Kung fu Delio

Uno la può vedere così: che come diceva Malesani nel celeberrimo monologo ‘sulla mollezza’:<< Questo è il lavoro più duro al mondo.[…]uno non dura 25 anni in questo mondo se è ‘mollo’>>. Il ché indurrebbe a pensare che l’allenatore di calcio, stimato professionista, li varrebbe tutti quei milioni per pensare a come salvare la Fiorentina dalla serie b e che, di conseguenza, un crollo nervoso ci possa anche stare. Ma l’allenatore di calcio non è il lavoro più duro del mondo. E’ un lavoro. E come molti lavori, soprattutto in Italia, segue la tendenza ad essere conservatore dal lato umano, laddove l’iper-tecnologia (che io declino come invadenza) permette a Massimo Caressa di leggere la marca sulle mutande di Antonio Cassano. No, dico: AntonioCassano.
Qualcuno una volta ha scritto (o detto) che quando si sbaglia è importante guardare allo stato d’animo col quale lo si fa. Mi chiedo a questo punto se la nostra natura sia la risultante tra i retaggi culturali e pedagogici, in conflitto con certi aspetti dell’individualità dell’uomo come animale-razionale, oppure se la natura sia già in contraddizione in partenza e le eredità culturali ed educative subentrino a complicare le cose in un secondo tempo. Bene o male si può agire, al di là delle proprie convinzioni morali, ma solo per brevi tragitti. Si può fare al massimo ‘un safari’ oltre noi stessi. Poi ci sentiamo brutti. Ovviamente ci sono indicazioni diagnostiche psico-fisiologiche per ognuna di queste reazioni, patologie temporanee della psiche che, secondo qualcuno, possono essere curate. Nel caso dell’ira spesso ci associamo la parola ‘raptus’. Possiamo, seppur teoreticamente, ritenere che Delio Rossi abbia, in via temporanea, sospeso la propria lucidità quel tanto che bastava per non aver più alcun intento pedagogico, come allenatore, mister, magister nei confronti di Ljajic?

Si ma.

C’è poi tutto quel discorso ‘ma lui ha nominato mia madre’. E qui subentrano i favolosi media che siccome non hanno un cazzo da scrivere perché il mondo su cui campano è quasi totalmente privo di cultura umanistica universitaria (leggasi personalità) e non ha niente di importante da dire, devono inventariare e chiudere il caso in giornata, per poi passare ad altre minchiate di ugual tenore. Sicché c’erano ruggini sedimentate nel rapporto tra il tecnico e il giovane atleta. Sicché si condanna il gesto, ma si trovano delle attenuanti. Sicché uno deve comunque portare rispetto ai più anziani. La violenza va sempre condannata, sia verbale ma soprattutto fisica.

Per come la vedo io: se entri in un bar e prendi per il culo un cinquantenne, seduto al banco con la sua birretta, e questo ti mena, ciò rientra in un ventaglio di possibilità che devi aspettarti. No, perché i valori dello sport, davanti a migliaia di spettatori (anche bambini) e De Cubertin e balle varie. Perché uno si porta i problemi anche allo stadio. Se poi ci aggiungiamo le già citate ‘antiche ruggini’ ecco che il gesto del povero Rossi assume tutto un altro aspetto e diventa ‘giustificabile’. La giustificazione è pura logica formale. Un ‘raptus’, mi soccorrano psicologi, non lo è. Quindi perché il gesto folle di Rossi dovrebbe essere giustificabile?

Semplice: perché, a volte, con i nostri pari, abbiano tenuto quegli atteggiamenti ostili e tracotanti che ci portano ad assumere quella conformazione del volto (occhi penduli, bocca beota semiaperta, colorito livido) che chiamano solo le botte. A volte le abbiamo prese, altre volte ci è andata meglio. In un rapporto stretto è così. Delio Rossi non ha perso la testa per tutte le stronzate inventate dai media, ma perché Adem Ljajic ha una faccia come il culo e se l’è andata a cercare e Rossi non era in grado di sopportare quel modo di fare così indisponente e quella faccia, oddio quella faccia, non dovrebbe nemmeno abbassarsi a chiedere scusa per quella faccia.

Il suo esonero? E’ colpa della DC. E’ tutta colpa della DC se siamo un popolo di smidollati.

P.S. E Ljajic, se credeva di aver ragione, doveva tornargliele.

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