Una riservatezza dolorosamente sperimentata.

Sono sempre stato un ciarliere. Se avessi studiato metodicamente le regole retoriche sarei uno dei tanti impostori che affollano questo mondo sponsorizzato. Non ho mai pensato, in cuor mio, che un segreto rivelatomi fosse un vero segreto. Il segreto è celato tra interstizi odorosi; siamo così zeppi di segreti da non riuscire a distinguerli l’uno dall’altro e allora ce ne inventiamo degli altri. Non sono segreti, sono – diremmo oggi- dei gossip, delle storie. La vita è progressione di storie, poco più (o poco meno) che leggende metropolitane che si tramandano di noi. Non lo dico io, lo credette possibile McIntyre. Ma ci sono storie che smettono di essere raccontate. Un po’ per ignavia dei protagonisti, un po’ perché nessuno vuol fare la fine del biografo-scrivano di alcuno. Chi li leggerebbe più che altro. Le storie sommerse formano una falda che emerge come risorgiva acquitrinosa ed è silente passeggera dell’esistenza. Un fantasma di cose non dette non tanto perché manchino gli interlocutori, quanto perché si vaporizzano i momenti d’ascolto. Non smettiamo di ciarlare, smettiamo di raccontare. E per converso gli altri smettono di prestar attenzione. Trasfiguriamo il nostro archivio interiore in un inter-spazio tra i due mondi, un po’ reale e un po’ fantastico, dal montaggio serrato e la fotografia sgranata, sicché ci trasformiamo in portatori seriali di meta-realtà, di romanzo. E soltanto chi occupa un cantuccio in parte a voi avrà qualcosa da tramandare, perché nessuno frugherà tra i cassetti in cerca del vostro capolavoro inedito. E se per disgrazia qualcuno deciderà di barattare la quantità dei rapporti interpersonali, con la qualità degli stessi, avrà la sensazione di un totale annichilimento rispetto al mondo esterno, una separazione amniotica nei confronti di tutto ciò che lo circonda. Semplicemente perché le sue storie non vengono più raccontate e sprofondano nelle viscere di una Madre che si ammala per noi.

Ricordo di quando, alla fine del liceo, venne fuori che il gay della classe scoprì di essere gay. Wow, inaspettato. Quando me lo bisbigliarono all’orecchio, con la promessa di non farne parola, non pensai, ingenuamente che intendessero ‘proprio a nessuno’. Sicché lo rivelai tutto eccitato ad una, forse un paio di persone, finché giunse all’orecchio della madre del fondatore del club ‘amici di Kledi Kadiu’ e di lì al mondo intiero. Per cui fu un caso di ‘coming out’ non propriamente spontaneo. Mi vennero riferite reprimende e frasi impronunciabili sul mio conto, mai direttamente, che lasciavano trasparire un certo risentimento.
Qualche tempo dopo scoppiò il ‘gang-gate’, cioè io che me la spassavo da anni con cinque ragazze ufficiali diverse, non solo tutte della stessa regione, ma tutte della stessa provincia, illudendole e tradendole. Vi lascio immaginare, in un mondo conservatore come questo, come possa esserne uscita la mia immagine. Per molti dei miei amici, con i quali ho condiviso se non altro molto tempo, potrei essere morto. Probabilmente anche per le cinque ragazze di cui sopra. Questo è quello che racconto, nudo e crudo. Non mi vendo per la vittima di un gioco più grande di me; prendo le mie responsabilità e mi accollo l’odio degli altri. Non mi rende felice, ma lo faccio con spensierata serietà. Quanti di coloro che hanno smesso di vivermi conoscono qualcosa di me? Quanti di coloro che si sono già fatti un’opinione di me ora sanno come io sia diventato a causa di quelle (in)decisioni?

Ma quello che più mi preme farvi capire è questo: in mezzo a questa ‘biografia ufficiale’ cosa c’è? E oltre ad essa cosa c’è? Tutta la mia vita. Dove si è formata, dove si è nascosta, dove si è sobillata, dove si è ostruita e strutturata. La gogna pubblica, i marchi sociali, il ricordo molesto non sono nulla al confronto di questa scultura caotica che si è plasmata all’ombra dei macro-episodi agiografici. Dal par mio ho fatto cose ben peggiori di quelle di cui sopra, cose che valgono la pena di essere raccontate e svergognate, in un modo o nell’altro, senza aver timore del publicum iudicium. E ho conosciuto persone, prima e poi, ben più importanti e fondamentali per capire in quale quadrante astrale collocarmi. E di questi fatti o persone nessuno parla. Tutto ciò che deve emergere è solo il marcio dentro di noi. Le marachelle. I delitti. Le corna. Queste storie sono state già raccontate, in ogni luogo e tempo. Mentre dei nostri fantasmi nessuno parla mai. Forse perché troppo calati nel ‘particulare’, forse perché discontinui o in apparenza superflui. Trovo solo assurdo che si sia così pronti a giudicare e così sordi nell’ascoltare e nel cogliere i segni o, più semplicemente, i sogni degli altri.

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