Elezioni 2013: istruzioni per l’uso.

Siccome di tempo per valutazioni serie e raffronti concreti non ci sarà, è bene visualizzare il panorama politico come si sta configurando, prima che il valzer di dibatti e ridibatti fiacchi irreparabilmente la nostra volontà di usufruire di un diritto costituzionale. Questo post non potrà, in alcun modo, non rappresentare una via capziosa nel giudicare la mappa politica odierna, perché anche solo annunciare la propria imparzialità o terzietà, è un trucco retorico per legittimare e consolidare delle posizioni. Di conseguenza non è nel mio interesse convincere uno di destra a votare a sinistra o viceversa, quanto più delineare un quadro coerente che non sfoci nel ridicolo bi-partitismo (o scontro tra destra e sinistra) che nel nostro Paese non ha alcun sostrato d’essere. In più vorrei che anche coloro non si siano mai addentrati nei meandri della politica italica, anche coloro che non abbiano gli strumenti culturali minimi per comprendere la fitta trama di relazioni parlamentari, tutti coloro che si limitino ad una denuncia demagogica delle istituzioni, possano esprimere, in linea con la propria natura, un voto utile.

Detto ciò una premessa storica è d’obbligo: la democrazia cristiana, di cui abbiamo appena sentito un indiretto elogio da parte di Roberto Benigni, nel canto della costituzione, è quell’organismo politico nato dalle ceneri del fascismo e della seconda guerra mondiale, che ha dominato la scena politica d’Italia dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni ’90. Affermare che sia un ‘nata’ a causa della guerra e del totalitarismo è improprio, ma che abbia campato di rendita come stabilizzatore del disagio provocato dal fascismo è un dato di fatto. Molti sono i fattori che hanno reso possibile questa ascesa: 1) L’Italia è l’unico paese che non è riuscito a slegare completamente potere secolare e temporale; in parte perché il Vaticano ce l’abbiamo in casa, in altra parte perché siamo un popolo culturalmente povero di risorse e il centro appariva come la giusta equidistanza dagli orrori delle egemonie totalitaristiche. 2) Molti paesi stranieri, usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale, riponevano un’importanza strategica nell’Italia e non avrebbero permesso che il cuore del Mediterraneo fosse non solo teatro di sozzure reazionarie, come fu il regime di Mussolini, ma anche che potesse entrare nell’area di influenza russa, nonostante il più forte, coeso e numericamente esteso Partito Comunista d’Europa. 3) La guerra genera morti, ma genera soprattutto dissesti economici e indebitamenti. L’Italia della guerra civile, dopo l’armistizio del ’43, è il drammatico prodotto di un conflitto perso sul campo di battaglia, ma sanguinosamente riscattato dalla ribellione partigiana. Certo dagli accordi di Parigi, compressi dalle decisioni prese a Jalta da Stati Uniti, Russia ed Inghilterra, non siamo usciti vincitori, ma poteva andarci peggio.
Ciò che è importante comprendere è che la DC impedì, de facto, l’insediamento a Palazzo Chigi di una coalizione comunista, come se Togliatti (padre costituente) e Berlinguer fossero della stessa pasta politica e umana di Stalin. Ora la situazione è diversa, ma presenta analogie con la storia di settant’anni fa. Il governo Monti è simile al governo dell’armistizio ’43 annunciato da Badoglio. La sua provvisorietà in tempo di crisi ha permesso di attuare una forma plenipotenziaria di salvaguardia e aggiustamento dei conti pubblici, sia nel circuito nazionale che in quello internazionale. Certo, le prerogative del governo Badoglio furono altre, ma la funzione traghettatrice sino alla fine del conflitto è innegabile. Ora, la crisi ha generato solo qualche vittima collaterale e non milioni di morti, ma la quantità di denaro bruciato, la devastazione di una parte del tessuto industriale, il generale impoverimento della massa borghese, la perdita del lavoro e la disoccupazione dilagante sono state ben peggiori (a livello numerico) che nel 1945. A sentire Monti la guerra dei conti sarebbe finita e la crisi, apparentemente, alle spalle. Quindi la funzione del governo super partes, appoggiato da gran parte del Parlamento eletto, estinguibile. Eppure mi domando: quando finisce una guerra senza morti e senza trattati di pace?

