La Cosa

Pioveva. Una pioggia fine, gelida e obliqua gettata sul mondo come scaglie di metallo artico. Le ruote sobbalzavano e s’affossavano sullo sterrato alzando onde anomale di fango. Le sirene della polizia in lontananza si facevano sempre più vicine, ma l’effetto doppler impediva di capire quanto vicine. I lampeggianti fendevano la notte come un’insonnia intermittente, rendendo il paesaggio ancor più alieno e artificiale. << Guardie e ladri, gatto e topo e un elefante, non manca più nessuno, solo non si vedono i due leocorni>>, canticchiavo a bassa voce per stemperare la tensione. Chissà perché tenere la mente sgombra mi ha sempre fatto guidare con più attenzione. Ma questo non era un gioco. Non lo era più da quando avevo ignorato il posto di blocco circa un’ ora fa. Prima ancora che riuscissero ad infilarsi nella loro pantera per dare luogo a un raro ed improbabile inseguimento nel placido nord-est, avevo svoltato a destra alla prima laterale e mi ero inoltrato per le strade di campo. Avevo un discreto vantaggio , non tanto perché ‘i segugi‘ non avevano potuto vedere a quale bivio svoltassi, quanto perché conoscevo quei posti come le mie tasche a differenza del maresciallo Ferruccio Spaccamela, regione d’origine: Lacalabria.
<< Chissà che cazzo sono i leocorni. E chissà se girano sempre in coppia>>, borbottai sterzando a gomito verso sinistra. Di certo i miei inseguitori erano in coppia; probabilmente l’inseguimento aveva preso dei connotati grotteschi, soprattutto se ammirato dall’alto. Non so bene perché non mi sia fermato all’alt. A volte mi succede così: provo talmente tanta insofferenza per l’autorità e tanto risentimento verso quella routine da controllo, da stato di polizia, che mi è venuto naturale. D’altra parte loro fanno il loro lavoro, ed io il mio. Non che il mio lavoro sia scappare, no di certo. Ma evitare i tizi in divisa da hobby sta diventando sempre più un’occupazione. Poi ovvio: i trecento litri di whisky di contrabbando che trasportavo nel portabagagli mi hanno fatto propendere per la scelta più illogica. <<Ormai ti perquisiscono anche il buco del culo solo perché porti i capelli lunghi, la barba incolta o anche se l’auto ha delle strane ammaccature o sospette macchie di fango>>. Qui è così: fanno la caserma nuova, accorpano i servizi e il cittadino deve subirsi i rastrellamenti a catena. Una situazione invivibile che non solo non avrei mai accettato, ma che non presi nemmeno in considerazione di accettare.
Quando frequentavo un nutrito gruppo di sbandati, si faceva sempre la conta per chi dovesse guidare, nonostante dicessi sempre: << Guido io, così beviamo tutti>>. Mi sbronzavo a tal punto, a volte, da non riconoscere nemmeno la mia macchina; figuriamoci poi quando cercavo di infilare le chiavi nel quadro: con la sinistra cercavo di tenere ferma la destra nel giusto assetto, mentre coi denti m appendevo al volante, che non accennava a smettere di andare su e giù. Io non ho ricordi in merito, ma leggende metropolitane narrano abbia fatto un tratto di provinciale con nebbia e visibilità a trenti metri a 180 km\h e i finestrini abbassati. Uno dei passeggeri sbiancò così tanto che temevamo potesse rimanerci. Da quel giorno non ho più avuto il piacere di poterlo ospitare come viaggiatore. Ogni tanto lo vedo di sfuggita lungo le vie del centro e lui, quando mi nota, si butta a terra fingendosi morto come gli opossum. Oppure mima di avere una laringite, mi fa il motto di non poter parlare e prosegue per la sua strada.
<< Non avrei dovuto perdere tempo a togliere le targhe. Avrei dovuto sfruttare il vantaggio accumulato per passare il guado sul torrente, ammesso che sia aperto per la pioggia. E passare dall’altra parte. Una volta immesso nel traffico avrei avuto gioco facile a tornare a casa. Ora sono inseguito da più volanti, su più lati e probabilmente staranno controllando le uniche due vie di fuga. A volte per la goduria del rodeo, mi dimentico dell’essenziale per la sopravvivenza>>.
I carabinieri, è noto, non sono esattamente quelli che definirei dei geni, se nella definizione ‘genio’ è incluso l’attributo ‘precocità d’intuizione’. Li stavo facendo girare in tondo da più di tre quarti d’ora senza che gli venisse il dubbio che invertendo il senso di rotazione, prima o poi, si sarebbero trovati il muso della mia automobile addosso. Il circuito è abbastanza dissestato e si snoda per 4\5 chilometri nella vegetazione attorno al torrente Cosa, vicino all’abitato di Vacile, oggi frazione, ieri stalla. La sterrata è stretta e lo spazio di manovra minimo, persino per un esperto come me. Non avrei avuto scampo. Circa venti minuti fa ho visto i laser azzurri di vedetta sull’altro lato orografico. Avevano chiamato rinforzi, ma fortunatamente stavano perlustrando la zona sbagliata, credendo avessi già guadato. Guidavo a fari spenti per non notificare la mia posizione, mentre i loro lampeggianti mi fornivano sempre una stima della distanza che ci separava. Dopo tutto quel rincorrersi, se mi avessero beccato, me l’avrebbero fatta pagare cara. Contando che l’automobile sulla quale viaggiavo non era mia, è facile intuire come gran parte del 2012 l’avrei visto dalle sbarre di una galera. L’unica soluzione? Guadare. Sperando che la portata d’acqua permettesse il passaggio e quel passaggio non fosse già sorvegliato. Nutrivo grossi dubbi in merito: Primo perché i caramba saranno anche tonti, ma fino ad un certo punto. Secondo perché piove da giorni e il guado sarà sicuramente impraticabile. Un raggio allo xeno mi colpì la cornea come un fascio di percezioni, mandandomi scariche di terrore fino all’incavo delle ascelle. Un’altra volante s’era immessa sul sentiero proprio alle mie spalle, spinsi a fondo l’acceleratore ben sapendo che se non fossi stato sbalzato fuori strada per via delle buche, non avrei, in ogni caso, potuto competere con la loro velocità di punta. Strinsi energicamente il volante per recuperare concentrazione e spinsi la Delorean fino a 88 mph. Alla curva a gomito, questa volta, svoltai subitaneamente a sinistra, imboccando la discesa di granito che porta al greto. Sbuffando alzai una valanga di fanghiglia e detriti che si rovesciò sul parabrezza della volante. La macchina dei carabinieri scartò a destra, infilando una grossa buca nel terreno, l’auto si impennò innaturalmente. Il maresciallo, o chi per lui, sterzò di riflesso a sinistra. Errore da principiante. Mentre mi incanalavo lungo la discesa ebbi il tempo di vedere la pattuglia imberlarsi su un lato e rovesciarsi tra arbusti di giunco e vegetazione mista. << Ecco la fine classica dello sceriffo Rosco>> gioii, sbattendo i pugni sul volante. Raggiunsi il greto in pochi istanti e abbassai il finestrino per dare un’occhiata fuori. Il lato destro sembrava sgombro, ma come da previsione il guado aveva molta acqua. Innestai la retro per tornare indietro, sperando che intanto i carabinieri non stessero scendendo con le armi spianate. Cercai di fare manovra ma lo spazio era troppo angusto, avrei dovuto farla tutta in retromarcia fino allo svincolo dove si erano schiantati i cops. A metà salita, quando l’adrenalina stava quasi smettendo di pugnalarmi i timpani, vidi i fari della seconda volante che mi puntavano torvi e accecanti, dall’alto in basso. Una voce metallica fuori campo mi disse:<< La corsa è finita. Scendi dalla macchina e con le mani bene in vista. Non lo ripeteremo un’altra volta>>. Abbassai il finestrino e mostrai le mani una alla volta, lentamente. << Ora spegni il motore e esci dall’autovettura>>. Autovettura? Ma perché ‘sti cazzo di poliziotti usano ancora quel linguaggio ottocentesco? Perché non sanno parlare e così possono darsi un tono? Neologismi e verbi intransitivi come piovesse. Invece di spegnere il motore, chiusi nel mani a pugno mostrando ai poliziotti le mie belle e affusolate dita medie. << O la va, o la spacca>>, frasi fatte del cazzo. Ingranai la prima e partii a tavoletta verso il greto del fiume. Il cordolo in basalto che delimita il letto mi fece quasi impennare e quando ridiscesi avevo l’acqua alle portiere. Alzai subito il finestrino e schiacciai ancora più a fondo il pedale dell’acceleratore.  L’acqua stava penetrando nel vano motore, lo sentivo. Il quadrante lampeggiava tutti gli errori elettrici possibili e mandava cali improvvisi di potenza. Le ruote scavavano sul terreno ghiaioso per trovare un appiglio, affinché la corrente non mi rovesciasse o trascinasse via:<< Dai, Cazzo! Dai Cazzo!! Dai Cazzoo!!!>>. Il motore borbottò e tossì paurosamente, dandomi la sensazione precisa che si sarebbe spento a breve. Le ruote giravano a vuoto. Era tutto perduto. Ne ero convinto, tanto che scrollai persino le spalle, snervate dalla tensione. Ma la gomma, per qualche motivo smise di girare a vuoto e acquistò grip. Con un sussulto felino la macchina si spinse fuori dalla corrente e raggiunse l’altra riva. E si spense.

