La Placenta di Padre Pio

Avrei voluto intrattenervi con il racconto di un pedofilo che per dieci anni ha molestato una bambina, o ha molestato una bambina di dieci anni, non ricordo, per poi scoprire trattarsi di sua figlia. Un remake di Old Boy, praticamente. Ma la letteratura proto-femminista ha raggiunto il suo apogeo con le macabre storie di infibulazione del lontano o vicino o medio oriente. La summa teologica di questo filone, che volgarmente potremmo definire “antropogore”, è rappresentata dal romanzo di Rahamata Amigdala: “Nel Sacco“, dove Rahamata narra la sua infanzia vissuta dentro un sacco di iuta per le patate. Un’atmosfera kafkiana e vagamente noir quella che permea il romanzo semi-autobiografico della scrittrice pakistana, di cui vi consiglio caldamente la versione dvd, girata da Danny Boyle, a cui si è liberamente ispirata la serie statunitense “House M.D.M.A.”. Alla fine, si scopre che il sacco non era altro che la placenta nel quale era avvolto Padre Pio, quando fu sepolto nella sua bara di sale. Il libro tuttavia ci lascia con alcuni interrogativi inevasi. Ad esempio: cazzo ce ne frega?

Potrei raccontarvi la storia di E, nata nel mio paese, ma di origine africana; costretta dalla propria madre a prostituirsi con i militari di zona per coprire le spese dell’affitto della moschea, già laboratorio di apparecchiatura elettronica, nonché notorio retrobottega. Ma la sorte non sarà così bonaria con E. Una rara malattia venerea, contratta sedendosi su una panchina del parco, schiarì la pelle dell’eburnea ragazza emarginandola per sempre dalla sua tribù. La ragazza, ora di un dolce color caffèlatte, tuttavia è riuscita a farsi accettare dalla comunità albanese, sposandone un membro. Lavora part time come ausiliario del traffico all’uscita dalle scuole, dove saltuariamente è stata vista spacciare fumo.
Ma queste storie non interessano più nemmeno a Aung San Suu Kyi.

Nulla ormai ci tocca più nel profondo. Siamo abituati a dei livelli di iper-realtà, dove la realtà stessa imita la sua versione videoludica. C’è un bellissimo saggio di un noto antropofago dove si parla dell’ormai sempre più incipiente collaborazione tra industria militare e videogame. I morti non ci fanno più impressione, a meno che non sia un film di Romero. Rambo si ricuciva il braccio da solo. McGyver non aveva il cognome. O il nome. Sono tutte cose su cui l’umanità si è già soffermata e ha deciso di passare oltre. Che sia protagonista una donna non è assolutamente essenziale. O nuovo. Perché nulla reca con sé un valore originale ed universale; figuriamoci parlando di autobiografie, che per definizione sono una fonte sospetta e relativa.

Dopo aver letto che una mezza dozzina di cinesi, a Roma, hanno violentato una ragazza, l’unica cosa a cui riesco a pensare è: ecco perché sono così tanti. Anche perché ti va bene che hai trovato quella deboluccia ed indifesa, ma provate a pensare quanti cinesi ci vorrebbero per aver ragione di, che ne so, Valeria Marini.

Happy Trails

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