Memorandum I

Scusate la ridondante tautologia e il solipsismo sotteso: i tempi sono quello che sono. Trovare un fil rouge anche tra eventi cronologicamente ravvicinati pare più irrealistico che improbo. Forse questa continuità è da ricercare al negativo, nella discontinuità quindi, anch’essa trattata come elemento agglutinante e non disgiungente. Poco credibile: è la tattica repubblichina da quotidiano nazionale, la cui tiratura è ormai un sartoriale patchwork virtuale;  la firma sarà pure autoriale, ma la realizzazione, anzi l’accostamento stesso, denota un retrogrado gusto kitsch. Per me la tecnica migliore per descrivere i tempi che corrono per inseguirsi, rimane immutata dall’Alighieri, come punto più compiuto, in poi:  il grande cantore dell’allegoria. Certo le tematiche passano a volo radente ed il volgarizzamento dell’immagine e della parola dovrebbe comportare, se non altro, la selettività indagante. Ma, come accennato, i tempi sono quello che sono e nella frase fatta si nasconde ciò di cui non siamo mai riusciti pienamente a liberarci: della decadenza. E se ad inizio secolo il crepuscolarismo aveva una ben radicata ragion d’essere, oggi che di quella esiziale annunciazione siamo sopravvissuti irrisolti più che testimoni viventi, accettiamo solo lo spettro descrittivo e superficiale del panorama devastato. Vien da sé che alla bocca rimane il salmastro retrogusto sensazionalistico, più che la succosa polpa contenutistica.

Politica di costume.
Tiene banco sulle vetrinette online il discinto esordio (o semi-esordio) della Minetti politicante in costume. Immagini e video della sfilata sono il pronao voyeuristico del giornalista moderno. Con moderno vorrei effettuare una riappropriazione semantica del termine. Non modernista, non contemporaneo, né post-qualcosa. Moderno, è riconosciuto, è un aggettivo vetusto che richiama alla mente salotti pomposi, troni in vimini e salette fumose con tazze da thè in porcellana e can can di sottofondo. Lasciamo perdere l’immaginario collettivo e concentriamoci per un attimo – vi chiedo questo sforzo- sull’utilità della notizia. Nicole Minetti è consigliere regionale della Lombardia in forza al Pdl. Forse alcuni di voi che ne leggono la fotocronaca settimanale, fatta di gossip raffazzonati e scatti rubati all’agricoltura,  se lo dimenticano. Come tanti altri si saranno dimenticati, a causa della sua divinizzazione estetica, che era l’ex igienista dentale dell’ex presidente del consiglio: l’Innominabile (non tanto perché lo fanno già tutti, quanto perché spero che non verbalizzandolo si dilegui dalla scena politica e dalla memoria). Indagata insieme all’Innominato nello scandalo Ruby-gate e vicina, in tempi più che sospetti, alle promiscue alcove di Lele Mora. Nicole Minetti vive del suo lavoro (e ne ha ben donde) ed è, ad un livello sociologico elementare, un nuovo portavoce della vecchia politica spettacolarizzabile. Non è bella, è avvenente e nessuno dubita delle sue qualità extracurricolari, per quanto ritoccate dal chirurgo. Che il salto da oggetto anonimo, ad oggetto anomalo, fino ad oggetto desiderabile (s’intende oggetto politico, in quanto soggetto sarebbe troppo ardito) sia stato fatto in due passaggi netti dalla stampa, dovrebbe farci diffidare a priori sul personaggio. Ma qui non è tanto in gioco la credibilità di un consigliere regionale che mercifica il suo corpo per una sfilata di costumi da bagno, quanto il morboso e maschilista prototipo del giornalista feticcio. Non lui feticcio, ma pronto ad immolarsi di ‘gran carriera’ al feticcio del momento. Le domande pepate e le frecciatine del navigato inquisitore mediatico sono sempre meno ficcanti e sempre più contingenti. << Perché ha deciso di dedicarsi alla moda?>>. La risposta è ordinanza allo stato brado, politichese in grado zero, berlusconismo farsesco:<< Per aiutare l’economia>>. La fiacca frecciata di replica non è altro che uno scadente espediente retorico:<< Non pensa che, come personaggio politico, potrebbe aiutare l’economia in altro modo?>>. Ovviamente la risposta è una semplice parafrasi del classicissimo ‘non ho capito la domanda’:<< Perché un politico non può mettersi in costume?!>>. Basta, fine servizio, chiappe e spumante per tutti. Le questioni sollevate dal giornalista de ‘La Repubblica’, nel caso specifico, sono solo residuali e fanno parte del bagaglio collettivo che Nicole-Minetti-Consigliere-Regionale si porterà dietro fino a dimissioni-fine mandato. Quello che risalta chiaramente è che l’improbabile consigliere acquista naturalmente valore ontologico nel momento in cui fa ciò per cui è più portata: la modella. E che la contingenza di essere stata l’amante dell’Innominato, l’ha relegata a pedina da dama in un gioco di scacchi ben più alto del suo Q.I. Niente di male se non fosse che anche l’inserzionista figlio della pornofilia misogina la pensa allo stesso modo e lo rimarca quotidianamente ed in modo smaccato. Siamo di fronte alla cruda verità della notizia semi-nuda, che accanto al dato quantitativo (una volta era la copia venduta, oggi è il clic), si compone di un basso istinto pornografico-onanista. La non-notizia è solo un pretesto per banalizzare ciò che lo yuppismo ha scoperchiato: che niente vende quanto il sesso. Che avanguardia! Siamo ai livelli di Fabio Volo e nella zona sfumata di grigio che vende più della solidarietà ai terremotati.

