Odisseo

Pioveva ininterrottamente da due o tre giorni. Una pioggia che non ti dico.

Cormac MacCarthy (quello vero) – No country for old men –

Perché per definire qualcosa di impercettibilmente variabile, anche se in modo continuo, abbiamo bisogno che sia sempre ineffabile e assoluto. Il superlativo di quando arricchiamo un racconto con una descrizione sul tempo atmosferico dovrebbe essere sempre corroborata da un testimone, per essere davvero assoluto. O almeno questo è ciò che credono gli uomini.

Il vecchio guardò l’altro vecchio all’altro capo del tavolo, quasi a cercare la forza di ricordare. La guerra ti nobilita solo se la tratti come una cosa che hai fatto, non che hai subìto. Se mai fosse possibile. :- Eravamo penetrati in una garitta di pietra annerita del nemico, cercando codici o informazioni utili da inviare via radio al comando:-, attaccò il vecchio rivolto al giovane. Sospirò, poi riprese:- Pioveva ininterrottamente da due o tre giorni. Una pioggia che non ti dico:-. Il vecchio spinse il mento verso l’altro vecchio, che lo fissava con le braccia e gli occhi penzoloni, a cercar conforto sulla pioggia di quei giorni di guerra. L’altro vecchio corrugò la fronte e strinse gli occhi in quella tipica espressione che potrebbe indicare molte cose: non hai idea di quanta acqua. Tutto il mondo era una parete d’acqua. Sto cercando di ricordare, ma cadeva davvero tanta acqua. Hai qualcosa tra i denti? Lo sguardo di quando cerchi tra i cespugli le chiavi di riserva. O tra la penombra di una faggeta di giugno. Quando tenti di calcolare a spasmi quanto manca alla vetta. Quando fissi dubbioso tua moglie che parla prima di aver pensato. Una cazzata del governo.

Jonathan Frazen disse dell’amico Foster Wallace che era il più grande narratore di tempo atmosferico vivente, ma che gli era totalmente indifferente. Ecco perché non è più vivente. Conosco persone che farebbero qualsiasi cosa entro o oltre le loro possibilità pur di stare con altre persone. Individui che dicono che il calore tra umani sia un qualcosa che li fa emozionare o commuovere o che dà un senso alla loro esistenza. Una vita che si aggiunge alla loro per ricordarli che  non sono finestrini che sfrecciano sul mondo. Un altro mio conoscente mi rivelò che per lui gli animali stanno ad un livello molto basso di considerazione, ma che gli esseri umani stavano ancora più in basso. Forse perché gli esseri umani tendono a dare molto peso alla loro capacità pedagogica. Intrinsecamente danno degli stupidi ai loro cani, ma si stupiscono dei progressi cognitivi verso l’umanizzazione. Una cosa aberrante. Probabilmente è questo aspetto così amalgamante ad averlo inacidito a tal punto. L’altro amico gli suggerirebbe di trovarsi una donna; ed avrebbe anche ragione in linea teorica. Ma credo che il problema sia più profondo: se siamo così sciocchi dal non trovare una denominazione corretta ai sentimenti, allora siamo anche in grado di provare la stessa cosa per un cane e per un umano. E siccome siamo in piena fase discensionale dal neo-cinismo uno potrebbe pensare che sì, è meglio un cane, che se ti stufi almeno lo puoi abbandonare in autostrada.

La luna scostò le sue tende con il palmo d’argento, sorridendo ad una sinusoide di alberi neri che erano verde scuro solo con gli occhi della mente. Mi baciava quella brezza che uno se la immagina un po’ come vuole, ma che è un archetipo, un’idea. Il silenzio era composto dallo scorrere d’acqua a fondo valle. Che dalla terrazza sembrava un ronzio e che là sotto non ci senti ad un metro di distanza. Si sa che il silenzio non è mai vero silenzio, ma la sorpresa ti riempie il cuore quando è più silenzio. E ci sono almeno tre sensi coinvolti nel sublime, che io evoco quotidianamente con una pennichella pomeridiana. Dormo e sogno di dormire, sospinto dall’archetipo su di un’amaca appesa da un lato al ciliegio della vita e dall’altro sorretta da mio padre che ha il volto affaticato e gli tremano le braccia. So che non vuole farmi cadere, ed io piango un po’ perché non voglio che faccia fatica. Mia madre è alle sue spalle ed è vestita come sua madre, gli dice di lasciar stare che uno, dopo un po’, deve farcela da solo ma piange un po’ anche lei. Mio padre scuote la testa; non tanto perché non abbia ragione, ma perché sa che se mi lascerà cadere, il mondo ai piedi mi scuoierà vivo, mi taglierà i capelli, mi farà rinunciare ai miei sogni che sono un po’ i suoi. E nel sogno capisco che non sa, anche se lo spera, che la mia via è del tutto spirituale. Che vivo la mia eterosessualità con la Natura. Che la luna è mia confidente. E che morire è davvero tornare a casa, diventando quell’idea di brezza che bisbiglia qualcosa a qualcuno in qualche altro luogo. Gli tendo la mano ma il dondolio è dolce. Forse rimarrò qui un altro po’.

