Cocoon

E’ proprio vero che tutto torna?
No, figliolo. Solo certe cose. Immagina il tuo cervello come uno di quei vecchi registratori vhs che immagazzina ore di filmati esistenziali finché questi filmati saranno valutati rilevanti. Ovvero finché la tua persona riterrà ogni trascurabile evento emotivo quantomeno catastrofico.
E poi?
Poi fai quel cazzo che vuoi, basta che non rompi i coglioni.

La pazienza del saggio imporrebbe al padre di rispondere anche al secondo quesito, ben più ficcante del primo: e poi? Ma questa è una delle possibili risposte che l’inconsapevolezza potrebbe generare, in loop. Ben prima che la superficialità diventasse un valore le persone tendevano a suddividersi in esteriori ed interiori, senza nessun proclama morale, sia chiaro. Certe persone hanno la capacità di penetrare dentro se stessi e scorgere qualcosa, dargli un nome e delle crocchette. Mentre altri si portano a spasso guardandosi attorno come avessero una telecamera incastonata sulla fronte: riprende tutto tranne il soggetto. Se il primo individuo sarà in grado di riconoscere i deja vu (emotivi o meno) della mente umana, e i suoi cortocircuiti, il secondo cambierà semplicemente etichetta al video, aggiornando le date.

Esempio: Sapreste dire i motivi per cui il vostro migliore amico è il vostro migliore amico? Ammesso che l’abbiate.
Fatto? Siete andati fino alla radice della complicità o vi siete fermati all’elenco delle sue qualità e dei record (con record intendo la memoria delle belle cose). Ora depennate tutto l’impianto di quelle sensazioni che vi provoca l’abitudine dello stare con una persona che sa come disinnescare la vostra noia. Cosa rimane? Ecco se sapete dare un nome a quella cosa che non sia gratuità o non ne faccia rima, saprete se siete inner or outer.

Vi viene meglio con le persone che amate perché il sentimento appare più forte? Ok, provateci. Ma secondo me farete ancora più fatica.
Se non avete già cominciato a compilare un’istanza di divorzio, potrete notare come molte sensazioni all’interno della natura umana siano complesse, offuscate, indistinguibili. Questo perché tutto il nuovo che ci capita, comprese le trasformazioni, avvengono avvolte nel loop dei ricordi e delle sensazioni ‘simili’: un qualcosa che rimanda a qualcos’altro. Un qualcosa che non è più puro già dal suo concepimento. Come un neonato è, a tutti gli effetti, una somma confusa di eredità.  Se penso al concepimento nel suo senso più biologico mi vengono alla mente solo immagini dei film di John Carpenter.

La ripetitività di un’azione genera un sostrato comico nel quale i soggetti si riconoscono reciprocamente, si integrano e generano un luogo famigliare. Questo luogo famigliare può ripresentarsi con persone diverse, in posti diversi. Ricreare quel microcosmo (in tempi sempre più rapidi) sarà uno dei grandi problemi con cui l’umanità, ma soprattutto questa umanità interattiva, ha fatto e farà i conti. Tornare sul luogo del delitto apparentemente è un luogo comune.

Esempio: Sapreste dire come mai tante coppie si lasciano per poi tornare insieme, per poi lasciarsi di nuovo?
Perché il senso di calda famigliarità annullerà immediatamente l’insofferenza delle differenze, farà da forte exemplum per non indulgere negli errori passati e genererà aspettative ben superiori perché la base di partenza ha un blocco d’esperienza consolidato.
Allora perché ci si lascia di nuovo? Perché il ricordo non è una novità. Perché i valori esistono e crearne di nuovi non li innerva a nuova vita. I precetti per una coppia migliore basati sugli errori (il sistema giudiziario americano) di quella vecchia, sono coercizioni dell’animo, convincimenti alla vita pigra. Le persone non possono sorprendere in nessun modo per qualcuno che abbia avuto modo di conoscerle a fondo, nonostante tutti i propositi. Perché l’unico modo per avere qualcosa in cambio è la pietà, il vittimismo o, nel peggiore dei casi, il grande imbroglio dell’unicità. In genere quando due persone si rimettono insieme, una delle componenti che più fa propendere per questa decisione è: l’impossibilità di una delle due parti di separarsi dall’altra. Questo genera due tipi differenti di effetto: 1) crea nel desiderato un effetto molla per cui gli sembrerà di provare la stessa cosa 2) si sentirà adulato e, per questa ragione, insostituibile. L’insostituibilità è un tassello evolutivo mancante. Una privazione portata al successo dall’egocentrismo. Una mancanza di cui si ricerca un’alchimia artificiale. Mi si potrà dire che sentirsi indispensabili non è poi una cosa di cui vergognarsi. No di certo. Ma sentirsi indispensabili perché è più facili sentirsi nullità che hanno un potere solo su qualcuno e su questo qualcuno, più debole, fondare un proprio progetto di grandezza, credo sia una cosa raccapricciante. Senza dimenticare che potreste essere amati o desiderati per un solo, microscopico aspetto (fisico o meno), ingigantito per non vedere le altre cose meno gradevoli. Insomma potreste non essere così indispensabili come vi hanno fatto credere. Un doppio inganno.

Perché dico questo?
Perché non abbiate a rompermi i coglioni, dopo.

Happy Trails.

 

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