Karakorum

Disturbo narcisistico della personalità:

La nozione di disturbo narcisistico di personalità è stata formulata da Heinz Kohut nel 1971 e introdotta dietro sua proposta nel manuale Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM). Il quadro clinico che descrive è una particolare forma di disturbo del narcisismo. Ciò che distingue questi pazienti, ovvero la struttura psicologica ipotizzata da Kohut, e per la quale coniò il termine “Sé grandioso”, è una sorta di cosiddetto “Falso Io” o “Falso Sé”, che conserva alcune delle caratteristiche primitive dell’Io infantile, un’immagine interiore eccessivamente idealizzata ed “onnipotente” che l’individuo percepisce come il vero “Io”. I soggetti affetti sono spesso caratterizzati da un bisogno affettivo specifico, quello di essere ammirati, in misura superiore al normale o che appare inappropriato ai contesti. Tuttavia non è un sintomo che compare necessariamente. Alcune persone possono ritenere in qualche modo di essere “speciali” o superiori, esprimere in modi diversi aspettative di soddisfacimento di una idea di sé irrealistica e tendenzialmente onnipotente.

In ambito teorico, le diverse scuole di psicologia hanno dato interpretazioni e spiegazioni diverse di questa famiglia di disturbi. Il concetto di narcisismo è un termine teorico che nella psicoanalisi indica un meccanismo o funzione primitiva del ; precisamente è la funzione che distingue il “Sé” dalla realtà esterna nelle prime fasi del suo sviluppo. Si ritiene generalmente che il narcisismo, cioè il suo malfunzionamento, abbia un ruolo centrale nell’origine di molte patologie psichiatriche. Il disturbo di personalità narcisistico è una manifestazione di narcisismo patologico particolare, oggi generalmente considerata come un quadro riconoscibile a sé stante, e codificata dall’esame oggettivo dei sintomi.

Il monte Karakorum fa parte della catena dell’Himalaya e oltre ad essere gargantuesco ha un’altra particolarità: i suoi ghiacciai invece di ritirarsi per effetto del riscaldamento globale, aumentano di volume. Come volesse da solo invertire una tendenza diffusa ed ineluttabile. Se dovessi psicanalizzarmi parlerei di una patologia psico-antropologica che definirei sindrome Karakorum: la volontà di avere una posizione minoritaria e divergente rispetto al pensare  o all’agire comune. Ipercriticismo potrebbe obiettare qualcuno. Non è la stessa cosa. Non pretendo di avere ragione (o che gli altri abbiano torto), perché se la mia spinta volontaria è quella di sentirmi sempre diverso, sarei critico anche nei confronti di chi si trovasse in accordo con le mie posizioni. Ho capito molto tempo fa che chi tenta di scansare le responsabilità e i giudizi da parte degli altri, non può lamentarsi di sentirsi incompreso. L’incomprensione è parte integrante del processo di colui che sfugge ad un’etichetta univoca. Non sono un prodotto, ma un prodotto di produzioni. Uno dei pochi modi che ho per liberarmi dalle multiformità che mi compongono è scriverne. Anche parlarne se necessario: avere accanto una persona che non dico possa comprendere, ma simpatizzare con questo disagio veicolato dalle antitesi è una bella panacea. Ti fa sentire meno solo. Ma per colui che è affetto dalla sindrome Karakorum, la solitudine è una condizione essenziale ed esistenziale. Ciò apre una parentesi graffa sul concetto di solitudine e come si possa riconoscere. Innanzitutto bisogna separare la solitudine teorica da quella pratica. Posto che nelle società contemporanee occidentali ‘essere soli’ non è completamente possibile, la solitudine teorica è quella che uno pensa di sé, determinata da una fasulla compiacenza della propria condizione elitaria. Ma quando si traduce in pratica, essa cessa di essere una condizione e diventa un’altra antitesi interiore. Se preferite, anziché rimanere a casa a galleggiare nei vostri pensieri, uscire con persone che vi interessano relativamente o con le quali avete poco in comune, privi di qualsivoglia obiettivo che non sia ‘sperare di divertirsi’ e\o ‘ passare la serata’, allora non potete definirvi né praticamente soli, né votati alla solitudine. Lo psicotico ‘Karakorum’, invero, rinuncia persino alle sue abitudini consolidate perché non ne sente più la naturale necessità. E anche non fossero mai state necessità, non sente opportuno privarsi di questa condizione uterina. Di conseguenza come per l’amore, la felicità e altri fantasmi dell’uomo, la solitudine è ad intermittenza.
Il narcisista, al contrario, sente un impulso irresistibile al contatto e alla sfida quotidiana. La sua incomprensione si traduce  nel criticismo comune ad entrambe le patologie, ma ne fa vessillo di diversità. C’è un’estasi malevola nel distruggere per essere venerati. Il narcisista si nutre come un parassita di socialità perché è questa che sottrae temporaneamente l’ego dall’anonimato, vera e definitiva nemesi. Non ha nulla a che vedere con il successo, basta che ci siano pochi e costanti testimoni della brillante sintesi di cui sono portatori insani. Ciò conduce a due problemi: da un lato si sottovaluta le inclinazioni che l’interlocutore potrebbe riporre nelle proprie lusinghe (come se gli altri non avessero obiettivi utilitaristici); dall’altro queste lusinghe sfociano in reazioni opposte che fanno somma algebrica: ulteriore consolidamento dell’obiettivo minimo del narcisista che è nient’altro che la persistenza della condizione e vergogna per la facilità con cui si è ottenuto lo status. Il ‘persino troppo facile’ è per il narcisista motivo sufficiente per continuare a divorare. Il ‘Karakorum‘ non è immune alle lusinghe, ma nemmeno lo cambiano più di tanto, perché più attento all’empatia che alla simpatia. Anzi è sprone ad un affinamento del materiale umano per diventare ancora più diagnostico. Più che l’incomprensione è l’insoddisfazione il vero motore patogeno. Se è comune ad entrambe le sindromi lo scarso impegno, o meglio, la scarsa attenzione che si presta alle dinamiche dell’altro, è anche vero che per il narcisista questo è determinato dalla sua presunta condizione naturale che gli rende facile cose che per altri sono difficili, mentre per il ‘Karakorum‘ apparire sicuri dei propri mezzi è una tecnica di occultamento che cela l’insicurezza dell’impreparazione. Non necessariamente meticoloso, ma interessato, il ‘Karakorum‘ si stanca presto delle banalità, ma non le sottovaluta perché svelano dinamiche umane di cui può servirsi per non cadere nello stereotipo. Per il narcisista sarebbe teoricamente facile smascherarsi: ad esempio impegnandosi in qualcosa che non gli riesce facile, ma non lo fa in nome del privilegio di cui godono le sue facoltà. Il ‘Karakorum’ invece prova tutto, si cimenta e, se insoddisfatto, lascia i lavori a metà.