Mi emoziona guardare il tempo che cambia. Perché il tempo, nonostante si scriva allo stesso modo, quel tempo, non la durata e nemmeno la scansione cronologica, è inafferrabile. Quando tento di contenerlo, dentro di me o nelle parole, sento che il sistema va in cortocircuito e scatta il salvavita. Sento il ronzio dell’elettricità prodotta dalla ragione che tenta di illuminare un’idea. E poi blackout. E’ scappato, fuggito, via per sempre così com’era. L’intuizione mi lascia una scia di filo di rame incandescente nelle retine, cosicché io posso asserire con cognizione di causa di essere il migliore degli esseri umani. Perché nel bagliore prodotto dal cortocircuito ho visto qualcosa, prima che tutto piombasse di nuovo nel buio e nel freddo. A volte posso richiamare alla mente tutto l’intero paesaggio, come una fotografia al negativo. E gli alberi incombono funerei, perché l’idea di albero nella mia mente è il cedro fuori di casa. Il resto sono formule matematiche direbbe un matematico o un filosofo. Non essendo nessuno dei due, dico che sono forme. E che se avrete pazienza un giorno ve le descriverò. Di volta in volta. Ma non sono gli esseri umani a farmi questo effetto, né quello che dicono. Ciò che dicono lo so già e se anche non lo sapessi di certo non mi stupirei della mia limitatezza. Ma prima di essere concetti, prima quindi di poter giudicare (positivamente o negativamente) il loro contenuto, sono suoni. E questi suoni, in certi momenti, non li trovo sgradevoli. Una volta ho detto che quando guardo un uomo o una donna vedo degli organi interni che chiacchierano troppo per i miei gusti, ma confesso di essere stato ingiusto. La mia socialità è legata al fatto che sono affezionato a certi suoni, a certe inflessioni, a certi mugolii inconsci che fanno compagnia. E anche a certe espressioni. Dire che ne sono affezionato, tuttavia, non significa che non ne farei a meno. E’ una sorta di comodità.

Ho fatto un sogno su mia madre l’altro giorno. Di notte non sogno mai perché dormo troppo profondamente. Eravamo sul patio di casa e lei era distesa sul lettino da mare con una paletta per interrare i fiori nuova di zecca che utilizzava come schermo rifrangente. Mi ripeteva che compiere gli anni, man mano che s’invecchia, ci ricorda troppo da vicino che dobbiamo morire. Io le ho detto che lei pensa sempre che gli altri muoiano. E che pensarlo non significa capirlo o accettarlo. Allora lei ci ha pensato su con gli occhi ora azzurri, ora verdi che mi fissavano e mi disse che c’era ancora bisogno di lei. Che io non ero sistemato e che doveva badare a mio padre che non sa neanche farsi una pastasciutta da solo. Io ho replicato che non parlavo della sua di morte. E che mio padre avrebbe dovuto fare di necessità virtù. Che se io mi sentivo vecchio come il mondo, figurarsi lei. E che tenerci vivi tutti è uno sforzo assurdo. Lei abbassò la paletta e i denti di sotto sembravano quelli dei piranha. Sentimi bene, mi disse. Se io vi tengo vicini, non vi succederà niente. Verranno anche gli addii, ma sono sempre molto veloci, quasi non te li aspetti perché tentenni sempre nel prepararti. Ho ribattuto che la preparazione non equivale ad una preservazione. E lei ha risposto che infatti con me hanno sbagliato. Io gli ho detto che non hanno sbagliato. Voi pensate di aver fatto una sola cosa giusta nel mondo, che è stare insieme. E che automaticamente il prodotto del vostro stare insieme sia giusto. Ma io non sono giusto. Sono solo uno spettro probabilistico delle vostre speranzose proiezioni. Mio padre, ad esempio, è preoccupato che io non capisca il valore della vita (l’amore ndr). Ma potrei dirgli che io comprendo benissimo il valore della vita, ma non comprendo quello della mia vita. Tu, invece, sei preoccupata che io sia uno scansafatiche e che questo mi precluderà ogni possibilità. Tra la tua visione e quella del papà c’è solo uno scarto teoretico-pratico, ma è la stessa cosa. In entrambi i casi si tratta di impegno e responsabilità. Mi chiede se ne sono in grado. Non lo so. E’ quello che sto cercando di capire. Ma la metterei giù anche in un altro modo: mi chiedo se per tutti vale la stessa cosa. Poi mi sono svegliato.

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