Perché votare PD.
Ci sono innumerevoli motivi. Primo fra tutti che un vero governo di sinistra, in Italia, non c’è mai stato. Diffido dell’etichetta ‘sinistra’ persino delle due vittoriose coalizioni allargate del primo e secondo governo Prodi (1996-1998; 2006-2008). Figuriamoci se lo intendo così nel drammatico anno domini 1978, quando Berlinguer appoggiò esternamente il governo Andreotti. Che ci sia stata una apparente alternanza tra un governo Berlusconi e l’altro e le stupende vittorie di uno dei più grandi statisti della seconda Repubblica, ossia Romano Prodi, è una certezza. Ma la fragilità del sistema Ulivo, accanto ad una serrata e corruttibile intransigenza da parte della ‘destra’ (radicale e non), non ha permesso a Prodi di attuare la maggior parte del suo disegno di governo. Molti sono stati gli errori di valutazione: da Bertinotti che fece cadere il  Prodi I, a D’Alema e il suo tentativo bicamerale che spalancò i consensi al Berlusconi bis nel 2001, fino a giungere all’Udeur di Mastella e all’ignominia della legge elettorale con la quale siamo tutt’oggi costretti a fare i conti. Incredibile come, nella storia d’Italia, delle nullità politiche siano state spesso ago della bilancia. Ora la grande coalizione Ulivo non c’è più: non esiste più quella costellazione di partiti e partitini attaccati con lo sputo che ha reso i governi Prodi ingovernabili. La traumatica transizione al PD è stata opera di un segretario di partito, tale Walter Veltroni, che intuì come solo una radicale affiliazione e compattazione della sinistra, potesse contrastare il populismo di destra. Certo, ha consegnato le chiavi d’Italia di nuovo a Berlusconi. Certo, ha definitivamente smembrato ogni residuato del comunismo e, per la prima volta dalla nascita della Repubblica, gli eredi del PCI sono rimasti fuori dal Parlamento. Ma il primo che salta il muro è quello che ne esce più insanguinato.
Pierluigi Bersani, uscito dalle primarie come leader del PD, è figlioccio di quel Romano Prodi che, primo fra tutti, intravide la possibilità di una grande sinistra moderata che raccogliesse i voti del centro e convincesse gli scettici e i nostalgici. Romagnoli entrambi, senza grossa capacità comunicativa, ma brave persone. In più Bersani è laureato in filosofia e, per un platonico come il sottoscritto, il massimo che si possa ottenere come capo di governo. Dare una chance a questi personaggi che non saranno carismatici, non saranno telegenici, ma competenti e veri amanti dell’Italia, penso sia doveroso. Dissi, a suo tempo, che Bersani era invotabile; tuttavia la pacatezza con cui ha bandito ogni astio verso il berlusconismo, la capacità di resistere all’ondata di destra che ha colpito l’Italia in questo primo decennio del 2000, l’abnegazione con cui ha perpetrato un disegno politico democratico, tanto da segnare il sentiero della politica di partito con le primarie, mi hanno conquistato. E per converso mi chiedo: c’è di meglio nel panorama odierno? Penso si possano fare numerose critiche a Bersani come politico: la mollezza nei confronti degli avversari, l’oscurità di certe sue metafore rurali, l’indecisione di fronte a cruciali momenti economico-politici, l’incapacità di arginare, moderare e fiaccare il berlusconismo parlamentare, con tanti casi di corruttela, compravendita di onorevoli e momenti di vera e propria dittatura a colpi di maggioranza. Tuttavia sono certo che il suo modo strettamente politico di agire, nonostante nasconda una certa ingenuità, lo faccia emergere come essere umano, uno del popolo.