Il narcisista non nega di esserlo, ne è quasi orgoglioso. Questo perché l’accezione ha contenuti sicuramente positivizzanti. Ma egli è certo non si tratti di un disturbo della personalità. Gli elementi a suffragio del loro protagonismo sono evidenti: secondo il narcisista tutti gli fanno notare la sua ‘meravigliosa diversità’, il suo ‘ sé grandioso’. Quando non è pubblicamente suffragato si mantiene in ardito equilibrio sulle sue qualità metafisiche che fanno rima con il delirio d’onnipotenza. Soltanto che non lo nominano. Perché il narcisista deve mantenersi equidistante dalle facili critiche di estremismo per un verso ed eccessiva modestia dall’altro. Si lasciano andare solo con le persone di cui si possono fidare. Il ‘Karakorum’ tratta l’onnipotenza con atteggiamento guardingo, la chiama intuito ed in quanto tale non le pone limiti assoluti, ma ne utilizza i contorni solo per ignoranza di sé, ne è conscio ed un po’ se ne vergogna a posteriori. Il narcisista, in teoria, non dovrebbe credere al destino, ma ne utilizza definizioni e corollari per progettare quel ‘destino per sé’ che non ha direttrici primarie ma è lì, a conferma, come uno sfondo stellato. Essendo completamente disinteressato all’altro questo ‘destino per sé’ prevede intrecci di trama, ma forzerà le volontà dell’altro immettendole, a forza, nella propria visione finalistica. Vuole dei figli? Anche l’altro dovrà volerne. Si sente ‘dio’? L’altro dovrà essere in grado di omaggiarlo.
Il ‘karakorum’ non si pone nemmeno il problema della predestinazione. Non ci sono vie che non siano impervie. Innanzi ad un ostacolo non lo forza, ma cerca una nuova via ricca di nuove suggestioni. La sua tensione all’obiettivo è molle ma non assente, è ansioso ma paziente.  La pazienza è totalmente deficitaria in Narciso. Una breccia aperta a testate è sempre preferibile ad un buon piano programmato; l’istintività gioca a suo svantaggio ed è l’unica motivazione per la quale chiederà ‘scusa’. Il ‘Karakorum’ è più calcolatore, non si muoverebbe mai senza una mappa per quanto da lui stesso disegnata: partenza, percorso, la x indica il punto dove scavare. Ma se c’è una x sa benissimo che qualcun altro avrà scavato prima di lui. Per lui è più difficile dire ‘grazie’ che ‘scusa’, non in quanto gli sia tutto dovuto, ma perché ha approfittato dell’universalizzazione dei diritti umani per trovare superflue queste abitudini. Trovandosi spesso in difetto o in errore, ha grandi desideri di rivalsa contro i ‘te l’avevo detto’ o contro coloro che lo additano in modo pregiudizievole, ma non è mosso mai dall’invidia. Vivendo in comunità dove l’invidia non è più un peccato che conduce ad azioni moleste, il narcisista cova la propria all’ombra di altri nomi: ironizza sui ceti più bassi che avranno più libertà ma meno dignità. Stigmatizza le eccentricità di coloro che stanno al di sopra della sua condizione sociale, trovandoli spocchiosi e vuoti. In questo intenso lavorio si scaverà una nicchia mobile per sfuggire all’autenticità di una definizione. Essendosi fidanzato con la diversità, il ‘Karakorum’ potrebbe sposare la tesi narcisistica, ma non se ne compiace realmente. La sua zoppicante condizione sociale è motivo d’angustia. Il mantenerla quanto a più lungo possibile alibi d’orgoglio. Il fatto è che la supposta differenza propugnata