Football Manager

Ci sono sessanta milioni di ‘Italiani’, ma sarebbe più preciso affermare che ci sono sessanta milioni di individui ad abitare lo stivale. Secondo stime fatte alla cazzo di cane, venti milioni di queste persone, ovvero una su tre, ieri sera stava guardando Italia-Irlanda di calcio, sfida decisiva per capire se la nazionale italiana facesse cagare o solo schifo. Proporzione debitamente rispettata dal mio nucleo famigliare ristretto: mio padre era davanti alla tv, mia madre ad un saggio di danza, io ad un seminario di antropologia applicata. Scelta coerente e nemmeno troppo ponderata la mia con il percorso voluto per i miei trent’anni. Se, come sospetto, la proliferazione del fenomeno calcio in questo paese, ha seguito l’ascesa e il consolidarsi del ceto medio, le ragioni contemporanee di tutti questi appassionati derivano dalla disgregazione assiologica dello stesso ceto. In una società dominata dall’obbligatorietà lavorativa e permeata dalla crisi economica, l’impresa sportiva è un’occasione di riscatto quasi personale. Per cui il pari con la Spagna simboleggiava la spartizione del deficit tra due colossi decaduti, la beffa con la Croazia un’amara lezione presa dalla gagliardia dei paesi emergenti, la vittoria con l’Irlanda una bella botta di culo. Nessuno mette in dubbio che il trionfo atletico, di cui il calcio è una discreta allegoria, sia una panacea per quanti debbano sgravare pesi e preoccupazioni; ciò che mi lascia perplesso è il concrezionarsi di tic linguistico-concettuali che lambiscono il mondo del calcio, nell’intersecarsi con la vita reale. La motivazione più ovvia e superficiale è che con la standardizzazione dell’industria culturale, oggi esistano più strumenti per ‘parlare di calcio’, utilizzando non solo le solite categorie del tifo. E’ vero, la componente ludica pare sempre sottomessa a quella campanilistica, ma la nobilitazione della categoria ‘allenatore da bar’ è uscita dagli esercizi pubblici, parcellizzandosi in rete e acquisendo una dignità inaspettata e in HD. Anche la grande espansione del sordido giro economico dietro le scommesse, ha ampliato l’orizzonte di quello che una volta era un rito italianissimo: la schedina. Ora non conta soltanto il risultato finale; il verdetto non è più inappellabile, perché il raggio d’azione delle scommesse ha intuito una grande verità statistica: aumentando il numero delle opzioni possibili, diminuisce il numero di vincitori. E all’aumentare di giocatori, diminuisce la ricchezza del montepremi. Anche perché, in verità, non c’è un vero e proprio montepremi, come per il Lotto o il vecchio Totocalcio. Ogni partita ha delle quotazioni e lo scommettitore deve orientarsi tra una selva di possibilità. Ma non è nemmeno questo: 1 x 2, all’epoca, erano gli unici dati di riferimento e ogni giocatore aveva il 33,3% periodico di azzeccare un risultato. Con una percentuale così ampia di vittoria, si imponeva una dinamica più stringente: il tredici. Il calcolo matematico è presto fatto 3:1=13:x. Inutile vi dica a quanto scende la percentuale di successo, il cui sfondo è determinato non solo dalla conoscenza effettiva del valore delle squadre in campo, dalla forma e dalle motivazioni, ma anche, come spesso accade, da fattori esterni quali l’arbitro e il caso, che potremmo analogicamente accomunare. Ora il mondo delle scommesse, pur basandosi essenzialmente su complicati dettagli statistici nella formulazione delle quote, ha risemantizzato il concetto. Accanto alle ineffabili categorie di fortuna e competenza, si affianca quella di opportunità. Una quotazione non è una certezza, ma una sirena fuorviante. Contrariamente a quanto un giocatore possa pensare razionalmente, una quotazione alta vale una giocata. E approfondendo in questa direzione il ragionamento, risulta evidente che anche il concetto di vincita è stato svuotato dell’antico significato. La probabilità di vincere non verte più sulla possibilità di cambiar vita. Vincere significa solo continuare a giocare. Dipende molto da che tipo di giocatore siete e da quanto decidete di scommettere, ma se alla base di giochi a premi come Win For Life c’è un vitalizio che vi permetterà una certa agiatezza, alla base delle varie Sisal, Bet and win, etc. c’è un sodalizio perpetuo con il vizio del gioco.