Quello che successe dopo è storia: La volante venne giù a velocità folle dalla discesa. Si tuffò nel torrente, alzando un muro d’acqua impressionante. Le loro vetture sono a trazione integrale e mezze anfibie, sicché non avrebbero avuto nessun problema a guadare il fiume. Stavano già oltrepassando la metà, quella più profonda, dove da millenni il torrente ‘Cosa’ scavava la sua incessante corsa. Sbirciavo nel retrovisore e contemporaneamente armeggiavo nervosamente il quadro comandi per rianimare l’auto. Senza successo. Le luci della Alfa blu scuro con banda rossa avanzavano impietosamente, quando un rumore attirò la mia attenzione. Alzai lo sguardo al retrovisore e ciò che vidi fu qualcosa che nemmeno nelle più riuscite pellicole catastrofistiche…Un’ondata improvvisa di piena del Cosa aumentò esponenzialmente la portata d’acqua. L’onda si abbattè con una forza naturale irresistibile contro la pattuglia dei Caramba, rovesciandola sul fianco e trascinandola lungo le spire del torrente. Lo spazio di visibilità concessomi dal retrovisore mi permise di vedere l’auto rovesciarsi su stessa e cadere da una cascatella artificiale, dove si incagliò. Vidi l’alfetta rovesciarsi e sparire dal mio campo visivo con un’inebetita espressione di incredulità. Nello stesso istante il rumorio dell’accensione della mia vettura si fece più scorbutico, tossì, gracchiò ed infine si rianimò. Partii a tutta velocità nell’oscurità più assoluta.

Morale biblica: il dio di Mosè c’è e mi vuole bene.

Finale giornalistico: Inseguimento nella notte. Pattuglia finisce nel torrente: volatilizzati i furfanti.
Furfanti? Vi sembro un furfante, io?

Happy trails

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