La Recensio cinematografica.

Le nuove tecnologie ed i nuovi mezzi di comunicazione dopo aver profondamente rivoluzionato il modo di far cinema, senza snaturarlo del tutto, hanno invaso anche il campo dello spettatore mettendolo innanzi agli ‘scaffali’ di una videoteca universale dalla quale attingere. Il download\streaming permette quella fruizione diacronica che scardina la settimanale routine cinematografica e limita la portata delle rassegne d’Essay, per lo più relegate al ruolo di cinefilie per cinefili e ritardatari. Ma innanzi ad una così ampia scelta, tra così tanti generi e titoli di un’arte che ormai ha passato il secolo di vita, il rischio per lo spettatore – che da occasionale o rituale diventa on demand- è quello di non sapersi più orientare. (S)fortunatamente il supporto alla visione (internet) si è attrezzato in ogni paese per guidarci tra gusti disparati, prescindendo spesso da qualità ed approfondimento a favore di un completismo accumulativo che neutralizza ogni contenuto\contributo valutativo e culturale.

La recensione, prerogativa degli organi di stampa e dei magazine specializzati, è da sempre stata il corollario dell’industria cinematografica. Se la figura del critico ha mantenuto sino ad un certo punto del secolo scorso una certa crudeltà mascherata da imparzialità intellettuale, il surrogato del critico-giornalista ha definitivamente smascherato la sua reale natura di promotore dello spettacolo,  generatore del divismo e, nel felice connubio con la televisione, incubatrice del gossip. Il crepuscolare trionfo dell’opinionismo pubblico, esploso endemicamente con l’ascensione di internet e lo sviluppo dei network sociali, è solo il consolatorio attributo di questa vittoria spettacolare. Mai quanto il cinema un’arte è stata così specchio o immagine dei tempi.

A internet non manca né il tempo, né il talento, né l’assurda ambizione di poter contenere tutto il sapere, ma proprio questa sua natura onnivora e replicante lo rende di difficile fruizione e categorizzazione. Il ruolo del critico presupponeva una solida base conoscitiva di tutto il comparto tecnico sia nella produzione che nella realizzazione di una pellicola e non si limitava ad un timido approccio emotivo e ludico. Il suo lavoro si sviluppava in un rapporto intensivo con il cinema e non solo meramente accumulativo. Oggigiorno la tendenza è quella di sentirsi “esperti” di film proprio a causa dell’indeterminatezza categoriale in cui tutta la doxastica sfuma. Il cinema richiama a sé una parata di agenti dello spettacolo senza alcun titolo o licenza (è un volontariato autogeno), la cui formazione è relegata al buio di una camera-soffitta e che stabiliscono il primato del loro pressapochismo nello stesso modo in cui decretano il loro successo: contando i seguaci. La fellowship pseudo-sociale che ci ri-organizza a partire dal nostro isolamento ha permesso una ulteriore sotto-categorizzazione dei generi cinematografici alimentando e sospendendo in modo anarchico il diktat di universalità che la rete imporrebbe; una vena sotterranea di critica ‘specializzata’. Nulla di male, s’intende, ma resta da chiarire chi fornisce un avatar di spessore culturale ed intellettuale e quanto di questo inesauribile e prezioso spirito critico è solo figlio della mediocrità, della pigrizia e della vanità che cercano di darsi un tono.

Il proliferare di siti, webzine, blog dedicati alla settima arte è scoraggiante. Se qualche certezza ce la offre ‘l’enciclopedia’ in rete imdb – in sostanza l’equivalente in binario del Morandini – ed il suo epigono italiano mymovies, questa certezza risulta effimera quando dalla rigida schedatura tecnica (molto accurata e ricca di dettagli e link) si vuole passare alla valutazione. Mymovies, per sua natura molto più informale, rovescia una certa idea di cinema elitario e specializzato mettendosi dalla parte della platea. Insieme all’ottimo database, c’è una dettagliata area riservata al cinema nelle sale, mantenendo quell’obbligo di continuità con il botteghino che rende osmotico il rapporto tra critica e settore. La zona-recensioni si avvale di un comparto tecnico mediamente competente che accanto alle note specialistiche (non sempre complete) offre una sinossi e una descrizione non molto dettagliata ma esauriente. Nella schermata della scheda-film vengono calcolate attraverso un valutatore alfanumerico-assiologico, chiamato mymonetro, i voti (che vanno da 1 a 5) divisi tra pubblico, critica e dizionari. In più nella sezione ‘pubblico’ ognuno può dire la sua. Molto simile, anche se più classico rispetto a mymovies, è filmup.it che personalmente preferisco per quanto riguarda il reparto critico.

