Lettera aperta a Mario Monti.

Caro Mario, posso chiamarti Mario come si farebbe con il nonno di un amico, o come il proprio di nonno? Io il nonno non l’ho mai conosciuto, mi hanno raccontato fosse una persona semplice. Tra il provvedere ad una famiglia e governare una nazione c’è solo uno scarto numerico; è una lezione che ho imparato dai saggi come Romano e come te.
E’ difficile essere Italiano, caro Mario. Non tanto per tutte quelle cose che si sentono dire e nemmeno per tutti gli stereotipi che affliggono l’immagine di questa lingua di terra sbilenca, nel cuore del vecchio mondo. E’ difficile perché ci capiamo, perché ci conosciamo, perché siamo un po’ costretti, dalle circostanze e dalle affinità, ad amarci. E non sono più tanto sicuro che l’amore sia qualcosa di comprensibile, in tempi come questi. E’ come se avessimo imparato così bene la lezione sull’utile di Jeremy Bentham, dimenticandoci fosse una via preferenziale alla fratellanza. Che strana parola fratellanza; essendo figlio unico non me la figuro mai come consanguineità, ma come un affastellamento di legna da ardere per l’inverno, ammucchiata l’una sull’altra come condomini di uomini in precario equilibrio: la stabilità e il benessere del più debole si fondano sulla resistenza e la forza e la fiducia di chi sta sotto.
Sarà che c’è un intrinseco problema comunicativo quando si tratta di essere Italiani. Parliamo la stessa lingua, ma usata in modi differenti. Ad esempio a me dicono che non voglio bene a nessuno e che uso la lingua solo per ferire ed allontanare le persone. Mi dicono che non mi assumo responsabilità e che sono un precario delle emozioni, più attento a mantenere un’equidistanza dalle parti, per avere sempre un punto di vista personale ed egoistico. E’ vero. Ma non trovo ci sia nulla di male in questo. Primo perché non lo faccio per un personale tornaconto, secondo perché le parole sono sopravvalutate. Ho, o meglio avevo, amici carissimi che preferivano spartirsi giudizi su di me in mia assenza, anziché indagare i motivi della mia disaffezione nei loro confronti. Il fatto è che non sopporto di sentirmi in debito e, credo, in questo tu mi possa capire. In un anno suonato di governo penso tu abbia intuito sui tuoi fratelli d’Italia, ben più che nel resto della vita. C’hai bacchettato perché ci lamentiamo sempre, perché non riusciamo ad adeguarci a dei cambiamenti globali che ci de-italianizzano un po’. E niente fa più paura del nuovo spersonalizzante. So benissimo che le tue non erano reprimende ma raccomandazioni e che il buon senso è l’unità di misura del buon governo. Non si possono emanare leggi come promulgare editti senza scontentare nessuno, soprattutto in tempi di crisi. E quando il popolo faceva la voce grossa, tu ci hai sempre ricordato che che l’unità di misura implica l’essere-uno. Se si rimane compatti verso un obiettivo, di qualsivoglia genere, i sacrifici paiono meno duri da affrontare. D’altra parte nel proverbiale ‘mal comune’ si nasconde una incontestabile saggezza popolare. Molti credono che davvero i proverbi siano comandamenti senza precetto. In realtà non la penso così. Penso che ci aiutino a stare meglio al mondo, in mezzo ad altri come noi, ma che non racchiudano nessun tipo di verità, perché l’unico desiderio dell’uomo è essere felice. Ed essere felice non vuol dire nulla, per questo gli antichi Greci parlavano di via che conduce alla felicità. La felicità come entità non può essere aggettivata: non c’è un uomo-felice, come non c’è qualcuno più felice di altri. E allora mi chiedo, essendo Italiano, di quali gradi e prove consista questo sentiero per la felicità. Penso che converrai con me: il desiderio di normalità. E’ un desiderio antitetico perché oltre a voler essere normali, cerchiamo di preservare la straordinarietà della nostra esistenza. Questo processo di ‘normalizzazione’ non può prescindere dal tempo, dal grado e dalla velocità di maturazione dell’individuo. Ed in qualche modo il primo Heidegger annuirebbe sornione, successivamente derubricando la questione come ‘inessenziale’. E come mi domandavo cosa fosse la felicità, ora mi chiedo cosa sia la normalità. E’ forse assumersi responsabilità? Diventare seri fuori dall’intimità? Avere un lavoro appagante (nel senso che produce paga)? Avere una famiglia, dei figli? Vivere in un consesso di persone scelte che ci facciano sentire meno soli e, per mezzo della reciproca gratitudine, ci aiutino nelle difficoltà?