Ora non confondiamo i piani. Nicole Minetti fa benissimo a sfruttare l’onda di popolarità che le è piovuta addosso a mo’ di guano, inzaccherandone passato e presente. L’unico modo per ritagliarsi un ‘posto al sole’, come si diceva in tempi di Imperialismo, è digerire le vere o presunte maldicenze, indossare la maschera di tolla dell’indifferenza e della negazione ad ogni costo, fingere di venerare in modo persistente ed ostinato le idee politico-ideologiche del mentore-amante, che non ha di certo atteso molto per sbarazzarsi della zavorra siliconata e riciclare il mestiere più antico del mondo, tentando di non renderlo troppo incongruente con il presente prossimo istituzionalizzato. Nicole deve solo tenere a mente una componente ineluttabile e formidabile dello showbiz: la sua escalation d’immagine dovrà sempre osare di più. E se in così poco tempo ha già (s)vestito certo panni, non è poi tanto remoto il luogo in cui Schicchi si è ritirato, in attesa. Se Madonna non avesse sconvolto e svenduto, non sarebbe arrivata al terzo album. Solo che Madonna le idee le ha chiare. Nicole, invece, è legata come un burattino al qualunquista che la sbatte in prima pagina. Nel momento in cui il giornalista si sarà dedicato ad altro, al prossimo fenomeno. Nel momento in cui il suo corpo non sarà più oggetto desiderante della pubblica perversione, ma diverrà oggetto da soffitta. Nel momento in cui lo stesso cognome ‘Minetti’ ci ricorderà solamente la medagliata para-olimpica,  sanremese, miss Italia e cieca Annalisa, nemmeno il giornalista che ora ne incensa il di dietro (quello sì olimpico) farà ammenda della mancanza di stile, di contenuto e di deontologia disciplinare che il suo mestiere impone. Forse il suo gesto si volgerà alla satira, sperando di essere catalogato come tale, nel momento del giudizio.

L’imbarbarimento dei tempi, a volte, è soltanto uno sguardo senza censure non solo verso un’idolatria, ma verso un feticcio, a prioristicamente, momentaneo e posticcio.

P.S. Dimenticavo voi, miei prodi figli delle pugnette

http://foto.ilsole24ore.com/Moda/Speciale-Sfilate/2012/minetti-nicole-parah/minetti-nicole-parah_fotogallery.php

 

P.P.S. Se avesse il cazzo sarebbe la mia donna ideale.

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