Accanto a questi organi semi-ufficiali, la galassia del cinema è composta da satelliti sconosciuti, alcuni dei quali delle vere e proprie gemme stilistiche – nonostante la tendenza italica propenda verso la banalizzazione e l’imbarbarimento -. Sono spesso blog o webzine dall’aria spartana, dedicati a uno o più generi cinematografici che non si ripropongono alcuna fedeltà ad Hollywood, nessun obbligo di rispetto della data d’uscita, giocano con la riscoperta o la rivalutazione di generi considerati di serie b (come l’horror o i film d’azione), ammiccano ad una tendenza neo-cinica di depauperamento del contenuto a favore del ritmo, propendono per le estremizzazioni del dialogo (piace la prolissità tarantiniana ma anche la battuta one liner), cercano una linea editoriale che solidarizzi sempre con il pubblico di riferimento, scindendosi in modo naif. Sono blog nati nel tempo grazie al sodale processo di fidelizzazione della comunità in rete che, a volte, sfocia in sanguinosi scontri verbali tra feudi antagonisti che si contendono adepti, neofiti e supremazie apparenti. Sono fan-blog, costituiti da personaggi che lo fanno per hobby e che al limite possono ambire al rango di appassionati dell’arte che in maniera autarchica impongono uno stile e delle credenze personalistiche. Lo fanno non sulla base di un sapere assoluto o di una superiore capacità critica ma, nella maggioranza dei casi – quelli più riusciti se non altro – si affida al proprio buon gusto. Buon gusto che affinandosi con l’esperienza riuscirà a riprodurre delle proposte soddisfacenti, ma non potrà ambire ad alcunché di più universale o assiologicamente validante.

Nell’analizzare distrattamente questi metodi critici che sembrano antitetici, ossia uno più canonico e interattivo l’altro più tendente alla particolarizzazione, mi sono reso conto che entrambe le posizioni soffrono di difetti genetici che li accomunano. Questa anomalia si riscontra nel contenuto della critica, nell’idea stessa di recensione così come si è venuta a formare nel fruitore di internet. Non è più il caso di chiedersi se, di fronte ad una tale varietà di opinioni contraddittorie sopra uno stesso argomento (molto specifico tra l’altro), sia il caso di bilanciare i pro e i contro per la visione; né di chiedersi sino a che punto nell’arte e nel racconto dell’arte sia importante il gusto personale. Bisogna chiedersi a cosa serve una recensione su internet. Se dobbiamo compiere un ‘approfondimento’ d’ autore o d’opera risulta lapalissiano che il sito generalista non potrà fornirci aiuto e dovremo affidarci ad una critica di settore nella speranza che citi le fonti o che sia affidabile nel maggior numero dei casi (cosa quasi impossibile già a partire dai blog collettivi). Ma se nella recensione dobbiamo ricercare una guida alla visione, allora l’attuale metodo recensivo soffre di numerose problematiche e imposture.

A monte si stagliano due macro-questioni su cui molti si sono soffermati, ma a cui non hanno saputo trovare rimedio nemmeno nella più agevole critica musicale. Il primo problema è quello legato alla valutazione. Un sistema alfa-numerico che riproduca un valore assiologico misto ad un giudizio estetico è l’aberrazione della matematica. E’ un metodo al quale siamo abituati fin da piccoli e a cui riusciamo a dare immediatamente piena adesione e comprensione ma limitante. Anche nelle proprie varianti ( valutazione da 1 a 10, da 1 a 100 o in percentuale) le maggiori o minori sfumature non possono venir rappresentate dalla fissità di un numero che, in alcuni casi, si riduce ad una mera media statistica tra fruitori saltuari. Molto spesso non c’è nemmeno piena convergenza tra il contenuto della recensione e la valutazione finale che tiene in conto anche di fattori extra. La problematica si allarga nel momento in cui si mette in dubbio la possibilità valutativa esprimibile. Qui si innesta il secondo problema che è quello dei generi e della loro errata ricezione.

