Guida alla vita pratica: internet

Rifugiarsi nella morale rischia di farci scadere nel paternalismo, o al meglio di farci sembrare indecisi. La morale è una prospettiva che indaga le prospettive, le assembla e ne ricava, quasi sempre, nulla di unilaterale. Ci sarà sempre una parte scontenta che urlerà la propria rabbia tra l’indifferenza generale. Perché l’appartenenza passiva, quella che tendenzialmente ammaestra i dibattiti, non è altro che indifferenza attiva. Ci permette d’avere un’opinione: e se abbiamo un’opinione, siamo. Il nostro sforzo finisce lì. Che è un po’ la logica dei social network: massima stimolazione (input) con il minimo sforzo (output). Se allarghiamo il campo ad altri ambiti sempre social, noteremo che il lavorare poco per guadagnare molto è un’aspirazione desiderabile. E non sfugge a questa logica consumistico-libertaria nemmeno l’arte. Infatti la finta gratuità con cui tenta di riciclarsi agli occhi di un pubblico sempre più modesto, povero e di nicchia, sembra abbia un’ansia da popolarità immediata, castrante. Gli intenti iniziali saranno anche puri, caro Dente, ma nulla sfugge alla corruzione delle scorciatoie.

Un percorso dovrebbe supporsi bello perché è stato già tracciato da altri. A noi rimane da ripercorrerlo, con il nostro bagaglio empirico e l’entusiasmo infantile per le nuove suggestioni possibili. Se ci va bene potremmo raccoglierci in qualche luogo ameno, appena fuori dal percorso segnato, a rimirar le stelle in un pertugio tra le fronde. E invece di sentirci sgomenti e sfiatati come Lars von Trier, potremmo goderci la solitudine di un posto unico al mondo. Perché tutto ciò che non è segnato sulle mappe rimane intrappolato tra le possibilità e l’impossibilità di esser stato già visitato. E solo l’idea d’essere il ‘primo uomo’ in qualcosa porta con sé l’ottimismo illusorio tipico della mia età.

Che sia una metafora come quella appena descritta o la realtà delle parole che compongono ‘La Gravità Uccide’, è poco importante. E’ vero, è una riflessione auto-indulgente, ma non significa che non possa investire tutti gli altri e il loro concetto di libertà. Se la sovranità social rappresenta il fenomeno emergente dell’universo di byte che compone internet, questa sovranità non ha grosse implicazioni con i fenomeni fondativi, ovvero ciò su cui si fonda la comunità internet. Facebook è la parte esteriore di un mondo in maggioranza esteriore o che relega la propria interiorità all’estemporaneo decontestualizzato. Ciò non complica la morale, la annulla. La annulla in favore di un concetto di giustizia che si fonda su quello di libertà individuale. Se l’immediatezza social ha permesso ai rivoluzionari nord-africani di mantenersi in contatto e coesi, in quel passaggio cruciale per la loro storia (che si ripeterà), ciò non è determinato dalla natura, dallo scopo per cui il social network è stato pensato e si è sviluppato. I popoli di Libia, Egitto, Siria, eccetera hanno utilizzato facebook come mezzo popolare, ne hanno piegato la portata teleologica e ne hanno fatto strumento (mediatico) di indipendenza e libertà. Sull’indipendenza nulla da obiettare ma è sul concetto di libertà che vorrei soffermarmi. Facebook ha subito uno slittamento di significante per puro utilitarismo e ne ha ricavato una legittimità etica inaspettata. Perché facebook non è stato solo mezzo di una intensa ed esaltante attività politica e democratica ma, incarnato nelle singole utenze, è divenuto testimone della forza dirompente di una ‘rivoluzione’. Lo metto tra virgolette perché il termine rivoluzione è terribilmente improprio. L’associazionismo, spesso relegato ad attività di volontariato, si è ritrovato in facebook un alleato improbabile. Sull’onda di questo entusiasmo popolare, anche il PD si è illuso di poter vincere le elezioni. Paradossalmente anche il Grande Comunicatore è caduto per eccesso di impopolarità. Facebook ha permesso ad un tignoso, provinciale e volgare senso di libertà di esternarsi.

