Appunti filosofici I

Da quando le aspirazioni -che non sono altro che aspettative passive- sono diventati desideri socialmente raggiungibili, la loro portata è foriera di aridi fraintendimenti, dovuti principalmente ai mezzi per ottenerli. Se la frammentarietà delle nostre esistenze disponesse di un magnetico momento di restauro, ci renderemmo conto che tutto ciò che è disponibile ha un prezzo e che la stessa disponibilità si compra con le sussistenze del sistema inglobante. Sicché alla già decadente nozione di uomo dobbiamo sottrarre un altro arcaismo: la sua unitarietà. La parcellizzazione del sistema-uomo, riflesso della settorializzazione del sistema-società, conduce ad un parziale soddisfacimento dell’inganno desiderante. Credendo di seguire un ideale percorso di crescita e di realizzazione incarniamo nel successo le nostre ambiguità separate che, senza adeguata struttura innervante, sono il presentimento alla base di ogni transumanesimo. Il romanzo d’una esistenza diventa epitome di se stesso, redatto da un autobiografo disattento che trascrive solo una vuota titolazione capitolare e una cronologia sfasata ed irregolare. Mancano persino le glosse, la voglia dell’appunto e, soprattutto, la bibliografia essenziale. Sicché i nuovi Frankenstein -così anonimi dall’assomigliarci paurosamente- se ne stanno su metallici tavoli ambulatoriali in attesa che la scienza gli doni la vita. Il superamento della metafisica nascondeva solo un infimo desiderio di scisma e ciò che la scienza ha prodotto sull’uomo non è quantificabile nel progresso e nell’accumulazione tecnologica, bensì nella vittoria di questa scissione fredda. Ogni cosa realizzabile difficilmente sarà anche realizzante ed ogni nuovo membro ricostituito nelle apparenze è privo di vasi sanguigni autonomi. La teoria dei vasi comunicanti dell’essere-sociale fa capo alla dittatura economica della quale siamo valvassori inconsapevoli e colpevoli. L’indipendenza economica è la segnaletica d’accesso ad ogni altra struttura esistenziale, e nonostante spesso ci si affanni a non reificarla ulteriormente, l’oggettivazione è un suo dato costitutivo: noi diventiamo della stessa sostanza di cui è composta la filigrana. Nel mezzo che diventa fine si perde di vista la funzione reale delle cose e di noi stessi. Il fine di questa società, atomizzato per ognuno di noi, è la ridefinizione al ribasso degli scopi stessi man mano che ci vengono preclusi. Se il desiderio è un oggetto sociale, allora basterà ridurre o amplificare queste aspirazioni. Il delitto è perfetto: non si incolpa -salvo rari casi- l’incapacità del singolo, ma l’impossibilità della congiuntura storica (che corre parallela, ma la sovrasta, alla storia personale). Le uniche eccezioni naturali e le loro conseguenze ( salvaguardia della specie e procreazione ) vengono disinnescate nella loro estremizzazione: se la sacralità della famiglia per millenni è stata protetta dagli strali della religione, oggi la scienza ammette la biologica inutilità della coesistenza dei sessi, lasciando la mitizzazione morale alla psicologia.

