Decadanza.

L’intelletto si arrende alla semplicità del movimento come il linguaggio rimane vittima dell’imbarbarimento imposto dalla socialità virtuale. Più il movimento fisico si irrigidisce in una primitiva serie di sgrullate al monitor dei vostri telefonini, più la mente -concetto superato, va bene, ma ancora valido per capire di cosa si sta parlando- diventa pigra. Ciò risulta particolarmente evidente nella vita di tutti noi “divanati” che prendiamo il telecomando con i piedi pur di non alzarci. L’accesso alla conoscenza – che non è più una ricerca, nemmeno epistemologica- non è più un’azione attiva, ma la definitiva perdita di contatto tra informatore e informato. L’informazione, compressa nel suo telegrafismo, nella propria onnipresente essenza auto-giustificante (una notizia online ha senso solo nel ricircolo incessante che la rende possibile), nella lontananza dalla fonte (di condivisione in condivisione) da diventare bidimensionale. Ciò genera due macro-conseguenze: un generico ampliamento di ciò che è notizia e una paradossale inflazione della stessa in termini quantitativi (per raggiungere il maggior numero di persone\fidelizzazioni virtuali), decolorandosi nel tragitto. Non è solo un problema di fruizione istantanea che dequalifica il fatto dietro la notizia a mera titolistica; avviene una vera deformazione, negli stessi termini in cui accadeva ai racconti popolari, che passando di padre in figlio e di generazione in generazione, subivano decurtazioni o ampliamenti più o meno pertinenti. La modalità della news dei social media non ammette né ampliamenti né deroghe e la sua essenza passeggera (che non resiste nemmeno più alle canoniche 48 ore) ha diverse ripercussioni sia in termini di efficacia sia di rapporto con il fatto. E’ un processo dequalificante che avviene proprio nel movimento della notizia in rete che da un lato sottrae spazio all’approfondimento e dall’altro non si dà il tempo di fissarsi nella memoria collettiva. Il processo di rimbalzo da un mezzo all’altro (con solo hardware ma anche software) agglutina la notizia e concreziona il conoscere al livello del sapere. Che sia una notizia sentita per radio, letta sulla app dell’agenzia Ansa o sullo scroll di twitter, nel momento in cui una cosa emerge è conosciuta e archiviata. Dal lato del consumatore avviene un processo progressivo di disinteresse (a meno che non diventi un meme, il cui destino è appena più longevo della notizia stessa) e di perdita di curiosità. Ma è dal punto di vista di chi una notizia la scova e la manipola che le cose si complicano. Il processo di ricerca dell’articolista è una pigra collazione di fonti esterne non più direttamente verificabili che presuppongono una connessione con la verità del fatto anch’essa virtuale. Quest’allontanamento dalla fonte sta trasformando il giornalista e il mondo del giornalismo che stolidamente si è adattato alle necessità 2.0, vedendo in esse una svolta progressivo-evolutiva com’è nel paradigma delle scienze moderne. Debord avvertirebbe la presenza dello Spettacolo, di cui il tecnologismo e il linguaggio scientifico sono propaggini autoritarie, nella scelta del giornalismo ai tempi di twitter di sentirsi giovane. Detto ciò è proprio sul termine “giornalista” che vorrei porre l’attenzione. Ha senso ancora parlarne? Sebbene ci sia necessità di una scuola di formazione professionale al giornalismo, è giusto che il narcisismo si mascheri dietro l’elitarietà e che alla sufficienza venga dato un patentino per circolare liberamente? Dietro una firma digitale quali garanzie ci sono che si celi il professionismo giornalistico e non invece lo stagista che a tempo perso scrive i libri a Fabio Volo? O proprio Fabio Volo (vero, Corriere?). Soprattutto cosa ce ne facciamo di professionisti della titolistica il cui unico merito è di auto-giustificare la propria esistenza professionale attraverso un click che avverrebbe in ogni caso. Quanto ci metterà questo neutro modo di disinformare lentamente a diventare apolitico e direttamente simpatetico? Il male -scusate il termine- del travaglismo, non è di certo il suo sacrosanto antiberlusconismo (da cui ha tratto notevole profitto), quanto per aver sdoganato un’idea del giornalista fittiziamente super partes -ovvero che si estromette dalla volontà partitica per agglomerarsi ad un altro potere, quello legislativo-giudiziario-, la cui unica qualità è di essere cinico. Il cinismo moderno stingue le differenze politiche, annacqua l’estrazione sociale (che in confluenza con l’ampliata utenza borghese è diventata sempre più una questione di dettagli insignificanti) e giudica fatti da un punto di vista sempre più stringente, che è sempre più quello dei grandi concetti universali sotto cui derubricare l’essenza umana al netto delle scienze sociali. Se le prospettive argomentative perdono terreno la neutralità non ne guadagna, solo la demagogia. Ma la categoria di pensiero sotto cui dobbiamo inscrivere i cinici radicali non permette nemmeno alla categoria di esistere, perché i cinici ironizzano su loro stessi. Il tutto si riduce a una escalation di chi dice la cosa più scioccante senza urtare il dogma dell’utilitarismo libertario che impone di conseguire il maggior utile possibile per il maggior numero di persone senza deficere qualcuno. Com’è possibile coniugare questa prospettiva con lo sberleffo universale? Semplice, lo si istituzionalizza e, mal che vada, poi paghi gli avvocati. Eppure non è sufficiente, da un punto di vista psicologistico, spiegare questo spostamento di ruolo semplicemente istituzionalizzando socialmente una condotta. Perché dietro il narcisismo cinico ci sono delle motivazioni personalistiche: che l’uomo ha sempre eretto simulacri per calcolare in termini di grandezza la propria popolarità e la propria vanagloria. Internet da questo punto di vista è un multiverso nel quale erigere un dominio riconoscibile che non duri il tempo di una stagione è un’impresa che non ha molto a che vedere con il talento, ma con il prolasso dell’utenza snervata dall’incessante richiamo all’attenzione\fruizione. Quindi a chi giova essere creativi e profondi su internet se il successo è decretato dal numero dei “mi piace”? Anzi, la creatività gioca ancora un ruolo fondamentale, ma solo per quanto riguarda il contenitore e non il contenuto. Dietro c’è lo stesso tipo di processo che vede la televisione autoglorificarsi attraverso lo strumento del calcolo dello share. Tuttavia mentre la televisione veicola un’immagine o un volto che trasportano il contenuto ma allo stesso tempo lo trascendono, una firma digitale come uno pseudonimo o un avatar mette direttamente a contatto con il contenuto prodotto che, da questo punto di vista, è già povero nella sua essenza costitutiva. L’abbassarsi dell’asticella dell’intellettualmente rilevante non vede una progressiva ribellione del fruitore, ma una sua conformazione allo status quo nel quale non può attivamente intervenire. L’uomo, d’altra parte, si adatta a tutto. Ma che questo scivolamento, conscio o inconscio che sia, venga ridicolizzato con argomentazioni quali “ho 1300 follower” è un segno che la Storia, ormai, arriverà sempre troppo tardi.

Che uno ritenuto così intelligente come Steve Jobs non abbia capito che i suoi belli aggeggi ci avrebbero ridotto a fare movimenti che neanche i primitivi, serrati nel nostro individualismo aperto solo a un mondo che puzza di silicio, e che questi movimenti ci avrebbero fatto diventare tutti quanti un po’ più stupidi, ecco questa è la prova che non sappiamo nemmeno più dare la definizione di genio.

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