Aforismi filosofici III

Debord scrisse e, per certi versi, scriveva che “tutto ciò che era direttamente vissuto ora si è allontanato in una rappresentazione” e che questa immagine di noi, del mondo, dei rapporti sociali ha un fetore positivo e progressivo (il concetto di crescita). Se la sostituzione del dio metafisico con il dio-merce ne frammenta soltanto l’icona, la sua onnipotenza rimane intatta. E la legge storica di questi tempi recita che lo spettacolo, ossia la vita non più realmente vissuta ma mediata dalle immagini, si è reincarnato in una sua forma minore, si è umanizzato, si è cristallizzato in modelli di comportamento esportabili. Questi non sono più né buoni né cattivi. Basta che siano vincenti. Lo spettacolo così come si vende a noi, sia quello squallido della vita quotidiana sia quello propriamente detto, ci offre il biglietto da visita dell’opportunità: di conoscere, incontrare, condividere. Tutti aspetti che dovrebbero darci l’illusione di implementare, crescere, migliorare. Ma credo ci sia una notevole confusione tra capacità intuitiva e conoscenza, come tra apprendimento e comprensione. E sono altresì convinto che si sia fatto un gran parlare delle capacità umane negli ultimi secoli.

[La cosa davvero straordinaria dell’essere umano è stata la sua capacità di sedimentare e trasmettere attraverso un sistema di codici alquanto raffinato. Come dire: il ponte tra apprendimento e comprensione (e la reciproca inter-accessibilità)  è stato lanciato da questa capacità tipicamente umana. I sistemi di codici hanno la proprietà di semplificare e chiarificare e tanto più sarete in grado di chiarire e ridurre, tanto più la differenza tra capire ed intuire vi apparirà evidente. C’è un momento dell’intuizione, poco prima che si solidifichi in un concetto (applicabile o meno) in cui l’immaginazione la gonfia di contenuti derivanti da immagini che si formano (in modo chimico e meccanico) nel cervello. Alcune di queste immagini sono originali, ma è un riflesso rifratto di frame accatastati alla rinfusa che appaiono per l’intrinseca liceità della legge dell’analogia].

Che l’immagine sia un nostro modo di pensare credo sia indiscutibile, ma l’immagine non è il concetto. Se vi dico la parola gelato non è detto che debba venirvi in mente per forza un cono. Che l’immagine di un cono si cristallizzi in voi quando sentite il fonema gelato è un modo spettacolarizzato di figurarsi cose e questioni. Una via facile. L’uomo è riuscito a realizzare macchine persino migliori di lui solo superando se stesso ed implicitamente accettando le leggi di natura. Senza questa supina accettazione non avrebbe fatto nulla perché non avrebbe avuto un punto fermo da cui sviluppare progettualità. Così i naviganti antichi con la mappa del cielo immutabile, così gli ingegneri robotici con le fonti d’energia e il surriscaldamento del silicio. Il limite è la terra.

[Mi chiedo se i naviganti avrebbero mai scambiato la stella polare per un navigatore satellitare a batterie].

Ciò che ci semplifica ci dissangua. E la semplificazione del linguaggio è solo un sintomo dell’imbarbarimento dei tempi. Se l’american dream ha fatto breccia in molti cuori, se ci crediamo speciali in qualche nostra peculiarità non meglio specificabile, se guardiamo all’esistenza con fare speranzoso illudendoci che un cambiamento sia possibile e repentino, a tutti voi dico che i fiori di ciliegio sbocciano da un giorno all’altro.

Il motto sotteso al sogno americano recita che chi lavora duro poi verrà ricompensato. Questa società ci ha tolto persino il concetto di lavoro. Sia da un punto di vista etico che sociale. E per non incrinare in noi il concetto di spettacolo perpetua i suoi mantra ipnotici sulla fecondità della vita stessa, sbattendo le nostre facce anonime su uno schermo tiepido, scaldato appena dai nostri aliti e dalle nostre imperfezioni. Il realytismo non è che la forma ultima di spettacolarizzazione della società, quella oltre la quale ci siamo soltanto noi e le pulizie di casa.

Ma quale malvagio architetto potrebbe aver fatto tutto ciò? Nessuno. Non c’è nessun colpevole. E’ la Storia che prevale sempre sugli uomini. Nessuno saprebbe nemmeno immaginare un mondo senza Stato sovrano, senza mercato. E’ come cercare un’alternativa speculativa alla sconfitta alleata nella seconda guerra mondiale. Il dopo è così inimmaginabile che ci devono per forza ricordare di vivere il presente. Ed io all’eterno presente sono allergico, mi fa starnutire ed arrossare gli occhi. Ma come fanno a sottrarci questa indolenza sospensoria? Manipolano il tempo. Lo abbiamo sempre fatto a noi stessi, ma la velocizzazione delle comunicazioni non c’ha più lasciato spazio di manovra. La nostra stessa educazione è scandita da tappe cronologiche di crescita che non hanno alcuna attinenza con la maturità. Questo perché dobbiamo tutti produrre qualcosa ad un certo punto, per permettere a tutti (anche dopo di noi) di vivere questa menzogna senza uscita e prezzolata. Mi chiedo quanto debba essere egoista un uomo per mettere al mondo un altro uomo a queste condizioni. Solo un sadico potrebbe farlo.

Non ce ne accorgiamo. E’ un gioco di specchi dove crediamo che la nostra felicità sia una costante casuale che si ripete su una linea temporale. E trattando quella linea come un eterno presente ci allineiamo soltanto agli anni che ci mancano. Senza lasciare impronte indelebili, senza ricordare ad altri che tutto ciò che vivono è filtrato da ciò che vedono e non da ciò per cui esistono.

 

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