Mi chiedo se stia tutto qui il fulcro del contrattualismo, se all’ombra di un patto sociale, hegelianamente inaccettabile quanto ineluttabile, si nasconda qualcosa di più sottile e fraintendibile. Voglio dire: quando i leghisti facevano le pulci alla tua nota spese, come hai fatto a mantenere il tuo a-plomb olimpico? Vedi Mario, io la interpreto così: è facile dire grazie o scusarsi quando tutti si aspettano che tu lo faccia. Fa parte di tutta una serie di convenevoli che, come la normalità, si applicano a più campi sovrapposti. Ringraziare quando ci fanno un regalo o chiedere scusa quando si è in errore non ha alcun valore. Perché sono parole. E il valore lo si conferisce alle persone o ai concetti, non alle parole. In caso contrario è come quando qualcuno fa qualcosa per te aspettandosi qualcosa in cambio, o peggio, aspettandosi che la gratuità cambi la prospettiva dell’altro, per grazia. E a me pare che il male peggiore dell’Italia sia proprio questo: misconoscere la propria natura in favore di una posa plastica che ci rende tutti divisibili per uno, ossia uguali a noi stessi. E ti rivelerei che non ci sarebbe nulla di male in ciò se l’essere uguali a noi stessi ci rendesse più comprensibili e privi di giudizi. Ma non è così. Certe persone sono nate per distruggere, altre per costruire, altre ancora per costruire dopo aver distrutto e viceversa. Alcune persone assumono un’identità ed un ruolo soltanto in relazione agli altri. Altri scalano le vette in solitaria. Alcuni pensano che l’amicizia sia un concetto interscambiabile, che ci possano essere legami di primo, secondo o terzo grado. Altri ritengono che, al pari del luogo di nascita, l’amicizia non possa essere scelta: ti capita. E che conferire un valore nostalgico ad una persona, in barba a ciò che è diventata a lungo andare, sia un sentimento. A volte ti capitano persone che sono uguali a te, altre volte persone diametralmente opposte: è difficile capirci qualcosa ed è anche difficile amare a queste condizioni. Spesso non si può essere critici, nemmeno verso i famigliari, perché par loro che stiamo lì a giudicarli.
Vedi caro Mario, io sono un debole. E secondo l’immagine dell’affastellamento, teoricamente, dovrei stare piuttosto in alto, confidando della schiena forte di quello sotto di me. Ma questa apparente debolezza è solo incapacità d’azione. In mezzo a tutte le definizioni di cui sopra, dobbiamo aggiungere quelli come me che piuttosto che farsi reggere sulle spalle o reggere qualcun altro, preferiscono stare ai piedi della piramide a guardare dove essa si storge, a notare dove stanno i lati deboli. Non v’è nulla di quella misantropia di cui mi fregio con vanto, solo non voglio ammettere a me stesso che ne ho bisogno. Ho bisogno di deridere e denigrare tutti quelli che si affannano, non tanto per l’inutilità del loro operato, quanto perché nonostante i loro sforzi, ognuno di loro crede di avere una collocazione e che quella celletta fondamentale, quel pezzo di Stato, sia giusto ed inamovibile e sia loro. E questo l’idea di Stato che hai voluto dare? Oppure come dicevo poc’anzi c’è qualcosa di più recondito, qualcosa che scompiglia la semplicità della piramide geometrica vista da lontano? Mi spiego: se qualcuno si sente reale e realizzabile solo in quanto in relazione con gli altri, chi gli conferisce questo potere di realtà? E’ come il ruolo di portavoce in politica: egli sostanzia le proprie idee personali, riflesse in quelle di una fazione, mai in un interesse collettivo. Perché la collettività che rima con comunità è un miraggio. E allora tanto vale propagandare idee che hanno un tornaconto. E’ così è anche tra le persone e quando si ha a che fare con l’intelligenza. Se ti dicono che sei bello, intelligente, preparato, carismatico lo diventi veramente? E il dato quantitativo suffraga questa idea? E se a fronte di un gruppo sempre più numeroso di persone che elogiano le tue qualità, ce ne fosse anche solo uno con un giudizio di segno opposto, questo uno non avrebbe alcun valore perché in minoranza?
