Quello che (non) ho

Saranno tempi di decanter notturni e disincanti mattutini, ma sono resistito ventotto secondi alla prima di ‘Quello che (non) ho’. Eppure ero tra quelli che si è spellato le mani per la retorica pop-posticcia di ‘Vieni via con me’. Mi chiedo se sia per il fatto che ogni volta che vedo Saviano mi convinco sia senza cazzo. ‘Dickless’ direbbero gli anglofoni. Senza pene ma con due palle così: un’immagine orribile. – Vedi -, mi dico, – senza testosterone è così che finisci. Retorico, predicatorio e con pochi capelli sulla capa -. Stesso discorso per Fabio Fazio, sia chiaro. Quella sua bocca minuta e sardonica montata in mezzo ad un mare di zigomi. Fazio fazioso, ma a distanza di sicurezza, quel tanto che gli basta per essere impertinente ma non fastidioso, ironico ma mai pungente. Trasmigranti al largo di La7 per prevenzione: la rai è ancora un porto insicuro, zeppo di filibustieri in doppiopetto. Tuttavia non credo sia colpa del duo che ha sconquassato la televisione italiana e, nemmeno, come sostiene Belpietro, di un format quantomeno derivativo. La prima cosa che ho capito, e che allo stesso tempo non mi è stata insegnata, studiando filosofia, è che un recupero del reale significato delle parole è necessario. Necessario non perché ci permette di spiegarci, di farci capire. Necessario perché l’aderenza del pensiero al suo aspetto fonetico e fonologico è l’unico modo per non impazzire, per non rimanere imprigionati nell’inspiegato perché inspiegabile, nell’assurdo perché decontestualizzato. Anche l’assurdo ha un suo significato, a patto che l’assurdità abbia un suo senso all’interno del suo contesto. La superiorità della ‘langue’ nel moto d’esprimerci, non può e non deve sostituirsi alla grandezza della ‘parole’. E’ vero che un bambino inizia ad esprimersi senza l’ausilio della conoscenza diretta della lettere. Ma è semplice ripetizione che con il tempo, e una buona dose di ‘Uomini e donne’, diventa ripetitività. Vuoti simulacri di un mondo irrappresentabile perché incapace di descriversi. Usiamo ‘cosa’ al posto di ‘qualsiasi cosa’; trovo che la tradizione, tipicamente europea ed europeizzante, dei nomi propri di persona vada allargata: così tanti appellativi derivanti da una religiosità che non ci rappresenta più. Un ritorno alla calli-fonia, accompagnata da nuovi significati, porterebbe nuova linfa alla phantasia umana. Phantasia è il termine con cui, dai greci ai romani, si indicava il pensiero per immagini. Quel moto psicologico, un’attività interiore, come una visione, dove l’uomo stabilisce un contatto diretto ed autentico tra produttore e ricettore. Ma ci può essere questo ritorno alla calli-fonia  senza conoscere l’intrinseca realtà della sequenza di lettere e foni? Il risultato potrebbe tramutarsi in una semplice ibridazione tra culture e lingue; sicché ai ‘Giovanni’ si sostituiranno i ‘Kevin’ o i ‘John’. Non credo che un semplice lavorio di traslazione sia sufficiente. ‘Giovanni’, ad esempio, è una traduzione dall’ebraico e significa ‘dono di Dio’. Può un agnostico, seppur nato da credenti, definirsi ‘dono di Dio’? Lo rappresenta? E se anche fosse, quale differenza apparente potrebbe celarsi nella sorpresa di essere così in tanti a condividere fonemi che ci designano individualmente? Forse ci vorrebbero due nomi e un rito: il primo nome scelto dai genitori fino al compimento della maggiore età. E poi un rito civile, che diventerebbe nuova eredità culturale, nella ‘confermazione’ o in un ‘cambio’ che ci possa distinguere per quello che siamo diventati o per quello che vorremmo essere. Un nuovo inizio proprio dal punto in cui le responsabilità ricadono sulla persona e non più sulla famiglia.