dall’affetto da sindrome del ‘Karakorum’, non ha gradi comparativi. E’ un ordine essenziale nel quale ‘maggiore\minore’, ‘meglio\peggio’, ‘bello\brutto’ non sono parametri di giudizio. Per questo l’estetica ha valore relativo e, per lo più, rispetta dei gradi naturali: è più bello ciò che è più semplice, in quanto distante dalla propria essenza. L’estetica del narcisista è più fine ma allo stesso tempo più problematica. E’ sia bello ciò che è bello, sia ciò che piace. In tutto questo il rischio di dicotomie archetipiche e di dubbi sul ‘ciò che piace’ potrebbero generare due comportamenti complementari:  insoddisfazione permanente, ostinazione a lungo termine. I ‘piani eterni’ dove si sviluppano queste devianze aumentano all’esponente sia le qualità desiderabili, sia la disillusione sulla realtà effettuale. Questo perché è un disturbo della personalità che affonda le proprie radici in comportamenti infantili ed illusori. Il ‘Karakorum’ invece non ama nessuno. I rapporti si sviluppano lentamente e nascondono una saggezza del cuore pragmatica ma speranzosa. E spesso rimangono loro stessi stupiti di quanto certi legami riescano a progredire da premesse che sembravano impraticabili. Procedendo un po’ alla cieca rimangono realisticamente colpiti dall’altro, che si rivela come una vera e propria meraviglia. Non che questa meraviglia venga sbandierata o parzialmente ridimensionata, ma l’effetto ‘da fuori a dentro’ inverte il normale flusso dell’approccio all’esistenza e produce serenità. Attenzione: spesso anche questo atteggiamento nasconde insidie e concrezioni archetipiche, ma è di gran lunga più soddisfacente. Ecco perché accanto all’insoddisfazione nel ‘karakorum’ germina una flebile speranza nel prossimo, frustrata dalla propria inconsolabile solitudine e da una non maturata coscienza della morte, vista come alternativa piuttosto che come accettazione. Il narcisista più semplicemente si stanca di ciò che ottiene e si concentra caparbiamente su ciò che, al momento, sembra sfuggirgli. Una volta ottenuto perde tutto l’interesse perché la fatica è, al pari della solitudine, una condizione intermittente e dimenticabile.

Siccome potrei dedicare all’argomento un intero blog, vi lascio con una chiosa:

Per quanto certi tratti siano innegabilmente simili, la sindrome narcisistica della personalità e la sindrome Karakorum non sono la stessa cosa. Le persone che ne sono affette stanno su lati diversi di uno stesso pozzo nero. Per quanto condividano idee, natali, esperienze e storie, il Karakorum è assorbito dalla propria personalità che però è narrante, ed in quanto tale,  tiene in debita considerazione gli altri ‘io narranti’ che tratta con superficialità o disprezzo solo per autodifesa. Il narcisista, invece, tiene in considerazione soltanto il suo ‘sé grandioso’ guardando all’utile ma senza darne una valuta unica, anzi fluttuando sulla stessa definizione di utilità per comodità. In definitiva: karakorum e narcisista sono rette parallele che non si incontrano mai. E se si incontrano non si salutano (cit.)

Frasi celebri.
Sindrome narcisistica della personalità: 1) Io sono colui che sono. 2) Io sono così. 3) Ma se sono figo\a, intelligente\a e simpatico\a
Sindrome Karakorum: Io sono ciò che vuoi sentirti dire.

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