Amplifier – Echo Street – review

Le aspettative forse dipendono da elementi fenomenologici ed esistenzialistici che nemmeno noi stessi teniamo in dovuta considerazione e, nel mondo del rock, che vive da tempo di ricordi, cercando di scavarsi una via, il contesto diventa quasi essenziale. Accolsi il doppio monumento al progressive da parte della band di Manchester, The Octopus, con un entusiasmo che oltre a non appartenermi del tutto, non era nemmeno del tutto giustificato. Due anni fa le cose per gli Amplifier erano molto diverse: non avevano una label, non avevano un circuito di distribuzione e ci avevano messo 4 anni per pubblicare un doppio album che, al momento dell’uscita, era conosciuto nella sua quasi totale interezza. La musica complessa, stratificata e magmatica che ne scaturiva, poteva saziare appetiti superficiali: la dose quotidiana di buoni riff. E gli Amplifier in questo non hanno mai deluso. Vivono dell’intensa ingenuità del loro leader Sel Balamir e della sua creatività che, forse, nel Polpo ha raggiunto le sue vette più alte, in quanto oltre alla musica il trio di Manchester (UK) ha dovuto pensare all’artwork, al packaging e alla distribuzione porta a porta. 20,000 copie vendute per un’opera auto-prodotta è un discreto risultato, ma qualcosa in questa ri-nascita è andato perduto e ciò si avvertiva pericolosamente dalla mancanza di spontaneità nel mixaggio e nella produzione che hanno infangato la buona vena creativa.

Due anni dopo è il momento di Echo Street. E molte cose sono cambiate per i mancuniani: via il former bassist Neil Mahony e dentro Magnum. E dentro anche Steve Durose, ex chitarrista dei concittadini Oceansize, morti prematuramente, che si era aggiunto agli Amplifier già per il tour di The Octopus. Proprio il tour di promozione del doppio polpo segna uno spartiacque per il gruppo, prima di allora fuori da qualsiasi circuito e pressoché semi-sconosciuto. Arrivano gli show di spalla alla band di Steve Wilson, i Porcupine Tree, e agli Anathema, nomi di una certa risonanza, ma lontani dalle sonorità di Balamir & Co, almeno fino a The Octopus. Poi un paio di concerti di supporto ai Dream Theatre che, personalmente, ritengo una piaga per la musica, peggio della peste nera del 1348 per la popolazione europea. L’allontanamento dalla band, con la quale intrattenevo persino un carteggio via mail, è stata normale evoluzione o divergenza di pensiero. Avevano speso every single penny per auto-prodursi The Octopus e ventimila copie non potevano assicurare il pane. Ordinaria amministrazione che si garantissero un bacino di utenza più vicino ai loro bisogni e più lontano dai miei. La cassa di risonanza è stata entrare sotto l’ala protettrice del guru Wilson, firmando per la label K-scope. Echo Street è il risultato di queste scelte. Come dicevo: contesti che diventano essenziali.

Echo Street non è un brutto album sia chiaro ed ha necessità di alcuni ascolti per solidificarsi, ma c’è qualcosa che non funziona del tutto. Dalle parole della stessa band, si intuiva che i banchetti di riff che caratterizzavano il precedente album sarebbero stati abbandonati in favore di un nuovo approccio. Questo approccio, tuttavia, non è affatto nuovo. E come dissi all’epoca nella recensione, non si chiede ad una band come gli Amplifier di rivoluzionare il mondo del rock, ma semplicemente di infilarsi tra le crepe di ciò che ne rimane. L’attenzione al suono in Echo Street raggiunge una maturità che al Polipo mancava del tutto. E’ meno pasticciato, meno confuso e si avverte distintamente che è un lavoro più corale frutto della nuova spinta creativa prodotta dall’ingresso dei nuovi strumentisti. Tuttavia è meno ispirato. Quasi tutte le canzoni, eccetto per la acustica e gradevole Between today and yesterday, hanno un’impronta comune: inizio arpeggiato che oltre che a rimandare a quel gioiellino datato 2005 che è  The Astronaut dismantles HAL Ep, ricorda anche i Porcupine Tree da In Absentia (non certamente un complimento), per poi destreggiarsi in un crescendo che riorganizza la lezione dei Soundgarden. Non a caso il frontman Sel Balamir ha sempre detto di ammirare Cornell e soci, ben oltre i loro effettivi meriti e risultati (tenendo presente che i Soundgarden non fanno uscire qualcosa di decente dalla metà dei ’90). E se a qualcuno è piaciuto King Animal (not me), questo potrebbe esserne epigono decisamente più riuscito. Paradigmatica in tal senso la terza traccia, Extra Vehicular: introdotta da uno stucchevole fade in, rimane per quattro minuti a cincischiare su se stessa, aprendosi infine in un bel vortice che rielabora e attualizza il meglio delle schitarrate di Thayil. L’opener Matmos ha come marchio di fabbrica una bella melodia vocale intonata da Balamir, ma incide solo dopo molti ascolti. The Wheel, che ho appena riascoltato, soffre un po’ di monotonia nell’andamento ma il lavoro di chitarre è straordinario.
La migliore risulta, per forza di cose, la chiosa: Mary Rose. Vertigine assoluta dell’album e almeno da top 5 nella loro ormai consumata discografia. Un basso pulsante con effetto liquido targato Jeff Caxide from Isis, lascia il passo ad un uptempo psichedelico e sincopato. Se qualità e varietà avessero ricalcato questo pezzone, parlerei dell’album in maniera diversa. Giusto un accenno alla title track. Lo space rock degli Amplifier prevede che la psichedelia ne sia parte integrante. La sanno fare e anche se l’hanno fatta meglio in passato, c’è una notevole capacità e volontà di suonare insieme. Gli strumenti si integrano alla perfezione in passaggi stralunati dove le voci di Magnum, Durose e Balamir s’intrecciano sullo sfondo, regalando un brano non convenzionale e decisamente poco radiofonico.

In conclusione: non il migliore album degli Amplifier  tout court ma, considerato quanto si è indebolito The Octopus alla distanza, è certamente più onesto e convincente.. Sono canzoni in cui ci appiccica un po’ l’effetto Porcupine Tree e quindi il rischio dimenticanza è dietro l’angolo. Where the river goes, ad esempio, sembra non andare da nessuna parte, eppure bastano i due minuti finali a risollevarne le sorti. La prova del tempo e la sedimentazione speriamo siano chiarificatrici.

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