Mi chiedo se sia giusto ereditare un mondo senza apportargli alcuna modifica sostanziale. Non notate un appiattimento della vita nel momento in cui le norme impediscono un’evoluzione? Che è un po’ il concetto nascosto dietro l’avatar su internet. Fuori sei solo un Daniele qualunque, nell’iper-reale puoi essere un demone, un falco, Cormac MacCarthy. Ma l’iper-reale non è nemmeno lontano parente del reale, ne è solo traslazione non-fisica. L’avatar, nella tradizione vedica, è una delle dieci possibili incarnazioni della divinità Vishnu. E se l’uomo è parte animale e parte dio, come si vocifera, non vedo come anche il più conservatore tra di voi, non si sia mai sentito ‘cambiato’ dalla sua doppia esistenza. Gli idioti non cambiano mai idea e soprattutto dicono sempre le stesse cose, tanto da far inorridire anche il paziente Saviano.

In definitiva trovo che il contenuto del programma sia coraggioso nell’hardware, ma malamente assestato nel software. Come ‘Vieniviaconme’, del resto. E’ un semplice escamotage per raccontare storie, più o meno sentite, senza grosso spazio per la phantasia. Ci trasmettono una direzione impostata dal senso, non trasgredendo le regole, ma cambiandone prospettiva. Tuttavia la forza di ‘Vieniviaconme’ era data dal contesto storico. C’era ancora Berlusconi. La denuncia aveva un significato profondo e le conseguenze inaspettate (come l’illuminato intervento di Maroni:<< Noi della Lega combattiamo l’Ndrangheta>>). In tempi di tecnocrazia, dove il Profeteo incatenato sta tentando di liberarsi dal giogo dell’estetica asettica, questa ribellione è più difficile. La nuova ira nascente, ingigantita più dai media che dalla sua reale consistenza, trova sulla sua strada un inesorabile frangiflutti nello Stato. Non ascolta, non parla, non si confida il premier Monti. E’ più attento alle cifre, senza tener conto (che paradosso) di quanto i numeri, dietro di sé, nascondano altre verità incontestabili, soprattutto quando tutti quei numeri sono interconnessi tra loro. E l’Italiano si scopre più povero non perché sia più tar-tassato, ma perché si ritrova ‘indifferente alle cose indifferenti’, come diceva Epitteto. Ossia incapace di una reazione perché tutto ciò che gli accade intorno, non prevede la sua volontà. Addirittura scarnifica anche quella gloriosa differenza tra ‘volere’ ed ‘aver voglia’, diluendole l’una nell’altra. Essere indifferenti alle cose indifferenti, non è tautologico a menefreghismo, tutt’altro. Ma accanto alla volontà si sta assottigliando lo strato di ghiaccio della libertà individuale e ciò frustra ogni veemenza. Ed è per questo che il quadro dirigente si sta facendo più attento alle consuetudini della popolazione, che in seno porta focolai di odio sociale.

Poi Gianfranco Turano su ‘L’espresso’ fuga ogni dubbio:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ti-droghi-dillo-al-ministro/2180271

Potrebbe anche essere una ricerca di mercato, come sostiene qualcuno, finanziata da qualche industria del caffè, come direbbe Max Pezzali. Oppure un modo per capire quanto l’effetto decanter, con cui esordivo in questo post, riesca ad annebbiare le coscienze. O forse è un modo per testare un eventuale aumento di certi ‘sedativi’ nella nostra dieta. Oppure l’ennesimo rigurgito di proibizionismo, promosso da una classe dirigente distaccata, vigliacca ed ipocrita. Leggendo articolo e questionario (di cui a breve una parodia su questo blog) mi vengono in mente due cose:

a) Non fidatevi mai di quelli che vi dicono ‘garantita la privacy’.
b) Ammesso che qualcuno ne senta l’esigenza, senza soldi è sempre stato un casino procurarsi la droga.

 

 

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2 pensieri su “Quello che (non) ho

  1. col link finale mi hai aperto un mondo, solo ora -ahimé- ho capito che tutti quei chili di sali da bagno che persone inutili ti regalano con moine di circostanza per i vari compleanni/natali dalla preadolescenza in poi non era il caso di sprecarli ad uso diserbante!

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