Mi danno del matto, Mario. Mi dicono che non sono normale. Quelli che mi conoscono poco perché ho un fare strafottente, quelli che mi conoscono un po’ più a fondo perché sono incoerente. Non applico mai l’ottima teoria ad una buona pratica (perché nel passaggio si perde sempre qualcosa). Questo perché non voglio che nessuno mi conferisca valore. Ho smesso di avere bravi maestri dalle elementari, quando una poetessa contadina elargiva più ceffoni che carezze. Ed è lì che ho capito l’unica lezione che mi sarebbe servita nella vita: che un ceffone ricevuto ha un potere infinitamente superiore che uno dato. Rimane ora da valutare chi dovrebbe picchiare chi, perché io ne darei molti, a caso, in giro, ma non ho il coraggio di farlo. Ho sempre creduto nell’inviolabilità del relativismo: se uno vuole vivere come uno, come sinolo o come nucleo aggregativo, chi sono io per cambiare questa inclinazione? Ma permettimi, per una volta, di essere d’accordo con il Papa: il relativismo del modus vivendi, con le sue contraddizioni e la sua lista di pro e contro, non guarda mai all’universale. Perché ho sempre la sensazione di rovinarmi la vita, di negarmi delle occasioni, per via del mio carattere. E questa considerazione non è mai amara perché, in ogni caso, è la cosa giusta. Non per me che vivo come un fallito ai margini della società, ma per tutti coloro che vorrebbero avere questo approccio e non ce la possono fare. Che vorrebbero raggiungere questa atarassia nella quale la pienezza sta nei dettagli e la volontà di esistere, di vivere è legata all’ironia insita in questa società. Deriderli o, alla peggio, offenderli è il mio modo di stare al mondo, di sentirmi normale. E questa frattura asimmetrica scomposta non è risolvibile se non in un allontanamento diretto da tutti coloro che hanno aspettative nei miei confronti e credono possa essere migliore di così. Avere aspettative significa che qualcuno ti fornisce potenzialità e, come già affermato, è una cosa patetica. Avere potenzialità impone, in una visione aristotelica, che si debba passare all’atto, e di me non lo credo possibile. Credo sia uno snobistico statuto d’artista, nonostante la definizione mi faccia, di nuovo, sorridere, perché non mi sento un’artista ma un ermeneuta. Capire per capire e non capire per vivere o applicare o solidificare. Solo in questo modo restituisci fluidità all’esistenza degli altri, in quanto la mia è effimera ed eterea. E quello che gli Italiani, gli amici, gli individui, il mondo dovrebbe capire, è che un fluido s’insinua dappertutto e si scava sempre una via di fuga tra la roccia più tenera. Quindi non mi sorprende affatto che le persone possano cristianamente perdonare o dimenticare e, soprattutto, perdonarsi. L’auto-indulgenza è un tratto distintivo della normalità; troviamo sempre un modo per assolverci parzialmente. Che trovi anche questo ridicolo non dovrebbe più indispettirti, Mario. Siccome l’azione non è il mio forte, allora merito una condanna sociale in cassazione, senza ammorbidimenti di pena. Ma c’è anche un altro modo non aristotelico di vedere la potenzialità; ossia come eccesso che dall’Uno tutto emana e procede. E questo eccesso io lo avverto in me come forza vitale e che anche gli altri se ne accorgano è poco importante, perché vivendo è naturale che sia così. L’emanazione di questa eccedenza è gratuita, è spontanea, non ha direzione e non è finalisticamente orientata. A volte mi si incolpa che faccio di tutto affinché le persone rimangano abbagliate o, semplicemente, illuminate da me. E per quanto corretta è una visione stringente: anch’io sono umano e necessito di calore umano e nel tentativo di vivere e di versare la vastità in un contenitore solido e finito, compio sempre gli stessi errori. Ho paura che la natura aleatoria di queste qualità non venga percepita continuativamente ed allora impongo un pensiero, un giudizio, una supposta superiorità ontologica. Questa superiorità è insita nella negazione che dall’Uno-Tutto si sprigiona: il positivo e il negativo insieme. Non sono proprio capace di scegliere ora uno, ora l’altro. Già tentar di contenere l’indeterminato è una frustrazione della sua essenza, figuriamoci se poi subentra la rifrazione dell’ego a distorcere la visione, ad annebbiare la decisione. Io non biasimo chi mi disprezza, nemmeno coloro che mi disprezzano dicendo di amarmi come i miei genitori: chiedo solo quanto mi costi vivere così. Chiedo solo che prezzo o che valore abbia il mio silenzio. E che valore, a questo punto, abbia la