Perché NON votare Pdl (e Lega).
La domanda è abbastanza spontanea: tolto qualche ignorante che non ha finito nemmeno le superiori, e qualche membro della upper class che veda definiti, una volta per tutte, i propri privilegi, c’è ancora qualcuno che voterebbe per Berlusconi? Riformulo: è possibile preservare la propria natura di destra, cioè come elettore che ideologicamente e culturalmente non potrebbe mai votare a sinistra, con Berlusconi candidato premier? Il secondo quesito mi sembra più ficcante, ma non potrebbe essere slegato dal primo. Dopo quattro legislature fallimentarie, centinaia di promesse irrealizzate e irrealizzabili, dopo che l’Eurozona tutta si è ribellata alle politiche economiche di Tremonti e del Pdl, di fatto insediando il governo Monti, c’è ancora da fidarsi? Dal mio punto di vista la destra si merita di meglio. Solo che se il meglio dev’essere Alfano e\o i colonnelli La Russa, Gasparri (ormai lanciato verso una solida carriera senatoriale), Cicchitto, Santanché, allora ha ragione Berlusconi a dire che un altro leader non c’è. Pur tuttavia un Pdl con ancora Berlusconi al timone, solo com’è ora, dovrebbe raccogliere giusto quel 3\4% che sottende alla prima domanda di cui sopra: gli idioti (e ringraziate il suffragio universale che se fosse per me non avreste nemmeno il diritto al pane) e i suoi amici. La schizofrenia politica, che è solo declinazione della sua mitomania patologica, ha raggiunto vette inarrivabili in questo freddo Frimaio maya: fa cadere il governo tecnico a cui lui stesso ha consegnato il potere, affinché traghettasse l’Italia fuori dalla palude dei conti e della sua lassista e lasciva incapacità. Nonostante la più grande e complice maggioranza della storia parlamentare, non ha attuato un provvedimento che non fosse pura propaganda (abolizione I.C.I., ribadita più volte impossibile da Monti & Co.) o che non fosse una legge ad personam (scontrandosi quasi sempre con una impossibilità costituzionale). I fatti sono evidenti: l’immobilismo politico di Berlusconi è direttamente proporzionale alla demagogia ‘del fare’ che pare caratterizzare ogni suo discorso ( se avesse realmente agito, non si affretterebbe sempre a difendere il proprio operato, ma sarebbe evidente di per sé nel bene o nel male) . In vent’anni non hanno fatto nulla. Da questo punto di vista, la sua difesa ad oltranza contro i regimi comunisti, si è trasformata in un vero e proprio vuoto politico: nessun progresso nelle politiche sociali (stiamo ancora parlando di eutanasia, liberalizzazione droghe leggere a scopo terapeutico, PACS e quant’altro). Nessun avanzamento del tessuto industriale che, nella teoria della cosa pubblica, dovrebbe essere caposaldo e primo obiettivo di una destra liberale ed europeista. Una riforma dell’istruzione che è buco nell’acqua oceanico, grazie all’incompetenza di chi l’ha ideata e attuata: riformare parzialmente e nominalmente una struttura, non significa innervarla di nuovi significati. Mistificare questo cambiamento strutturale con un semplice maquillage concettuale, dovrebbe costituire reato. Senza contare la mortificazione che la cultura umanistica ha subito: l’Italia è il prodotto della propria cultura plurimillenaria e dice bene Benigni quando afferma che se Meucci non avesse inventato il telefono ci avrebbe pensato qualcun altro, mentre se Leopardi non avesse scritto ‘L’infinito’ nessuno l’avrebbe fatto. Concludo riferendomi agli eventi di questi ultimi giorni: non puoi far cadere un governo Monti per uno sgarbo istituzionale e candidamente asserire che -no, non l’ho fatto- Monti, liberamente, ha deciso di dimettersi. Perché vuol dire che sei o pazzo o in malafede. Non puoi, all’interno di uno stesso discorso, candidare a premier e leader del centro-destra te stesso, Alfano e Monti senza che questi sia stato interpellato e dire che è una tua idea. Non puoi pensare che tutti gli italiani siano idioti come quelli che ti chiedono di ‘non mollare presidente’, quando l’unica cosa che hai fatto in vent’anni è stato scopare ed intrallazzare interessi economici con ex esponenti del KGB come Putin, quando dici di odiare i comunisti e la loro stirpe. Non puoi essere credibile e renderti credibile quando il tuo partito e gran parte dei suoi esponenti (andatevi a vedere i numeri) è coinvolto in affari di mafia, corruzione, furto di denaro pubblico etc. Proprio non puoi.
Il discorso Lega è più semplice e risponde alle domande di cui sopra. La Lega, con tutti i difetti che può avere e che ha, non ultimo quello di essersi impastoiata con il Cavaliere utilizzandone metodi e demeriti, è la vera rappresentante della destra italiana. Se un individuo, ideologicamente, non potesse che votare a destra, dovrebbe votare Lega che, almeno, un minimo di coerenza ce l’ha (proprio un minimo) e si è sempre schierata senza fraintendimenti contro il rigorismo del governo tecnico (che è conseguenza del loro operato). Però la Lega, che non può più vedere nel diversamente abile Umberto Bossi un proprio vertice politico e dovrebbe slegarsi definitivamente dal Pdl. Fosse anche per questa unica ragione: Berlusconi, facendo collassare anzitempo il governo Monti e auto-candidandolo ad una coalizione allargata di centro-destra, ha di fatto spianato la strada ad una discesa in campo del Professore. Il risultato politico di tutto ciò, posto che Monti sia ‘obbligato’ dall’Europa a non infangarsi il curriculum appoggiando Berlusconi, sarà che la destra verrà ridimensionata o distrutta. Che vinca Monti o che vinca Bersani, le personalistiche visioni politiche di Berlusconi, hanno sì portato ad un ventennio pseudo-fascista e reazionario, ma avranno come risultato il definitivo tramonto della destra e del berlusconismo. Perché solo sconfitta o morte fermeranno la follia del despota.