Questo è certamente un aspetto marginale della problematica a cui ho accennato in apertura. Il calcio nell’era di Sky è e rimane uno svago. Per quanto si stia tentando continuamente di costruirci sopra un’epica posticcia, questo sport, in questo paese, ciclicamente tenta di svincolarsi da certe dinamiche totalizzanti auto-infangandosi: scommesse negli anni’80, doping nei ’90, Moggiopoli in apertura dei 2000, Last Bet oggigiorno. In certi casi, come la parabola discendente di Luciano Moggi, l’unica motivazione apparente pare sia la vittoria. Ma la vittoria in società quotate in borsa equivale a ricchezza. Non credo di fare populismo ad affermare che la movimentazione di enormi risorse di denaro sia nel calcio preponderante rispetto ai valori sportivi, all’attaccamento ai colori sociali o ad una filosofia di gioco. Ecco spiegato perché allenatori validissimi come Marcelo ‘El Loco’ Bielsa o lo stesso Zeman sono idolatrati dalle tifoserie, spesso trasversali, a fronte di palmares poveri e di una ostilità serpeggiante nello stesso ambiente d’estrazione. Ed è qui il passaggio mentale fondamentale. Il calcio ha bisogno di filosofie di gioco. E’ lo stesso tifoso a farsi esperto, razionalizzatore e opinionista di una filosofia di gioco utopistica. Utopistica perché poco cose sono autoreferenziali come il football: presidenti despoti che licenziano allenatori al secondo risultato negativo, allenatori che sono ex giocatori e che si riciclano allenatori avendo seguito un corso fuffa a Coverciano, gregari dai piedi di balsa (cit.) spremuti fino al midollo per riempire con la quantità le lacune qualitative. Pochissime o nessuna filosofia di gioco è uscita dal calcio italiano che non sia catenaccio e contropiede. La nostra nazionale, con rare eccezioni, è  ancorata a questo stilema. Così abbiamo vinto un mondiale sei anni fa, così passiamo il turno agli Europei di Polonia e Ukraine quest’anno. Ed è a questo punto che un’istruzione media (e con media intendo universitaria), il bisogno di svago dopo l’attività lavorativa ed una tendenza ad identificarsi con un mondo che ci restituisce degli ignoranti colossali come eroi nazionali, fa sentire certi omuncoli non solo parte integrante del processo, ma addirittura in una posizione privilegiata quale: esperto di calcio.

Provo pietà e compassione per questi soggetti, davvero. Che parlano del fatto che Chiellini si è sganciato dalla linea difensiva, quando non sanno nemmeno come si integra nel gioco difensivo il movimento in anticipo di Chiellini. Si credono esperti di tattica, quando la tattica è subordinata ad altri due elementi essenziali nel gioco di calcio: velocità e precisione di movimento, che sono propedeutici allo scopo stesso del gioco ovvero fare gol. Bielsa allena al mattino la difesa e al pomeriggio centrocampo e attacco. Per poi integrare i movimenti in sedute uniche. Il numero di movimenti e le opzioni di gioco di Bielsa (debitamente espressi nel bel libro ‘Les Razones del Loco’) sono di tale quantità e precisamente raffinate che chiunque provi a portargli una critica potrebbe venire tacciato di ‘speculazione’. E così credo che qualsiasi allenatore sia molto pignolo nel disegnare uno scacchiere tattico personale. Così la critica a freddo, come a caldo, è incontestuale, arrogante e sibillina. Mi chiedo se gli ex allenatori da bar, ora allenatori da forum o da facebook, si rendano conto del tempo che perdono a speculare su faccende che non solo non li riguardano, ma su cui dovrebbero tacere, come disse Wittgenstein. Non solo perché un corso di tattica, come il sottoscritto, non l’hanno mai sostenuto, ma in virtù del fatto che si sentono legittimati ad esprimere la loro opinione sulla scorta del numero di partite che hanno visto. Il vero volto superbo del populismo, una conoscenza per via aforismica che li riduce al rango dei vari Cassano e Balotelli. Anzi peggio: perché Cassano ci guadagna da ciò, loro ci guadagnano solo in ridicolezza.

A questo punto perché non continui a lavorare al pc? Oppure facci l’ennesima recensione importante, che quello è forse più il tuo campo, Donnie. Io gli ignoranti non li sopporto, soprattutto quelli che non sanno di esserlo e si esprimono su frasari consolidati per fare meno fatica o perché non sanno fare altro. O come si diceva una volta: datti all’ippica.

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