mia vita nella fitta trama di relazioni con cose e persone. E se avessi la certezza che il mio messaggio senza destinatario, senza scopo e senza grafia potesse essere meglio ascoltato nella morte, cosa farei? Se non ci fosse questo sottile strato di ghiaccio tra me e gli altri, che appanna e smeriglia, mi dissolverei nella follia? Credo, caro Mario, che l’ego maligno e distorto con il quale mi approccio agli altri e alla società sia il mio reale modo di apparire normale. Ma non è un mistero, non è ignoranza. So benissimo di essere così e non far nulla per progredire non è arrendevolezza. Sono brutto fuori esattamente come tutte le cose brutte che stanno su questo pianeta ossigenato. E lo dico a te in nome della luciferina malignità con cui hai dovuto scontrarti. Lo dico con un senso di rammarico, ma non di impotenza. Lo dico perché ringraziare te e scusarmi a nome di tutti è un atto doveroso verso chi ha provato a tirare fuori il meglio di sé, per risvegliare il sopito senso comune di un ‘noi’. Come se quella sobrietà che ti hanno affibbiato come tratto distintivo avesse, finalmente, un significato profondo. Noi Italiani siamo un po’ così e se te lo dice uno dei peggiori, puoi credere che questo non è soltanto un atto esteriore. E’ la confessione di un uomo che è male e bene insieme, inscindibili e irriconoscibili. E’ l’apologia di un uomo che pensa bene e agisce male perché è il solo modo che conosce per non sembrare finto e finito, per non assomigliarsi mai e mai specchiarsi nella luce riflessa di qualcun altro. E il fatto che questa mia essenza sia intoccabile mi rende vulnerabile agli innumerevoli attacchi che ricevo. Billy Beane -che non conoscerai di certo-, è un gm di una squadra di baseball americano, non proprio un pensatore. Egli è solito dire che ‘odia perdere più di quanto ami vincere’ e trovo sia una frase di una bellezza sconvolgente, proprio per la sua terribile umanità. E, ahimè, le ferite (come le sconfitte) non si rimarginano mai. Smarrita la spontaneità nei rapporti, si perde ogni senso riposto in essi e cominciano a sfogliarsi come strati di roccia, fino a trasformarsi in un deserto emotivo, dove l’unica cosa che riesci a vedere sono le distanze tra te e un orizzonte che non raggiungerai mai. Sarà anche vero che le prospettive dell’orticello di casa possono essere molte, ma la prospettiva dell’orizzonte non è una: è indeterminabile. Mio padre mi ha malamente insegnato che un confine recintato è più facile da abbellire, con tempo, voglia ed abnegazione. Ma questo è in aperto contrasto con il mio spirito che non deve lavorare per il bello, ma per scovarlo ovunque esso si nasconda. E’ questo che devo fare. E le mie sconfitte in tal senso sono già così numerose, in un lasso di tempo apparentemente breve, che mi sento uno stanco veterano in questa ricerca dell’Eldorado. Io non le supero mai queste cose, Mario. Ogni calloso indurimento della mia personalità entro i limiti imposti dal difetto, dalla mancanza, mi fanno capire una volta tanto non di non essere capito, ma di non essere apprezzato. E ribatto colpo su colpo, con ferocia, per ristabilire una gerarchia di causa-effetto nella quale l’Io non è metro di giudizio, ma lo è l’individuo in quanto tale senza più o meno da sommare o sottrarre, senza potenzialità da attuare o strategie da effettuare. So che può sembrare demagogico, ma non lo è. Per me le persone non hanno alcun valore sociale, non hanno alcuna utilità. Solo una abbagliante visione della sorgente del loro essere mi interessa realmente, se ciò fosse possibile. A quel punto non mi interesserebbe più del bene o del male, del giusto o dell’ingiusto, dell’amare o dell’essere amato, del bello e del brutto. Ma questo spirito è sempre così compromesso e compresso dalle aspettative e dai vuoti d’aria nauseabondi che l’etichetta impone, che la sua prigionia da un lato mi rattrista, dall’altro genera in me furore cieco. E, come la mia insofferenza emotiva verso l’autorità, non è controllabile. Segno che uno dei tratti distintivi dell’eccedenza dell’Uno-Assoluto in me è la matrice di ogni disagio. C’è chi nasce pieno di malattie, chi storpio, chi miope, chi povero, chi povero in spirito: io sono nato così umano che l’intrinseca limitazione che ciò impone, mi fa disprezzare il me stesso mortale, tanto quanto amare il me stesso spirituale. E per riflesso amo e odio gli altri nella misura in cui sono capaci o meno di vedere con chiarezza.

Grazie di tutto, Presidente.

GdB

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