Il genere è stato introdotto per metter ordine nella accumulazione di opere cinematografiche che seppur realizzate -più o meno- allo stesso modo, si caratterizzavano per la loro estrema eterogeneità. Man mano che il mercato cinematografico si è saturato reificandosi e reificandosi è diventato merce, i confini che avevano permesso ai teorici del cinema di isolare le caratteristiche dei generi sono divenuti sempre più labili. L’ibridismo – il cosiddetto crossover- è dapprima diventato la norma per l’ispirazione, poi la sua desertica tomba nell’era del remake e del revivalismo a ogni costo. Ma in tutto ciò la critica di genere che si è separata dal proprio genitore ha perso ogni specificità ed universalità, non riconoscendosi se non in questo mutevole trasformismo è rimasta inerme ed inespressiva focalizzandosi più sul racconto e sull’impressione estemporanea che sull’approfondimento. Merito è del cinema stesso che ha sempre prediletto il suo risvolto narrativo e auto-celebrativo rispetto a quello documentale.

Se il controllo sui generi non è più rigido non può esserlo nemmeno la critica che da un lato si plasma sulla propria insipienza volgare, risultando indulgente e incolore, e dall’altro si irrigidisce in una valutazione che tiene conto, appunto, della distinzione di genere. Per cui un film che poteva risultare modesto sia per critica che per pubblico – ormai sono la stessa cosa – potrebbe trovare proprio nella critica popolare un confortevole alleato per essere rivalutato all’interno del contesto di appartenenza e proprio per via di quel contesto. Ciò potrebbe far supporre che si formi una sorta di omogeneità democratica di superficie. Niente di più sbagliato. Per ogni mediocre produzione hollywoodiana (e non) ci sarà una così difforme molteplicità di punti di vista da rendere del tutto inutile una collazione tra recensioni. Se i termini di riferimento minimi sono il genere e il tipo di pubblico, l’estrema fluidità e transitorietà delle due categorie non restituirà mai né la complessità di un’opera né la sua banalità. Tutto verrà mescolato in un’unica pastoia interpretativa dove le distinzioni e i suggerimenti non seguono le regole per le quali sussistono. Si assiste ad un triste ed estenuante commentario auto-obliante dove né il sito generalista, concepito per essere enciclopedico, didascalico e orientativo, né la webzine\blog più specializzata e vernacolare possiedono una chiave ermeneutica efficace. Alcuni spunti però vengono forniti in questa eterogeneità. La capacità mimetica con il proprio pubblico e con il cinema di riferimento di qualche curatore mi è servita per ideare un modo utile per recensire, nonostante ciò sconvolga il senso comune della critica.

Avevo parlato di un’operazione preliminare in seno alla critica, quella tra approfondimento e orientamento critico: internet non è un luogo per andare in profondità, quindi la mia opzione acquista senso soltanto se intesa come ‘orientamento alla visione’, ossia se si sceglie come punto di riferimento l’utente medio che accede ad un catalogo streaming. I film -come già accennato in apertura- non si vedono solo al cinema e in tv ma si scelgono da un ricco carnet, molto più ampio ed accessibile di qualsiasi multisala -dio ce ne scampi-. Già ciò dovrebbe rivoluzionare in modo copernicano la recensione. Vedere un film non è più – già da un po’ – un evento con un suo dogma ritualistico, ma innestandosi in continuità con la quotidianità casalinga pretende che non sia solo uno svago superficiale – o uno spettacolo – ma anche un’esperienza edificante come una lettura. Se il supporto tecnologico già mortifica l’essenza di un film, la pretesa che almeno sia un film di spessore è fondata.

Nel prossimo numero le regole per un nuovo criticismo.

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