Accidio

Che poi uno dice di sé: sono pigro. Hai detto un cazzo, è uno dei sette peccati capitali (o madornali? Qui Renato Pozzetto avrebbe detto: Eh-la-Madorna). Che come ci insegna San Tommaso sono: mammolo, eolo, pisolo, brontolo, cucciolo, gongolo e dotto. E la pigrizia dove sta? E’ pisolo, altrimenti detto ‘l’accidioso’. Ho sentito così tante persone dire di essere pigre che ormai credo si tratti di uno degli universali medievali che ci ha seguito fin qui. [Gli universali medievali sono quei grandi concetti generali, ad esempio genere e specie, che vengono riferiti a più individui o cose]. Quando incontro, per caso, un iperattivo mi chiedo se si senta bene. Ma i migliori rimangono gli iperattivi pigri: che da svegli rompono i coglioni come nessuno e poi si spengono improvvisamente. Improvvisamente. Sono quegli individui che pensano un attimo dopo aver agito e se ne vengono fuori dal nulla con frasi estemporanee come ‘mio padre è morto‘, oppure ‘maldito‘, che non ho mai capito se sia un moto di sofferenza o un insulto in spagnolo. Essere pigri significa aver freddo d’inverno. Quindi se anche tu sei tra coloro che soffrono tremendamente il freddo durante i mesi invernali, allora sei pigro o estremamente magro. Che potrebbe benissimo significare che sei così pigro da non farti nemmeno da mangiare. Tempi brutti per la Chiesa di Roma se non riusciamo a recepire nemmeno gli insegnamenti basilari.
Il problema essenziale della pigrizia non è essere condizione necessaria per l’uomo. Perché se stessimo fermi a poltrire senza far nulla,  la noia verrebbe a bussare insistentemente, imponendoci di fare qualcosa. Segno che la pigrizia di per sé, è diretto antefatto della noia: sentimento che tutti noi scansiamo senza equivoci.
Ciò mi porta alla mente un episodio che ho letto su facebook. Questa mia ‘amica’, che per comodità chiameremo ***** (Cinque Asterischi), ha fatto coming out sulla propria condizione di pigra. Con termini piuttosto energici, tipo: ‘Eh si, sono pigraaa!!!‘. Avrei voluto consolarla, dirle che andava tutto bene, che ogni cosa si sarebbe sistemata nonostante la sua posizione comporti chiaramente una condanna perlomeno al purgatorio. Credo non si debba giudicare i più sfortunati, anche quando sono loro stessi a fare autoironia. Come al solito ho tacciato la coscienza e ho archiviato il tutto sotto: n’altra idiota-senza-cervello’. E salvata sulla lista di amici che meritava: idiotisenzacervello.
Se non ché, qualche giorno dopo, mi imbatto di nuovo sullo status di Cinque Asterischi.  Dove racconta una storiella di questo tenore:

“Eee oggi scendo e trovo una vekkina che guarda dentro il finestrino della makkina. Le diko: kosa kerka? E lei: niente, signorina. Mi chiedevo se nella televisione che hai nella makkina, si vede la prova del kuoko. E io: Ma noooo!!! Quella è una radio. Ahhh, non capisco niente di queste tecnologe (senza la i). Mia nipote sta sempre su faccebucche. Ma cosa sarà mai ‘sto faccebucche? Eh signora, facebucche è una cosa brutta…”

