Dal pessimismo cosmico al pessimismo storico

Elsa Fornero  ha perso un’altra occasione per starsene zitta, ma in fin dei conti era tra gli obiettivi del governo tecnico quello di cambiare mentalità e definizioni dell’Italia e dell’Italiano, soprattutto se medio. Questione di etichetta verrebbe da supporre: questione di contingenza, in realtà. D’altro canto si deve anche trovare un nuovo nome alla precarietà, senza che suoni così negativa e pervasiva. Che sia ‘choosy’, ‘viziatello’ (termine più adatto nel Paese della commedia all’italiana) o ‘sfigato’ come disse lo scapigliato Martone, poco importa. Monti si è più concentrato ai disastri strutturali, come l’evasione fiscale, ma questa è la linea di pensiero del governo: inutile richiedere lavori per i quali si sia studiato; l’adattamento, in natura, è spiccato carattere darwiniano per la sopravvivenza. Robert Pattison a parte, l’illuminante libro di Don DeLillo ‘Cosmopolis’ offre una chiave di lettura intelligente. Da una parte studenti e precari che chiedono ‘lavoro’ e ‘futuro’ come se sapessero di cosa stanno parlando. Dall’altra parte un quadro dirigente vetusto ed inzaccherato che sposta semanticamente le definizioni per impotenza. E che si fotta Platone con il suo ‘ognuno dovrebbe occuparsi di ciò per cui è naturalmente propenso’. Siamo troppi e con troppe richieste, aspirazioni, ideali preconcetti. DeLillo nega possa esserci una vera rivolta sociale, nega persino che le richieste, per quanto legittime, del popolo inferocito, siano autentiche. Esse sono prodotto stesso del sistema intrappolante. La necessità di un lavoro salariato e tassato è condizione del capitalismo. Non si può urlare al nuovo (sistema) utilizzando le regole vecchie e i vecchi slogan. Questo significa non aver nemmeno focalizzato la situazione globale. E la situazione globale è la seguente: non c’è una situazione globale al di fuori del capitalismo, che non sia marginale e minoritaria. La globalizzazione, nel senso più positivo del termine, ha fallito, proprio perché tornare indietro è impossibile. Il contenitore entro il quale ci è stata venduta è un cavallo di Troia o senza scomodare Omero e, risultando più twothousandandtwelve, un trojan. Severino analizza la realtà da una prospettiva più antropologica: l’Islam non è figlio di un’altra cultura. L’Islam è appendice integrata occidentale. Siamo debitori con velleità da creditori nei confronti dell’Islam. Non si può temere la supposta crudeltà sociale o arretratezza culturale, perché essa è convergente con il sistema economico sovrastante. E il trojan si infiltra anche in sacche di popolazione che sembrano inattaccabili. Basta vedere il comportamento delle nuove generazioni di immigrati: non sono portatori stagni della loro cultura d’origine, ma modelli meticci di un’interculturalità crossover basata su esempi telegenici occidentali. Così il nero non esibirà più un’immaginario derivante dalla policromia africana, ma un perfetto clone della controcultura black nata negli Stati Uniti per motivi del tutto validi là, ex (?) patria dello schiavismo, ma incontestuali qui da noi. L’incontro\scontro tra bianchi e neri (se ancora così può essere definito) non è più materia per sociologi ma per stilisti. Se l’integrazione dev’essere affrontata in termini così superficiali ovvio che il rischio, dall’altro lato, è il riaccendersi di focolai neo-nazisti e discorsi sulla razza che andrebbero vietati per legge. Lo stesso termine ‘razza’ andrebbe cancellato dal vocabolario del mondo. E se l’abito continua a fare il monaco è solo colpa nostra e della nostra ignoranza abissale. Persino l’Inghilterra e i propri sogni d’Impero mai del tutto infranti, è vittima di un processo spersonalizzante che non ha più spinta innovativa, ma solo spirito di quiescenza e adattamento ai luoghi comuni. L’arte, altro termine che andrebbe ri-semantizzato, pena l’uso improprio, non ha più alcuna carica creativa, ma il massimo a cui può aspirare è scandalizzare.
In tutto ciò i nostri ottuagenari governanti sono coloro che recano in sé la vera carica eversiva travestita da conservatorismo. Sono coloro che adombrano la realtà facendosi portavoce di un mondo che – non solo si sta estinguendo- è eredità di condanna. E se i modelli che ci rappresentano non sono in grado di favorire i cambiamenti, se la loro immagine appare così ridicolmente arretrata, perché mai dovremo offenderci per le loro definizioni? Perché mai dovrei spaventarmi se un Berlusconi (con l’indeterminativo d’obbligo) decide di suicidarsi politicamente, proponendo un maquillage di vecchi istituzioni politiche -cambiando nome, inno e simbolo, ma con gli stessi ridicoli personaggi di sempre-, quando la loro eredità non potrà mai essere peggio di così? La loro paura è quella che con Grillo o chi per lui, tutto ciò che credono di aver costruito possa frantumarsi. Ma ciò non è possibile. Hanno già dato il peggio di loro e Berlusconi ormai è solo una minaccia sulla carta. La sua mitomania potrebbe essere solo un ulteriore danno d’immagine e di credibilità, ma l’immaginario di cui è portatore è penetrato ad ogni livello sociale. Ciò che dovrebbero fare a questo punto è farsi da parte e godersi lo sfacelo. Un ultimo appello alla crusca: anche l’aggettivo ‘nuovo’ non ha alcun significato. Diffidiamo da chi usa questo termine in qualsiasi discorso di natura.

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