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Dopo averne letto superficialmente sintomi ed effetti, sono giunto alla conclusione che non soffro della sindrome di Asperger, quella forma di autismo per la quale imbracci un semiautomatico e freddi un intero circolo di giovani del Pdl.

Secondo la posizione psichiatrica odierna, prima che mi abbioccassi alla quarta riga, solo alcuni sintomi mi appartengono; di conseguenza, converrete, che oltre a non avere la sindrome di Asperger, non sono nemmeno ipocondriaco. L’eziologia è ancora sconosciuta, ma tra i suoi effetti c’è quello di farti fare una pipì odorosamente penetrante.

Ieri scorrevo l’elenco delle ‘stragi’ che sono avvenute nell’ultimo anno solare nella più grande democrazia del mondo e, Messi si metta l’animo in pace, il record è loro. Il presidente UEFA, Platini, e quello FIFA Blatter si complimentano con gli americani.

Lasciate per un attimo che mi esplichi: non sto parlando di omicidi isolati, figli della criminalità o della passionalità, sto parlando di stragi. Ovvero di uno che scende in strada ad armi spianate e, senza criterio, comincia ad abbattere concittadini di qualunque razza ed età. A volte ci sono intenti xenofobi, altre volte c’entra la famiglia, ma il dato comune delle stragi è che ne ammazzi almeno 4\5 al colpo, per poi suicidarti, che è il vero minimo comune denominatore stragista.

Ciò ha un triplice effetto domino: 1) far piangere Obama. 2) Far rimettere nel lettore degli americani il dvd di Bowling for Columbine. 3) La fiaccolata di ordinanza nei luoghi del disastro. Che se ci pensate in Inghilterra la fanno uguale ma per altri motivi: nascita o morte o matrimonio di un reale.

Ciò apre una serie di dibattiti circolari a numero chiuso sulla detenzione delle armi negli Stati Uniti. E Michael Moore posta su Instagram le foto della sua possente erezione (in una angolatura da sotto, altrimenti non si vede niente). Ma pensate sia questo il vero problema? Io non mi fermo mai al primo causa-effetto e, a mio modesto parere, la facilità con cui tutti si possono reperire armi da fuoco è solo un drammatico corollario di una causa allargata, più antropologico-culturale. E’ l’immaginario americano ad essere intriso di violenza. La facilità con cui nei film si toglie la vita, da parte sia dei buoni che dei cattivi, dimostra come questa sia l’unica soluzione contemplabile. Se poi si analizzano i prototipi incarnati negli attori risulta che il killer è sempre freddo e preparato, mentalmente instabile ma letale, mentre l’eroe è quasi sempre per caso.

La risoluzione del conflitto avviene secondo peripezie organizzate e il cattivo muore solo alla fine, mentre il buono è pieno di tagli, ferite e contusioni, segno della sua impreparazione. E’ come se, anche nei film, il bene fosse incapace ad una azione preventiva e il torbido che si annida nei bassi strati dimenticati di una società fagocitante, fosse quasi sorprendente. Certo questi eventi non sono prevedibili, ma seguendo un modello statistico, ormai una realtà con cui fare i conti. Verrebbe da dire: contenti loro. Il fatto è che in episodi del genere non c’è alcun Bruce Willis che intuisce il disastro. Le stragi avvengono nella più totale impunità e nel più totale disprezzo della vita. Non c’è alcun salvatore, se non tardivo. Sicchè il mito hollywoodiano dell’eroe è la parte che rende il racconto realmente inverosimile. Il male ne esce rafforzato sia a livello icastico che sociologico e si cristallizza in menti instabili e provate.

C’è un’ultima amara considerazione. La solitudine con cui queste realtà marginali (chissà marginali sino a che punto) vengono abbandonate a loro stesse è preoccupante. Non esiste una mamma-America per questi soggetti. Anzi il loro isolamento produce vendetta e morte come propulsore essenziale. E se ci dimentichiamo dei poveri, dei reietti, dei deboli (perché il killer è a sua volta una vittima di un sistema ipnotizzante) quale grado di civiltà abbiamo raggiunto? L’etica di uno stato e dei suoi cittadini si misura soprattutto in queste cose e allora mi chiedo: cosa vuol dire essere americani dopo il Connecticut?

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