Ma questo suppone che l’uomo testimone di qualcosa, soprattutto per una via indiretta come quella del web, sia in grado di farsi carico di questo accresciuto senso di libertà e di responsabilità che esso impone. Il testimone dovrebbe subire un analogo slittamento semantico. A meno che dotare facebook di un potere aggregativo ontologico non fosse una rivendicazione operata da qualche uomo marketing di Palo Alto. D’altra parte viene da chiedersi quale utilizzo faccia oggi di facebook il ragazzino fondamentalista che ha massacrato e ucciso Gheddafi e quale ruolo abbia il social network nella ‘rivoluzione’ nord-africana ora.

E’ come quel frasario tipico dei quadri dirigenziali odierni. Monti: Un piano per la crescita. Passera: Ora l’obiettivo è crescere. Perché in economia uno deve crescere sempre? Non può rimanere tranquillo lì dov’è? Un anno farà un po’ di più, un altro un po’ di meno. No, sempre una logica improntata alla crescita. Quando ogni tetto sarà dotato di un pannello solare fotovoltaico anche in quelle regioni, come la mia, dove il sole splende solo d’inverno, che ne sarà di tutte le aziende di pannelli che non avranno saputo riciclarsi sul mercato perché, ad esempio, la tecnologia non avrà fatto progressi? Nessuno mette in dubbio che il concetto di crescita, qualunque cosa significhi, sia giusto, ma non sarebbe meglio smetterla di essere così avidi?
Se la libertà individuale è un valore, il suo epigono pratico è la libertà d’espressione. Facebook è stato il mezzo più snello ed efficace per rivendicare istantaneamente e agli occhi dell’opinione pubblica mondiale un diritto che a loro, come popolo, era negato. Ma noi che, al contrario, con questo diritto ci siamo nati, quale lezione dovremmo imparare? Di certo non che l’identità social rappresenti la nostra libertà d’esprimerci. Al massimo si può concedere che facebook sia una libera scelta se aderirvi o meno.

Infatti il colosso di Palo Alto (Ca) non è di certo nel mirino della S.o.p.a. Ciò che viene, con costanza e nel silenzio assenso degli organi d’informazione, combattuta è la vera forza rivoluzionaria di internet. Non la possibilità di esprimersi liberamente, ma la concreta opportunità colta. Il mondo dei blog, ad esempio, nato per un desiderio di dare spazio alla propria creatività intimistica (con i propri limiti), nasconde una letteratura impercettibile, poliedrica e affascinante. Ad uno stile non sempre irreprensibile, si può opporre il verismo di tempi sgrammaticati ma non svuotati della loro volontà di raccontare piccoli tratti di umanità. Spesso sono solo suggestioni che necessitano, anzi, corroborano una rielaborazione. Possono offrire spunti, completare una ricerca, ricordare qualcosa di smarrito ma non per sempre (che è un po’ la grandezza di youtube). Ci sono piccoli universi senza aspirazioni, gratuiti, condivisi e finiti. Ci sono tentativi, abbozzi, perfezionamenti. La pubblicità ha ovviamente insozzato anche i muri della città internet, ma non riuscendo a scardinarne il principio, si è limitata a vegetarvi appresso, spesso rendendo servigi alla comunità. Essendo qualcosa maneggiato dall’uomo ha i suoi lati oscuri, morbosi, deprecabili. La vera rivoluzione è questo incessante lavoro di sedimentazione e connessione tra utenti, storie, dati, opinioni. Facile quindi che tra queste pieghe sia annidato anche il peggio della società. E la facilità con cui i social network mettono in contatto queste sacche di umanità, farà discutere, vedrete.

Quello che vi consiglio e di guardarvi attorno. Siate voi fotografi, aspiranti dj, scrittori in erba, nullafacenti, medici, camionisti, potrete trovare ciò che cercate. Dedicatevi alla lettura di storie ‘altre’, perché l’autobiografismo stucchevole conduce alla vanità smaccata.

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