Rocca Bernauda

Sulla faccenda Tav sì, Tav no, cosa dire? NO TAV, ovvio.

Autogrill Il Cjastelat della Val di Susa

E non solo perché figlio della montagna. Tuttavia lungi da me impantanarmi in noiosi ed effimeri discorsi di giurisprudenza. Questo non è un caso particolare; investe la val Susa e i Valsusini, ma trattasi di un perfetto esempio di sineddoche (vocabolario) politica/giurisdizionale. Di chi è un territorio? Dello Stato, verrebbe da rispondere. Uno Stato che può farlo a tocchi e\o venderlo ad un privato che ne può usufruire a suo piacimento (dove al posto di piacimento devi leggerci: nei limiti consentiti dalle legge stessa. Tu credi di poterci fare quello che vuoi, ma in realtà non puoi costruire un dinosauro di ventun piani in pvc che oscura il sole, ad esempio). Perché? Perché rompilcazzo ai vicini che devono mettere a stendere. Il tuo cane lupo non sarà mai abbastanza arguto per capire tutte queste pastoie burocratiche. Metti che lo Stato a cui hai pagato il terreno, a meno che non fosse già tuo dalla notte dei tempi -maledetti Savoia-, decida che lì sopra il tuo bel filare di ulivi ci sarà la prossima rotonda sopraelevata, per il ponte aereo verso il centro commerciale orbitante, tu sarai costretto a ri-vendergli quel terreno, nonostante Ulisse l’Ulivo sia lì da più di 150 anni. Quindi prima che ci fosse anche solo una vaga idea di Nazione. Nazione che nessuno-di-noi-nessuno si è scelto. Nel migliore dei casi uno se l’è fatta piacere.

Certo, ci guadagni qualcosa, ma non credere di fare affari. Al limite sappiate che se avete un terreno in prossimità di una rotonda di prossima costruzione, vi converrà riconvertirlo a terreno agricolo: ulivi, viti, alberi da frutto. Il tutto verrà sopravvalutato dal vostro glorioso Stato. Che non vi dice la cosa più importante: mutuo o non mutuo, quel terreno è comunque suo. Anche se ve l’ha venduto. Anche se ci pagate le tasse, Il comunismo ha vinto. Evviva la rivoluzione. La proprietà privata non esiste. So cosa state pensando, schiocchi: ecco un dissidente che vuole ribadire il concetto di proprietà privata. E so cosa sta pensando un bravo uomo di legge: le cose non stanno propriamente così. Gli avvocati e i giudici non vedono la realtà, vedono sempre scappatoie legali che cercano d’interpretare la realtà, fallendo. E più le leggi diventano particolari, stringenti e regolatrici, più diventano inefficaci. Perché è solo astraendo e generalizzando che si ottiene quell’elasticità procedurale che fa del dibattito, della dialettica quell’agorà di incontro tra Stato e Popolo. Perché, ribadisco il concetto, secondo la Legge è lo Stato il proprietario di casa vostra e i Valsusini poco possono. E, volendo essere ancora più pignoli, probabilmente è lo Stato il maggior possessore attivo del territorio della val di Susa tra ettari di bosco e zone forestali protette. Lo dico in via ipotetica, senza dati alla mano.

Ma cos’è la val di Susa? E’ solo un minoritario lembo di Nazione sacrificabile all’Europa? Se la val di Susa non fosse Qualcosa il Torino-Lione sfreccerebbe da dieci anni minimo. Invece la val di Susa ha un nome perché qualcuno gliel’ha dato. E dandoglielo gli ha fornito dignità culturale. Si è incarnata nel piccolo popolo che si perpetua tra le sue vallate, che ha levigato un idioma, che s’intreccia nel suo anonimo esistere. Quello che noi identifichiamo con anonimato, in realtà è la loro eccellenza. E’ la notorietà di chi si conosce da una vita, la real tv di tutti noi, senza regia, sceneggiatura, pubblico. Anche in val di Susa vige la regola calcistica “Fuori amici, in campo: nemici”. Conoscendo i montanari sono certo che non tutti si stiano simpatici reciprocamente. Quello che forse più rimprovero alla gente di montagna è di essere morbosamente legata al concetto di proprietà privata. E credo che, in fondo, in questa battaglia, sia in gioco lo stesso concetto così come lo conosciamo. Fatto sta che i Valsusini, vincendo le reciproche antipatie, inimicizie e solipsismi si sono uniti sotto quel Qualcosa che non può essere ignorato. E’ una situazione irreale. Da un lato il popolo tenuto a freno dai cordoni di polizia e dall’altro l’operaio impassibile a sguardo basso.

Forse non sono nel numero giusto per essere chiamato popolo, forse non è nemmeno nelle loro intenzioni. E sebbene qualcuno di loro, una ristretta minoranza, nell’esproprio perda qualsiasi cosa, in ballo c’è ben di più che una ferrovia. I danni economici ed ecologici sono alibi che vogliono portare il terreno di scontro nell’ambito della giurisprudenza. La Val di Susa è così com’è grazie o per merito o per colpa di coloro che la abitano e l’hanno abitata. Non di Mario Monti. Né di tutti coloro che ci guadagnano da quest’impresa. Jeremy Bentham è morto nel 1832 e ancora parliamo di utilitarismo? In questa molteplicità frazionata? E anche si trattasse di mero utilitarismo verrebbe da chiedersi quale vantaggio otterrebbero per i Valsusini nel rapporto costi-benefici. E al massimo questo sarebbe un compito che spetterebbe a loro e non allo Stato. Quest’atteggiamento puzza di libertarismo e autarchia;  non a caso se ne parla da vent’anni. E Passera non venga a raccontarci che sarà un ponte di collegamento per l’Europa, perché a) ora che sarà pronto, verificheremo quanta ‘Europa’ sarà rimasta e b) Non sapevo che l’Europa si stesse scollegando, dev’esserci una faglia lì sulle Cozie. Senza contare che: cosa cazzo andrà mai a fare uno a Lione? Avete mai sentito di qualcuno che va a Lione, se non per la trasferta di Champions?

Ma la logica è ancora più stringente. Per i Valsusini in gioco c’è la loro identità così come loro la concepiscono. In completa armonia e autonomia. La massima espressione della libertà che ci rimane. Loro non si vedono come un gregge nel grande pascolo dello Stato pronto al macello. Loro si sentono tutt’uno con il loro gregge. Ed è una battaglia di natura che vale la pena combattere per il semplice fatto che non ce ne saranno altre. Che è ‘questa volta’ che per loro fa tutta la differenza. Perché non vogliono essere spettatori di un progresso che non hanno scelto, essendo Valsusini. Ma che comunque subirebbero volentieri in modi meno invasivi. Hanno ragione quando dicono: spendete quei soldi in altro modo, noi stiamo bene così. Hanno ragione perché evidentemente colgono il bello in quelle forme, così come sono. Hanno ragione perché nulla di ciò che verrà fatto, qualificherà (anzi) l’area. Hanno ragione perché non è una controversia d’indipendenza o di testardaggine. Bensì una identificazione che, come membro di un popolo sfilacciato ed eterogeneo, mi commuove e mi fa vergognare.

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