A noi Schettino, a voi Umbertino.

Avrei potuto mettere una foto della prima pagina di oggi, ventisette gennaio duemiladodici, de ‘Il Giornale’, che è l’unico quotidiano con cui, dopo essertici pulito il culo, ti ritrovi il culo ancora più sporco e il giornale confusamente più godibile. Ma ponendo l’accento sulla follia revisionista di Sallusti & Co. avrei fatto il loro gioco. A loro non sta a cuore né la verità, né la notizia (che non c’è), né tanto meno verificare che l’associazione d’idee sia coerente. A loro interessa solo sfogare questo rancore represso per la Cultura, con la C maiuscola, dominante. Questo perché ‘Il Giornale’ non è un giornale. E’ un ibrido che tenta, con risultati drammatici, d’indurire una cultura, o meglio, una mentalità di destra. Perché la destra italiana, e con tale denominazione non intendo la coalizione di quell’incapace di Storace, non esiste come concetto. Probabilmente s’è imposta come forma reazionaria nel ventennio, guardandosi intorno per cercare alleati filo-storico-antro-sociologici, ma trovandosi banalmente a doversi smezzare il pane e la (vana)gloria con una corrente artistica di dubbio gusto e valore: il futurismo. Persino il nazionalsocialismo ha dovuto confrontarsi con una base etica e filosofica, trovando un timido appoggio in Heidegger, il cui contributo alla causa nazionalista è dubbio e discontinuo, e mistificando totalmente Nietzsche. Anche le teorie sulla razza, che circolarono da un’errata e faziosa interpretazione del darwinismo e del mendelismo, si sono sciolte come neve al sole. Poca roba insomma. Il futurismo, già dal nome, forse voleva porre le basi per un divenire asimmetrico, ma comune, tra arte e storia; fatto sta che ha promosso qualche warholiano che i suoi quindici minuti li ha avuti eccome. Solo quindici, però.

Per me non c’è molta differenza tra l’astratto e superficiale de-concettualismo futurista e il modo d’intendere il giornalismo di Sallusti, Feltri e chi per loro. Ma non solo d’intendere il giornalismo, anche la storia. Un collage contro-culturale che nella migliore delle ipotesi genera ilarità, nel peggiore disprezzo. Ed è proprio questo il pane di cui si alimenta ‘Il Giornale’. L’arma, a doppio taglio, dell’indignazione produce quella compatta (da destra a sinistra) esposizione mediatica che innalza una cialtroneria a ‘possibilità’. Anche se immediatamente confutabile, per il solo fatto di aver posto il dubbio, per il solo fatto di aver osato, essi si ritagliano uno spazio nel grande ripensamento che sottende il berlusconismo. Anzi assumono il berlusconismo in relazione biunivoca, come punto di partenza e di snodo per la veridicità, o verosimiglianza, della proposta ‘intellettuale’. Il berlusconismo offre il possibilismo sciatto del ‘purché se ne parli‘, mentre il revisionismo storico offre al berlusconismo, se non altro, la plausibilità di una ipotesi faziosa. Per cui l’elettore di destra sarà portato a credersi vittima di una campagna diffamatoria che ha origine, non si sa bene quando, ma probabilmente nell’oscurantismo post-fascista. Incuranti del fatto che lo stesso movimento fascista ha creato i presupposti per un suo superamento e, vien da sé, annichilimento, gli (e)lettori di destra cavalcheranno quella stessa cattiveria mediatica, quell’odio rancoroso per legittimarsi. E la sinistra che fa? Forte della sua potenza culturale, s’indignerà dell’indignazione, proponendo un rifiuto totale che non sradica l’odio (e nemmeno la tendenziosità)  ma lo esacerba.

Come se la base, il popolo, fosse ancora servilmente dalla sua parte.  Non a caso questo ‘titolone’ clownesco avviene qualche giorno dopo la grande offensiva della Lega Nord, impersonata dalla bava di Umberto Bossi. Il Leader maximo del Carroccio, nemmeno incassata la batosta sulla tentata sfiducia a Maroni, ha lanciato la corsa alle elezioni. Viene da insinuare che certi investimenti della Lega, a fondo perduto,  siano stati messi a repentaglio dal rovesciamento del Berlusconi IV, per quanto questo atteggiamento anti-nazionalista sia perfettamente nelle corde del partito padano. Ma al di là di queste considerazioni congetturali, Bossi ha compreso la gravità del momento. La forza riformista, posta sotto forma di aut-aut apocalittico dal governo Monti, rischia di far collassare i deboli assetti di una destra allo sbando, che è sull’orlo non solo di un ulteriore frazionamento (come accadde alla sinistra), ma è minata nelle sue stesse fondamenta di cartapesta. La Lega, sostituitasi al partito comunista nel cuore del proletariato (medio-borghese), non è soddisfatta di trarre profitto di parte di quell’eredità vacante. Bossi, teatralmente, ricollocando Berlusconi al vertice della coalizione, lo invita a schierarsi, producendo due vantaggi per sé: a) Se Berlusconi accettasse di ‘staccare la spina’ al governo Monti, Bossi potrebbe non solo vantarsi di aver mantenuto un atteggiamento coerente dall’inizio alla fine, ma di aver persino ri-convertito il miscredente, facendo recuperare quei consensi che basterebbero a pareggiare le prossime elezioni (o a vincerle qualora le coalizioni di centro-sinistra non si mettessero d’accordo). b) Se Berlusconi continuasse ad appoggiare il Governo Monti, sull’onda del sentimento patriottico, Bossi potrebbe, a sua volta, caldeggiare l’indignazione popolare e rosicchiare voti decisivi dall’elettorato di centro-destra in generale e al Pdl in particolare, diventando il primo partito di destra, forte della sua coerenza. E allora sì che il mito della Padania potrebbe diventare una triste realtà. Perché Bossi l’idea della Secesiùn non l’ha mai abbandonata. E per quanto sia una visione folle, senza fondamenti, nessuno potrebbe opporvisi. Come successe con Mussolini.

D’altra parte morto, o moribondo, un Berlusconi, se ne fa un altro. Solo che Berlusconi era ed è troppo libertario per diventare autarchico. Troppo innamorato di sé per pensare al male comune, figuriamoci al bene. Bossi invece è malato e completamente ingovernabile e possiede, in sé e nell’elettorato, quella forza reazionaria per sovvertire un sistema costituito. Che l’ictus l’abbia in gloria, di nuovo.

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