Inconsistenze.

Dio non voglia che vi troviate mai sulla strada provinciale all’orario di rientro dei pendolari. Ma qualora dovesse capitarvi dovreste tenere in considerazione alcuni spunti per la vostra sopravvivenza mentale. Prima di tutto: non ci siete abituati. Inutile che proviate a spingere con la forza delle bestemmie il vostro contachilometri oltre i quaranta ed è perfettamente infruttuoso tentare arditi sorpassi su due ruote lungo la striscia continua o sfruttando la parabolica dei sempre meno rari cavalcavia che oscureranno il sole. La statistica potrebbe venirvi in soccorso.
Un’auto su quattro è guidata o da un vecchio con quei catorci che vanno a energia solare o da qualche nuovo povero che ripone una fede quasi religiosa nella propria fiat Panda 900 che non innesta nemmeno la quarta. Diciamo uno su cinque, perché la tendenza della società consumistica ha la sfrontatezza di inculcare anche nei poveri l’idea un po’ grottesca che è meglio avere la Corsa Sporting ultimo modello per non andare a prendere il pane. Statistica che tende nuovamente al ribasso se si contano i camion, furgoni da imbianchini incinta di impalcature, bus sightseeing per ammirare la favola un po’ malinconica dei filari di fabbriche deserte, amanti che litigano e mantengono un’andatura blanda da controllo delle passioni, passaggi a livello, etc. A essere ottimisti ogni tre macchine ce n’è una che rallenta il traffico in modo sconfortante, soprattutto se avete avuto una di quelle giornate in ufficio in cui l’unico vostro pensiero -positivo- è l’invidia per il teletrasporto dell’Enterprise. Se poi è una giornata piovosa come quelle che capitano per stagioni intere qui dalle mie parti, subentra l’effetto psicosi; seguendo un cliché maschilista che non smetterà mai di divertire, le donne non ripongono fiducia nel principio del tergicristallo e dell’abs – e dopo venitemi a raccontare che siamo nell’era della tecnologia -. Tirando le somme è molto probabile che la vettura che vi precede non sia in sintonia con la vostra idea di rientro a casa.

Ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che la statistica è valida solo e soltanto se Noi facciamo parte della casistica, perché per ogni macchina che mi precede ce ne sarà una che mi segue (non fino a casa voglio sperare). L’inconsapevolezza del Io-pilota a produrre traffico mi induce a pensare che sia sempre così in ogni ambito dell’esistenza e con questo non voglio inferire che le statistiche siano inutili, bensì che l’inconsistenza o l’inconsapevolezza dell’Io sia un dato che si forma, meglio si oblia, socialmente. E se smettessimo per un attimo di scaricare essotericamente le colpe ritornando a dimostrarci gli egocentrici che siamo (e non solo quando ci comoda), comprenderemmo che l’attitudine all’autogiustificazione ha fondamenta instabili e si corrobora su una supposta idea di performance personale che esclude tutte le altre. Eppure quando siamo chiamati a dare un’opinione su un evento, sembra quasi che la logica non ci tocchi.
Charles Taylor sostiene che essere atei o credenti non sia una questione di predisposizione, di nascita, di età o di ignoranza\cultura, bensì sia un questione sociale. Il paradigma è Rousseau: il male non è naturalmente dentro di noi, il male si forma nell’incontro con l’altro, nello stare-sociale più che nell’essere-sociale. Attraverso una sbilenca scala assiologica ci opponiamo al prossimo in termini che appaiono qualitativi (meglio, peggio) ma trascendono nella quantità (di più, di meno). E’ evidente già nelle prime schermaglie tra bambini all’asilo in cui gli scontri su chi abbia la macchina più grande, il papà che guadagna di più, il gioco più bello forma il nostro stare-sociale. Con l’avanzare dell’età e della comprensione le cose si complicano, perché di fronte alla vergogna di proferire certe superficialità, noi le pensiamo ancora. E’ il nostro modo di legittimazione sociale quello della sottrazione negativa dell’altro. E le dinamiche non variano molto rispetto a quando ci tiravamo i capelli per stabilire chi avesse il Transformers più bello o più cattivo o più. Spesso si passa da una argomentazione all’altra senza un vero filo logico; a volte si rimane abbagliati dalla propria capacità di formulare fesserie senza chiederci se mai qualcuno, nella storia del mondo, le possa aver già pensate negli stessi termini. Spesso ci bastiamo, ma ci bastiamo soltanto in relazione alla nullità coatta che l’altro rappresenta. Se passeggiando per il centro vi capitasse di notare la vostra ragazza seduta al bar con un altro, la reazione apparirà a voi stessi proporzionata o meno se la persona con cui la vostra metà si sta intrattenendo sia un nerd col labbro leporino o un aitante giocatore di rugby con la decappottabile parcheggiata di sbieco sul posto disabili. Ne farete una questione di principio o meno soltanto se quel principio vi converrà (quindi non è un principio). L’unico elemento che risalta è la suscettibilità dell’Io, che è anche l’unico elemento che non tirerete mai in ballo.