Monti si o Monti no? Alleanza del Grande Centro.

Le ultime vogliono Monti leader di un Grande Centro con Casini e Fini, ex alleati di Berlusconi, definite da lui stesso ‘persone orrendissime’. Ora, che non ci si debba fidare del giudizio di uno psicotico è acclarato, ma che sia Fini sia Casini siano inaffidabili affaristi della politica, non è così lontano dal reale. Merito di Casini è l’essersi sganciato immediatamente dalla deriva berlusconiania, portando le percentuali dell’ex DC, ora UDC, ai minimi storici nel nostro Paese. Fini ha pagato ancora più a caro prezzo, nonostante l’inossidabile carica di presidente della Camera, lo scioglimento dell’Alleanza, tanto dal non essere praticamente leader di nulla e non essere nemmeno stato in grado di far cadere il governo Berlusconi due anni fa di questi tempi. La natura del governo tecnico è super partes, apolitica e atta a stabilizzare una situazione economica e la larga maggioranza di cui ha goduto per attuare decreti impopolari era ed è volta in questo senso. Nonostante ciò l’ostruzionismo politico ha impedito di compiere l’unica cosa richiesta in vista di elezioni regolari: il cambiamento della legge elettorale. Ed è già un primo segnale della debolezza politica di Monti. La sua debolezza, in questo caso, è anche una risorsa elettorale. Monti è un candidato credibile qualora dovesse sciogliere le sue riserve ad entrare in un organismo politico schierato (per quanto abbia senso parlare di ‘schieramento’ trattandosi del centro)? Perché lo fa?
Alla prima domanda è abbastanza semplice rispondere: l’inconsistenza politica, la trasparenza cromatica e la vacuità concettuale che sottende la restaurazione della Democrazia Cristiana al potere, rende Monti il candidato perfetto. Questo perché Monti, persona affabile e rispettabilissima, non ha un’appartenenza politica definita. Non sottovaluto mai le motivazioni personalistiche e di rivalsa nei confronti di chi l’ha fatto cadere con un tonfo, ma voglio sperare che le sue convinzioni siano un pochino più sostanziose; ossia perpetuare quel disegno di rinnovamento e stabilizzazione dell’apparato statale. Ma allora perché Casini premier? Un specie di riconoscimento alla carriera? Un premio fedeltà per colui che si è, da subito, fatto strenuo difensore del governo tecnico? Pierferdinando Casini non è un abile stratega e la sua voce, costantemente ed immotivatamente di un tono troppo alto rispetto ai concetti che deve esprimere, ha intravisto, qualora il sistema Monti avesse funzionato, la possibilità di rientrare in gioco. E da questo punto di vista le sue mosse per quanto semplici, si sono sviluppate con i giusti tempi. Incompromissione con la destra, apertura parziale a sinistra, inglobamento del leader che ha fatto solo ‘il bene dell’Italia’. La campagna elettorale dovrebbe avere il pilota automatico insomma. Io credo che le percentuali basse del coacervo UDC + FLI non siano casuali e che un recupero dell’ultimo minuto sia pressoché impossibile. Tuttavia la stima e l’autorità di cui godono sia Monti che Fini, potrebbero sottrarre molti indecisi della destra e addirittura convincere buona fetta degli astensionisti. Una alleanza a grandi linee con la sinistra è auspicabile per togliere definitivamente la destra e Berlusconi dal quadro politico: poi un lento stillicidio legislativo dovrebbe affossare ogni pretendenza futura ad emulare berlusconismo e derivati (ciò in cui Prodi non è riuscito). Anche se ritengo un’alleanza Centro + PD politicamente ineludibile, votare per Casini e per gli eredi dello sfacelo della Prima Repubblica, è qualcosa che va oltre le mie duttilità.