Poco importa è (se a causa della storpiatura di queste leggi naturali) sapere a cosa abbiamo dovuto rinunciare nel momento in cui, oltre alla vita e alla morte, abbiamo ammesso un altro elemento inemendabile -proprio per via del voler essere-sociale- per il vivere: il lavoro. I paradossi e le contraddizioni ora appariranno più evidenti. Credo di aver letto da qualche parte (se non ricordo male una biografia dei Nirvana) che Kurt è rimasto vittima della classica “sindrome dei tossicodipendenti”, dover guadagnare per poter aver accesso alle droghe ed essere man mano incapace di ottenerli, sia a causa dell’assunzione di droghe che della natura stessa del denaro. Un doppio conflitto interiore lacerante. Noi viviamo questo disagio costantemente, allo scoperto, e senza la possibilità di sbraitarlo su cd ad effige di una generazione. Lo facciamo cercando un lavoro che non c’è ed adattandoci a ciò che si trova, cercando di stare a galla in questa precarietà inquietante. Se anche qualcuno di noi riuscisse, in futuro, a permettersi qualche lusso oltre all’esclusivo mantenimento della proprietà privata (notate il paradosso: una cosa che paghi perché sia tua e, nonostante sia tua, continui a pagare  perché comunque il terreno su cui poggia non è proprio tuo-tuo e poi perché ti forniscono dei servizi), questo lusso ha un semplice valore di scambio. Tu spendi ciò che hai guadagnato, e spendendo rimetti in circolo quel denaro che riguadagnerai, in un gioco di equilibri sempre precario e viziato da un paio di oscuri particolari: non si capisce chi e in che modo abbia stabilito la quantificazione dell’attività lavorativa umana e intorbidito le acque sul valore reale della produzione. Quale garante, non già inserito in questa logica, ci assicura che un dato prodotto debba avere quel determinato valore riconvertito.
I paradossi non mancano nemmeno in quei campi dove la scienza non è riuscita imporre ancora il suo dominio totale ossia la nascita e la morte: mettere al mondo un figlio sulla base di quel piccolo atollo gonfiabile che è l’accumulazione di denaro nasconde due risvolti complementari ma non associati: l’egoismo della specie e la noia della vita. Da un lato l’egoismo è una propensione naturale dall’altro si consacra nell’incertezza della precarietà e della disposizione a questo mondo. La noia, invece, obnubila una inquietudine ancor più probante: non perturbare il pensiero della morte prolungando la giovinezza, alimentando un’utopia di immortalità ed infine protendendosi e concretizzandosi nella reificazione dell’eterno presente: l’effimera concretezza dei desideri acquisibili.

Una volta raggiunto uno scopo sociale ci si accorgerà che anch’esso, come voi, è fatto di filigrana e che solo la sua incessante accumulazione ed esibizione avrà senso (un doppio senso nel caso di una famiglia). Quel desiderio che si compie per accumulazione ha due terminazioni e nessun termine: da un lato è l’instancabile accontentarsi, dall’altro è accumulare diversificando (ossia cedendo alle vanità e alle declinazioni del narcisismo). In quest’ultima versione il desiderio è irrealizzabile per definizione perché il suo fine è il suo superamento. Nella prima, invece, il suo fine è il suo mantenimento costante (quindi un desiderio realizzantesi ma mai pienamente goduto).

Tutto ciò per dire che mi piacerebbe essere povero lontano da qui. Non per esterofilia o disinnamoramento della propria patria. Vorrei essere lontano da qui non per non poter comunicare in modo inefficace e più superficiale. Vorrei essere lontano da qui per non domandarmi più, senza risposta, come mai il nostro desiderio, quasi collettivo, di essere-sociale ci ha portati a vivere vite che ci separano l’un l’altro, anche laddove le istituzioni ne garantiscono ancora l’esistenza. Coppie frustrate che vivono vite, sessualità ed esperienze al di fuori della coppia che fanno con coscienza deciso di formare. Incomunicabilità totale se non  nel gergo dell’amministrazione, di cui si chiede uno sfoltimento, quando è la burocrazia che tiene insieme una moltitudine di ammortizzatori sociali, gendarmi del controllo che li controlla. Amicizie sepolte dal peso degli anni, dei silenzi, degli amori, della morte. La desolazione dell’apparato pedagogico-educativo, lasciato al controllo di operatori più o meno solerti che forse comprendono l’importanza dell’istituzione ma raramente riescono a farla coniugare con le esigenze di bilancio. E così bambini e ragazzi di tutte le età e di diverse etnie crescono nella più totale ed inconsistente ignoranza, fatta di perizie video-ludiche, vuoti grammaticali (e quindi concettuali) in numero ed in gravità peggiori dei miei, nozionismi a macchia di leopardo che nemmeno tengono più in dovuta considerazione il rigido meccanicismo che regola certe materie e certi eventi. In questo modo si fa strada un pensiero semplifico, irrorato di banalità, abbarbicato su luoghi comuni che confondono la cristallina intensità delle emozioni. Siamo in balia delle onde elettromagnetiche del cuore e lo traslitteriamo direttamente dal pensiero altrui in un modesto, incontestuale ed erroneo citazionismo di massa. Il bacio perugina ha finalmente portato a termine la vendetta di cupido tramite i social network il cui difetto meno vistoso è il portar via il pensiero originale.

In ogni condominio dovrebbe esserci una legge che ti impone di essere amico di uno dei tuoi dirimpettai.

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