Recuperare, ammesso che sia possibile, una translucenza con noi stessi non è sufficiente. E non è sufficiente nemmeno predisporsi correttamente verso il prossimo perché l’impressione è che questa umbratile verzogna (vergogna + menzogna) collettiva non permetta alla comunicazione -già di per sé deficitaria- di raggiungere l’esterno. Appare sempre più evidente che l’uomo è ormai l’ombra muta di se stesso che ciarla di eventi, di cose, di passioncelle in divieto di transito che non significano nulla nemmeno per se stessi: è soltanto una giustificazione alla noia. Il vero dramma è che parlare sia gratis. Ed è un atteggiamento frustrante soprattutto per chi è ben disposto verso di voi. Nessuno sostiene che si possa essere sempre comunicativi e profondi, ma nemmeno ascoltarsi l’ennesima storia di sbornie o tradimenti che…come potrà mai andare a finire? L’iconografia filmica contemporanea ha conosciuto un’età fiorente speculando sulle catastrofi pandemiche che potrebbero colpire l’umanità. Mi hanno sempre colpito quelle pellicole che parlano della proliferazione di un virus letale; una forma di vita così piccola da essere invisibile e che contagia per contatto chiunque, senza distinzione di genere, di ceto o di appartenenza religiosa. Ora, l’immagine dell’uomo ammalato di se stesso non è certo nuova e nemmeno quella del malato immaginario. L’aberrazione della malattia, questo virus che ci colpisce, è nell’annullamento dei sintomi, nel diniego della sofferenza e, quel che è peggio, nell’essersi abituato a questa condizione perché il vero malato è tenuto lontano sotto un lenzuolo sterile, nelle antiche profondità ormai irraggiungibili a livello sociale e, forse, individuale. Le piaghe fanno ribrezzo a un mondo di corpi abietti e perfetti(bili). Le debolezze annoiano gli Es. La vecchiaia è una burla planetaria dalla quale siamo, per grazia, risparmiati solo noi. Tutti.
Chiunque si ribelli a questa condizione, ammesso che ne abbia gli strumenti adeguati, è un pericolo sociale, una persona da tenere in considerazione in virtù solo della sua farsesca ispirazione. Di utopisti ce n’è sempre meno, soprattutto quello che credono nell’utopia del sé. E anche quelli che sono rimasti vengono contagiati da due fattori: il primo è, appunto, il fatto che il contatto con l’Io sofferente conduce a un ipertrofismo oltre sociale (la volontà di essere effettivamente diverso); l’altro fattore è il cinismo che circoscrive l’utopia e la apre a nuove possibilità del tutto compatibili con la società che li risputa. Facile che Lo Spettacolo rivenda gli utopisti e persino gli ottimisti realisti come falsi prodotti, di cui è facile smascherare il doppiogioco. E’ nelle relazioni uomo-donna, unico baluardo tra tradizione e modernità ad aver subito solo terremoti interni e non strutturali, che ciò appare con più evidenza; spesso amare un’utopista è cosa facile, ben più difficile nutrire quell’anima utopica affinché non si conformi. Conformarsi all’altro non è poi così difficile, benché si sappia che quella è la vera morte che fa parte di questa vita.
Qualora opponessimo una tenace resistenza alle infiltrazioni dell’altro (e parlo sia della donna che dell’uomo) non preoccupatevi: c’è tutto un mondo là fuori di possibilità meno estreme.

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