Gli esclusi: M5S e Lista Arancione.

Ve lo dico: per come la penso io, voterei ad occhi chiusi per la Lista Arancione. Vendola, Di Pietro e De Magistris avranno anche dei limiti determinati dalle loro personalità e dal loro elettorato di riferimento ma sono persone oneste ed in gamba. E queste sono caratteristiche essenziali per cambiare l’idea che l’Italiano ha della politica. Purtroppo le loro percentuali prospettiche parlano da sole e l’eco delle loro voci si disperde nell’assenteismo mediatico e in una stolida intransigenza politica. E di questi tempi non è forse il caso di fare i puristi. Alla fine credo che si contenderanno grandi fette di elettorato con l’altro fenomeno politico, araba fenice della crisi: il MoVimento di Grillo. Grillo a me piace, come persona intendo. Mi piace quel modo colorito e fuori schema di trattare i soggetti politici, che equipara a tutta una serie di fenomeni sociali da film horror: zombie, vampiri, parassiti. Ma con una pistola carica in mano, donatagli da un elettorato stanco, depredato, affranto e pronto alla lotta, si è solo sparato su un piede. La sua asimmetrica dittatura democratica dal basso è un abominio concettuale. Parla di democrazia reale, dove cittadini onesti ed incensurati si misurano nella Cosa Pubblica, e poi attua epurazioni a raffica. Dice di voler istituire un nuovo modo di fare politica, attraverso le parlamentarie via web a costo zero, a cui partecipano 32.000 attivisti.  E questo numero esiguo di persone dovrebbe rappresentare il tuo movimento e il Paese? Suvvia. Discute da leader, con il suo linguaggio e i suoi modi (e comprendo coloro a cui non piace), ma non sarà lui il leader. E allora chi sarà Beppe? A due mesi dalle elezioni non pensi sia il caso di alzare il sipario su colui che ci e ti dovrebbe rappresentare? L’unica cosa davvero positiva è la restituzione dei rimborsi elettorali che è lodevole ed è fondamento in sé del M5S. Un po’ poco per quel 18% proiezionistico al quale non credo nemmeno per un secondo. Lo dissi a suo tempo: Grillo non arriva al 10% alle prossime politiche. Pur tuttavia la benevolenza con cui è stato trattato dalla destra, all’inizio del fenomeno emergente, potrebbe sottrarne altri voti, soprattutto nelle sacche estreme come La Destra di Storace e tra le fila neo fasciste. O meglio, come sostiene Beppe stesso: tra noi e l’ingresso dei neo fascisti in parlamento c’è solo lui.

Buon voto.

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