Come stai?

L’epoca del ‘come stai?’ è giunta al suo culmine senza che mai ci sia chiesti le intenzioni dell’interessamento. L’educazione sociale impone certe metafore tra le quali potremmo includere il saluto, anche verso individui che conosciamo di vista. La sua declinazione di vulgata, tradotta dal comune ‘come va?’ nasconde delle insidie di senso. Come va oggi o in generale? Il presente indicativo potrebbe essere una spia dialettica, ma noi siamo animali dediti all’astrazione e quindi la intendiamo sempre alla larga. Forse è per pigrizia o perché ‘per dipingere una parete grande, ti basta un pennello grande’. Descrivere con minuzia (e compulsivamente) il lasso di tempo tra due contigui ‘come stai?’ con la stessa persona, potrebbe entrare in aperto contrasto con gli orari delle poste o delle banche che, ricordo, chiudono alle 16.30. Forse i bancari sono vampiri al contrario: non vogliono stare al lavoro dopo il tramonto. In realtà la duplicità (minima) umana ci libera da noiosi excursus esistenziali all’angolo di via Mazzini indicandoci le grandi vie dell’umanità morale: ‘bene’ o ‘male’. La risposta ‘bene’ presuppone due cose: 1) Una reale felicità, come una inaspettata contentezza 2) <<Bene, le poste stanno per chiudere>>. Apparentemente anche la risposta ‘male’ prevede due aspetti non sempre conciliabili: a) Male-non-so-cosa-fare-aiuto e b) Sto male ma non ho voglia di parlarne. In realtà se proprio uno non ha voglia di parlarne non risponde ‘male’. Il male prevede un’insistenza, un appello forse inconscio alle capacità d’ascolto e taumaturgiche dell’altro. Ci sarebbe una terza opzione ma troppo boderline che potrebbe interessare giusto qualche sociologo:<< Sto male. Hai dell’eroina?>>. Ero partito dal presupposto che i contatti tra esseri umani, in una società evoluta, dovrebbero affidarsi alla pura volontà. Il soccorso dell’altro deve essere intenzionalmente voluto e ricercato; in tutti gli altri casi un equilibrato distacco e una quieta indifferenza garantirebbero meno perdite di tempo. Poi mi sono reso conto che esistono categorie di persone che vivono per intrattenere relazioni superficiali e che il ‘come stai?’ è l’orizzonte massimo della conoscenza. Sono morbosamente convinti che quella semplice locuzione interrogativa possa soddisfare un pan-desiderio di comune accettazione. Di conseguenza questo mio desiderio devo derubricarlo a mera misantropia utopica.

Io rispondo sempre ‘abbastanza’. Il senso di questo tic linguistico\psicologistico c’è chi lo ricercherebbe nel mio pessimismo ironico. Personalmente mi sono fornito una spiegazione più convincente: ‘abbastanza’ non è ovviamente abbastanza. Senza aggiungere ‘male o bene’ il termine rimane ambiguo. ‘Abbastanza’ contiene quel senso ibrido che convince l’inquisitore di potersi affidare all’espressione facciale per deliberare. Il mio consiglio è di mantenere una mimica atona e neutrale, per meglio metterlo in difficoltà. ‘Abbastanza’ è sufficientemente vago dal permettere all’altro una supposizione altrettanto vaga, che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti.

‘Abbastanza’ è il termine più vero che conosca nel frangente specifico. Un po’ perché la tragedia umana e giovanile prevede questa irrequietezza di fondo, un altro po’ perché non ci sarebbe nulla di meglio comprensibile per l’altro comune che mi rivolge il saluto.

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