotazione temporale, perché lavora sull’istantaneità dell’esserci o meno. Bianco o spento. Luminoso o nero. Eppure c’è qualcosa che esiste anche quando non la si vede, anche se siamo noi stessi a perdere e acquistare, in una posizione mediana che è l’esistenza. E quanto ci costa quell’equilibrismo in termini di energia psichica tanto da aver bisogno d’inventarci l’anthropos a darci sicurezza, a confortare le nostra idea di sapere. Dentro il cannocchiale di Galileo c’è un altro piccolo qualcosa che guarda con una lente più grande, che vede più lontano. Ma quello che voglio dire è che noi non siamo quel piccolo qualcosa, noi non siamo oltre Galileo né prima: noi siamo sempre stati il cannocchiale.

Interstellar: la recensione che non deve mancare nella vostra collezione di recensioni di Interstellar.

Da Groteski.com

Interstellar è intrattenimento pretestuoso pensato da quadri medi. Perfettamente inquadrato nell’orizzonte culturale che vuole definire: la romanza scientifica scritta in volgare. Ma non basta. Non siamo americani se non ci mettiamo un po’ di senso patriottico, lo Stato mendace e cinico e il rapporto padre\figlia strappalacrime dal minuto 2 che è femminismo -molto in voga se ci pensate- tagliato con l’accetta (a proposito l’interpretazione del fratello scemo degli Affleck è, come si può definire, impalpabile?). I padri che salveranno i figli in quanto pronipoti. E vabbe’. Poi blablabla si può fare, blablabla ti odio babbo, blablabla sei il miglior pilota che abbiamo dopo Patrick Dempsey.

A un certo punto -che ti stai caricando perché dopo mezz’ora di chiacchiere finalmente sono partiti- il colpo di genio: quella del diavolo veste Prada parte con un pippone sull’Amore – che è quella cosa che insomma come diceva Aristotele fa muovere per attrazione verso il Primo Motore Immobile che però non te lo devi immaginare come il Superlandini che avevi giù alla fattoria, bensì come le prime particelle che se so’ scontrate nel nulla e boom, tutto ‘sto casino pe’ gnente -. Ok, non c’era nel film ma in quanto a plausibilità io me lo ricordo così. Nel frattempo pagano il pedaggio al nuovo casello di Scandicci (FI) e vanno dall’altra parte del wormhole.

Dopo averci illustrato con tanto di lavagnetta come funziona un buco nero e la dilatazione temporale che ne consegue, dissertando sul fatto che perderebbero un’eternità e per quella volta Pippo Franco potrebbe essere morto, Mattiu ha una brillante idea: perché non entriamo dal retro? Fatta!
Ricapitolo: prima parte Signs di Shyamalan, seconda parte Sunshine di Boyle, Terza parte Point Break. Che è anche l’unica parte che mi è piaciuta perché uno di loro muore. Quello con le sopracciglia fisse che sembra magnetico ma è solo autistico. Morale della favola: sarebbe il paradiso dei surfisti ma nonna Nora con le anche sbilenche avrebbe qualche problema ad adattarsi. Il signor Sulu li riporta sull’Enterprise ma nel frattempo per Mattiu, Sandra Bullock e noi sono passati 10 minuti, per lui 20 anni di repliche del superbowl Seahawks-Broncos e due coglioni così. Perché non hai dormito gli chiedono? Cazzi miei, risponde. Seguono attimi di tensione immotivata.
Al ché devono decidere il da farsi perché hanno perso troppo tempo e la benza viene uno sproposito di USD al barile da quelle parti. Andiamo su Stronzo I o su Vaffanculo 14? La differenza sostanziale tra i due pianeti è che su Stronzo I c’è Matt Damon still alive, mentre su Vaffanculo 14 c’è il cazzo che si bombava Sandra Bullock. Mattiu dice a Sandra che sta anteponendo i sentimenti alla sceneggiatura e a lei vengono 20 anni di mestruazioni arretrate in un colpo solo. Non hai voluto credere nell’Amore? La luna nera, Mattiu. Sicché vanno da Matt Damon; la produzione gli ha consigliato di non dimagrire per il film, ma di rimanere un manzo di un quintale qual è sebbene sia rimasto ibernato per vent’anni di berlusconismo; vent’anni di lì tra l’altro che non so quanto faccia in euro.
Un paio di battute da camerati – scherzando sul fatto che Matt e Mattiu son nomi quasi uguali – e Matt invita Mattiu a godersi il panorama da fuori, ma niente cicca perché c’è troppo O2 e rischia di incendiarsi la faccia. Il nuovo mondo è tipo il confine tra India e Nepal solo con un attimo più di CGI.
– Così questa sarebbe la nostra nuova casa? Bella merda! – esclama Mattiu. – No – ribatte Matt – ho falsificato i dati e chi arriva ultimo all’astronave è frocio! -.
– No, dai, bastardo! – urla un bambino tra le prime file del cinema. Poi si scopre che gli avevano fatto cadere gli m&m’s.
Seguono venti minuti di inseguimento col fiato corto sia a piedi sia in macchina, in pieno stile Hollywood e la classica esplosione che avviene più o meno così:

Da quando Mattiu e Sandra Bullock ritornano sull’Enterprise succedono tutta una serie di cose così implausibili e assurde che mi giravo continuamente a controllare che qualche fisico in sala uscisse per protesta. Invece niente oh. Incollati allo schermo con ‘sto stronzo che si crede Maverick e con la sua carretta dell’etere supera l’orizzonte degli eventi e a questo punto Nolan decide di dirigere la sua versione di The Cube senza le trappole come fosse l’intro di Ghostbusters, esatto quello dentro la biblioteca. Uguale. O almeno è quello che ricordo perché ero andato a rollarmi una canna nei bagni degli handiccapati (insospettabili), meanwhile.
Il finale non l’ho visto perché stavo cercando l’interruttore generale per spegnere il cinema, ma posso dirvi con certezza che Interstellar è stato divertente e avvincente solo nelle parti in cui parlava il robot. Per il resto è un tentativo rozzo e banalissimo di adattare alcune teorie scientifiche all’immaginario di massa, distorcendo e condensando in modo ignorante e canonico temi di vasta portata. Un po’ come quando nel Medioevo si parlava di Dio in ogni scritto. Stessa funzione apotropaica, unita alla convinzione mortificante che l’uomo salverà l’uomo attraverso se stesso e le proprie conoscenze. Non a caso e non per semplici esigenze cinematografiche c’è una corsa contro il tempo (per una volta frase fatta non utilizzata a sproposito) affinché il padre salvi il mondo e si ricongiunga con la figlia ormai morente, per l’occasione interpretata da una Margherita Hack in stato di grazia. Il tempo è l’ossessione della Scienza. E il suo tentativo di definire\superare Dio. Interstellar suppone che una entità fisico-organica pluricellulare come Matthew McConaughey, all’interno di un buco nero abbia il culo di prendere lo slancio per tuffarsi oltre l’orizzonte degli eventi che se non erro si raggiunge superando la velocità della luce. Perché se non ricordo male dalla copertina del libro di fisica del liceo, il tempo è un’entità fittizia che si calcola in base alla velocità della luce. La velocità della luce è il limite dove il tempo taglia lo spazio, direbbe un’Idealista. Tanto vale mandarci Superman.
In sintesi Interstellar è un bel film di Mel Gibson sull’Agricoltura nel Midwest e su come il granoturco ogm sia buono anche come dolcificante e sul fatto che nell’universo non esistono forme di vita intelligenti se non Matt Damon.

Intelligenti, ho detto.

Livio Bombiati

Futuro postumo

La giustizia è quel concetto che si sforza di stare nel mezzo dei conflitti a cercar di suturar compromessi.
La verità invece, che oblia il suo essere, sta oltre gli estremi. Alla confluenza in cui un opposto si tuffa nel suo opposto.