Verso casa: guide alla vita pratica.

Sto diventando noioso. Nella riedizione del saggio mentale, dal provvisorio titolo ‘ Trova un luogo a cui appartenere’ – dove oltre al rivedere al ribasso l’impatto della relazioni umane partendo dal presupposto che esse siano semplicemente una ragnatela che porta un contagio (il nostro orizzonte finalistico) e che,  a causa di questa materia infetta, esse siano irrimediabilmente compromesse-, sostengo il precipuo intervento dell’uomo nel volersi ritagliare un luogo che gli appartenga, un posto che gli somigli. Siccome questo saggio è lungo, tedioso e porterebbe ad un’aporia facendomi pentire di averlo concepito, perché la verità fluisce da sé, mi limiterò a suggerirvi l’ultima scaglia del procedimento, che per voi, è deduttivo. Cosicché qualora siate abili nel procedere a ritroso bla, bla, bla.

Devo premettere un concetto cardine della vita dell’uomo, che forse non tutti vi siete chiariti: la manipolazione. L’uomo non è dio e la tecnica lo dimostra apertamente. Noi utilizziamo, in modo combinato, ciò che abbiamo a disposizione, facciamo una somma algebrica dei ‘come’, per ottenere un ‘ qualcos’altro’. La manipolazione, che ha connotati grotteschi se rapportata al sesso, e nefasti se riferita alla genetica, non è altro che la volontà di porre  in maniera autografa un segno della nostra presenza su questo pianeta (qui ed ora) e della nostra sovra-coscienza storica (nel passato e nel futuro). Un modo personale di interpretare le cose che ci appartengono. L’estrinsecazione più evidente è la nostra camera da letto. E’ vero che nella sua struttura essa è imposta, ma il modo in cui la agghindiamo, quello rappresenta una visione del mondo. Che in questa increspatura, un luogo serrato alla vista, ma aperto alla mente, ci sia spazio per la superficialità, questo è un tratto con il quale l’essere umano dovrà sempre fare i conti. Per l’imperfetta porosità dell’esistenza, noi spesso siamo (o diventiamo) ciò che abbiamo fatto. In questo processo osmotico assumiamo gli atteggiamenti strutturali dei luoghi che abbiamo abitato: ci caliamo in un nazionalismo trasversale, riteniamo il nomadismo una condizione di libertà spirituale, indossiamo come indumento il folclore locale (una volta abbandonato il paese, per essere più originali), ci gemelliamo con le culture mescolando il creolo. In questo non è diverso il comportamento dell’adolescente che decide di liberarsi degli oggetti dell’infanzia per tributare nuovi idoli. Tra fotografie, biglietti di mostre, di concerti. Tra pile di libri e vestiti, adesivi, tappi di bottiglia, sottobicchieri. Nascosto tra depliant, riviste softcore, poster di rockstar. Tra le lettere delle lettere, attraverso occhiali senza lenti, scivolando sui grani del rosario o sul prospiciente ventre del buddha. Tra lo ying e lo yang e gomitoli di nastro magnetico. Sotto tappeti, tra gli sporchi denti di un grinder, nel cassetto di accendini esausti. Incagliata nella fitta rete di fili dell’acchiappasogni, proprio lì, avviene l’accumulazione archivistica dei nostri ricordi, che ci identificano. Non è solo un memoriale-museo, noi abbiamo la percezione che parte di ciò che abbiamo vissuto, vada a comporre fluidamente un puzzle.

Non ho questa percezione.
Innanzitutto non mi sono mai liberato di tutte le anticaglie di bambino. Alcune giacciono inerti e guerce tra gli scaffali della libreria, altre sono seppellite in una fossa comune che potremmo chiamare baule. Altra motivazione: tutto ciò che ho appeso in camera è stato per emulazione. Vedevo le camere dei miei amici perfettamente aderenti al personaggio, mentre la mia rimaneva insolitamente immacolata. Nulla mi colpiva, nulla andava buttato ma nemmeno tenuto da parte, in considerazione. Siccome la mia camera era spoglia mentre il sottoscritto era piuttosto vulcanico, decisi che dovevo porre rimedio all’ordine clinico della mia stanza, nell’unico modo che conoscevo: subito. Feci raccolta di tutti gli adesivi che conservavo nei cassetti e mi armai di collanti. Il risultato ovviamente fu disastroso. Questo perché le stanze dei miei amici erano il compimento di una serie graduale di cambiamenti e aggiunte, il mio una semplice copia senza gusto e scelta.
Accanto a adesivi di calciatori mediocri, figurine di auto, pezzi di puzzle incompleti, adesivi di formaggini, la mappa della città di Bari e un poster di Chagall, più tardi, aggiunsi biglietti aerei, di concerti, di treni, di teatro che rendessero la mia esistenza meno inconsistente. Ma quasi nulla di tutto ciò che vi è appeso, tutt’oggi (l’orario visite della mia camera-museo è lun-ven 14.00 \ 18.00), è completamente mio. Questo perché non ho mai preteso che gli avvenimenti potessero cambiarmi, ma al limite mettermi in guardia. Non ho mai ritenuto che il catalogare fosse d’aiuto alla memoria, ma che l’accumulare alla rinfusa fosse l’unico ordine costitutivo per l’elemento che più mi diverte: la sorpresa. Non ho mai creduto che un luogo potesse identificarsi con me. Mi sbagliavo. Ma nella misura in cui vi sbagliate anche voi. La camera da letto della casa dei genitori, non è un luogo definitivo. L’appellativo più consono è rifugio, ma rifugio non prevede il concetto di fuga. Forse nei primi anni è più un covo e con il trascorrere degli stessi si trasforma in un passaggio. La vostra cameretta perde la consistenza ontologica dei primi anni per diventare sempre di più un bivacco temporaneo.

L’abitare un luogo prevede ben più di questo. Prevede progettazione, lungimiranza. E’ attento alla geometria e alla geografia dei luoghi. Realizza idealmente un focolare domestico, diventa vivo e caotico  in quanto rappresentazione non di una transizione ma di una quiete. Le brutture della mia (e della vostra?) camera da letto non troverebbero spazio nell’abitare. Perché la camera da letto contiene un soggettivismo infantile, una vergogna orgogliosamente celata dietro l'(in)esperienza, in sostanza è un divenire con un tumore inoperabile. E’ vero che un luogo non dev’essere per forza stabile, fermo. Ma dev’essere dotato di un’ottica e di un senso, che è insito nel concetto di progettazione. Ma la progettazione potrebbe essere una riedizione artistica, un ponte levatoio verso un abitare esterno (un orto, una serra, un corso d’acqua) che però rientra sempre nell’appartenenza. I confini dell’abitare un luogo non sono delimitati da mura. Non possiamo più limitarci, come nel caso della cameretta, ad avere uno spaccato sul mondo, ma dobbiamo essere ispirati dal mondo. Come una casa di vetro, dove solo noi vediamo verso… Proporre soluzioni prevede un’apertura verso l’esterno che necessita una solidità interiore più basilare che non una stanza tronfia di graffiti sovrapposti. Un luogo che ci appartenga è, innanzitutto, non qualcosa che rappresenta le tappe della crescita, come una serie di trofei appesi alle pareti, ma come una sfida a ripensarsi. A non accomodarsi ma ad accogliere, a non atrofizzarsi ma ad inventare. E questo non necessita di soldi, architetti griffati, o grandi talenti della pittura a riqualificare mura incapaci di abitare. Tutto ciò di cui avete bisogno è un’idea. Abitare è uguale ad iniziare.

Happy Trails

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