Nessuna delle persone con cui abbia parlato ritiene facebook una cosa totalmente positiva, nemmeno Cinque Asterischi: c’è chi mi dice che ci sono troppi idioti, ma quegli idioti per forza di cose sono suoi amici. Altri mi dicono che non ci sono mai, ma allora perché iscriversi. Allora ritrattano e giurano che è solo per comodità. Vero: è un veicolo (non una fonte) di informazioni che fluidifica incontri, progresso sociale e consumo. E’ nato come un gioco e, come tutti i giochi, ora è marketing. Un marketing dove l’umano (con)senziente è il prodotto da esportare. Il fatto di essere diventato un fenomeno di massa ha poi amplificato queste aberranti premesse. Per contrastare l’odiosa tendenza ad essere classificati come una pagina sterile e comune, per quanto personalizzabile, le personalizzazioni sono diventate il contenuto stesso dell’umano. Ma essendo il social network stesso, per definizione, un veicolo di informazioni, questi contenuti sono diventati asportabili, esportabili e (ri)applicabili. Uno crea una pagina, un altro la condivide e condividendola – il termine non è casuale -, diventa parte della sua stessa essenza social. Si è ciò che si è condiviso. Senza nemmeno pensarlo, senza nemmeno valutare l’elaborazione. Il regno dell’aforisma e dell’estemporaneità. Io stesso pubblico il link a questo blog tramite la mia pagina facebook. Certo alcuni potrebbero farmi notare che anche Nietzsche scriveva per aforismi e che tutta la poetica haiku si regge sul concetto di aforisma. Potrei ribattere che Nietzsche era quasi completamente cieco e la poesia ha in sé le caratteristiche per potersi esprimere in tal modo. Ma non è questo il problema secondo me. E’ una questione di originalità. Non sprecarsi a produrre un pensiero, per quanto dozzinale, per quanto derivativo, svilisce il senso stesso dell’intelletto umano e, per conseguenza, della persona. La massificazione è innanzitutto rimpicciolimento delle parti. Senza contare che, inconsciamente, o forse per il potere che hanno tutte le cose di tendenza (e che quindi hanno un potere aggregativo), ha un magnetismo venefico doppio: produce pigrizia (mentale e fisica) senza produrre noia. E se la noia non interferisce con il nostro oziare, potete stare certi che persevererete, sottraendovi tempo e bellezza. Che cosa c’entra la bellezza? Il continuo specchiarsi – non per niente si chiama face-book, un po’ annuario delle superiori, un po’ polaroid sul presente-, porterà a sentirvi continuamente insoddisfatti della vostra condizione ingabbiata e paradossalmente sarete sempre meno in grado di liberarvene. Un po’ come successe con il cellulare, che aveva il grande vantaggio di stare in una tasca. Ora che anche il social è a portata di tasca, davvero la foto profilo rischia di assomigliare all’apparenza reale. Una vita reale frammentaria ed incompleta che dirà più di una persona che non i suoi rifiuti. Sarete continuamente lacerati dai cambi di umore senza riferimenti o contesti, sarete immersi nell’apatia di una storia cancellabile, caotica, irriflessiva e soggettiva. La privacy sarà il limite invalicabile, il capro espiatorio e l’alibi delle vostre azioni, dei vostri silenzi e dei vostri andamenti bioritmici. Un tempio traslato. Un luogo di culto inerziale. Una coscienza 2.0 .
Non nego abbia delle utilità e che faciliti la vita, soprattutto tra coloro che non sanno ancora per quale verso prenderla, la vita. E’ anche vero che in un mondo economico al collasso, dove l’arte e le specialità possono cambiare il corso di un’esistenza, facebook rappresenta un veicolo difficilmente sostituibile per evidenziarsi, scavarsi una nicchia. Anche per me è nata così la ‘passione’, perdonatemi il termine, per il mio account. E poi mi sono reso conto che come ogni cosa su cui accetto regole arbitrarie e in continua evoluzione ed espansione, il tempo che vorrei dedicargli è inversamente proporzionale a quello che gli dedico in realtà. Un buco nero dove si deposita il mio esiguo tempo massimo, che è scaduto da un pezzo e mi accontento dei granelli di sabbia intrappolati sul vetro della clessidra.  E se anche non vorrei usare l’apologia del tempo passato, quello dove si stava meglio quando si stava peggio, almeno mi chiedo come si facesse ad avere una vita prima di facebook. Perché pare propedeutico al conoscersi. E non è che si scopi di più, toglietevi dalla testa questo falso mito. Anche perché il reato di stalking si è imposto parallelamente allo sviluppo dei nuovi metodi (e non mezzi) di comunicazione.

Ma è sempre la pigrizia, a parer mio, a dominare la scena. Trovare qualcuno su facebook, sulla lista degli invitati ad un evento, dopo che questa persona l’hai intravista in penombra e accecato dai fumi alcoolici, val bene non spendere quelle due parole per conoscersi dal vivo. Perché il coraggio da tastiera è uno di quei vantaggi su cui noi vecchi internauti navigati (perdonatemi il gioco di parole) ci siamo fatti le ossa. Ma per la violenza con cui ci si arrocca sulla propria privacy egocentrica e relativistica, pare che molte persone potrebbero avere sempre più problemi a relazionarsi e capire che, nella vita, non si può dire tutto ciò che passa per la testa.

Anche se facebook, care femminucce, potrebbe essere la vera cartina al tornasole della fedeltà coniugale: se riuscirete ad ignorare tutte le squinziette che intasano il suo profilo, sarete vincitrici del premio ‘ struzzo d’oro’.

La ragione che mi davo per tenere un account di cui mi lamentavo continuamente non è più sufficiente, oltreché non essere più nemmeno verosimile. Lo tenevo per tenermi aggiornato su come sopravvivere in una regione come il Friuli Venezia Giulia e per pubblicizzare le mie porcate su questo blog. Poco male, vorrà dire che sia io, sia voi faremo più fatica a trovarci. I forum di musica, cinema, etc. sui quali scrivo da parecchi anni sono tutti in lento ma costante dissanguamento. Gli utenti sono sempre meno e sempre più autorizzati ad esprimersi con il contagocce, come vuole la tradizione social. D’altra parte ci viene chiesto uno status aforistico che riassuma la nostra tendenza odierna. La pigrizia intellettuale è diventata artrite delle mani. E se uno dei motivi per cui tenevo aperto facebook era che volevo far leggere ciò che scrivo,  possibile sia proprio facebook a farmi scrivere di meno?

Se volete un motivo per andarvene, quale che sia, per merito artistico o meno, vi dirò così: dopo un piccolo periodo di astinenza, perché tutte le cose che attraggono hanno un prezzo alto in termini di attenzione e assorbimento, vi sentirete di nuovo liberi. Liberi di non pubblicare nulla e di vivere anonimamente il vostro anonimato. Così come esige la tradizione.

P.S. Mi trovate su twitter come LaGravitaUccide. La mia mail è sempre: calmbeneathcastles@hotmail.it che è anche il mio account skype. E per i più fortunati sul cellulare.

Happy trails.

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