Society is the worst addiction.

I quit writing. 
Perché non sono abbastanza bravo? Non credo. Certo non sarò mai David Foster Wallace -e per alcuni versi meglio così- ma non sono persuaso che la mediocrità o il rifiuto possano fermare una mente fertile. E allora perché mi cadono i capelli? C’è correlazione tra le due cose? Questo si. Oddio, involontariamente sto scrivendo come un web-journalist de “Il Post” ma abbiate pietà, non ho più uno stile mio perché non leggo più. E in aggiunta devo ammettere che non ricordo più la vasta mole di sinonimi che strutturavano la mia persona.

I quit reading.
Perché mi annoia? Che discorsi, quello è sempre stato. Perché ci sono supporti tecnologici che surrogano questa necessità per vie più desiderabili e meno faticose? Questa è solo una conseguenza: non solo del degradarsi dei miei comportamenti ma anche di questi tempi infausti. C’è chi le proprie necessità le ha sempre misconosciute: in genere sono quegli utenti facebook che mettono le foto delle vacanze, o semplicemente le loro foto. Ho amici così? A voja. Sono stupidi? Certamente. Sanno di esserlo? No. Si chiama effetto Dunning-Kruger. Esiste una connessione tra il summenzionato effetto e la pornografia in rete? Credo di si. Ne sono sicuro? Cazzo, basta con tutte queste domande.

I quit thinking.
Come un giornalista che si chiede chi, cosa, come, quando, e perché si accontenta delle risposte. Domandare è superfluo, dedurre è speculazione, intuire è un dono. E allora cosa rimane? Un cazzo di niente, direbbe Federico Nietzsche (flat faggot). We are what we are risponderebbe Jim Mickle. E invece qualcosa rimane: approfondire. O come piace sostenere a me: sprofondare. Comprendere non è mai una posizione solamente intellettuale come ingenuamente credeva Kant nelle sue lunghe passeggiate verso orizzonti noti. Immanuel era solito sostenere che lui non si allontanava mai da Konigsberg perché aveva bisogno di necessario riposo per le sue difficili elucubrazioni. Kant ha cambiato il mondo in peggio per questo. Perché? Che domanda stupida. Come faccio a saperlo? Lo avverto. Un po’ vago direbbe il mio professore di filosofia politica. Vago, ma efficace. Come quando innanzi a un Monet avvertivo la spiacevole sensazione di trovarmi innanzi al niente più assoluto e mi sentivo in dovere di comunicarlo alla prof di arte. C’è chi si emoziona di fronte a un Monet. Davvero? Spero di no. E di fronte a un Van Gogh? Beh lì è diverso. In che senso? Che la sofferenza della pennellata suggerisce il tormento interiore dell’artist…che stronzate. Van Gogh si è tagliato un orecchio per mandarlo a una puttana, lo sanno tutti. Quindi mi sto dicendo che tutte le nostre interpolazioni ermeneutiche non sono che seghe mentali per farci sembrare più intelligenti? Già. Non è un po’ superficiale come visione? Lo è, ma lo è anche il fatto che tutti sappiamo chi è Van Gogh per via dell’orecchio e della puttana. In che senso? Che Van Gogh non era matto, ma era solo. Ed era matto perché voleva essere solo. Cambia tutto. La manifestazione è molto diversa dal sentimento che la origina, quasi non c’entrano l’una con l’altra. Quasi. Non serve spiegarmi che il gesto dell’orecchio non era amore, ma era disperazione.

 

I quit smoking.
E se per caso vi venisse in testa che il ciclo delle piante è sempre uguale a se stesso è solo perché non sapete osservare.
Non sono state le dipendenze, di qualunque natura fossero, a ridurre le mie capacità intellettive. Sono state le abitudini. Pochi sanno che il porno su internet provoca cambiamenti strutturali nel cervello di un individuo, non gli effetti della marijuana. Io ci sono arrivato senza leggere essays ammerigani sull’argomento, per ciò non mi ha sorpreso sapere che esistono essays ammerigani sull’argomento. E sono perfettamente d’accordo con il mio gemello diverso Elvezio Sciallis quando parla di drug addiction e di come gli ultra-drogati si vedono amorevoli padri e madri di famiglia in futuro, ovvero quando saranno a tutti gli effetti troppo vecchi per non sentirsi ridicoli. Ma è esattamente questo il punto: nulla scardina lo stereotipo che certe cose si fanno da giovani perché incoscienti e forti della propria supposta onnipotenza mentre altre cose vengono relegate ad età adulte. Ora ditemi: qual è la vera differenza tra farsi una pera a vent’anni e tagliare il proprio prato alle nove di mattina del sabato a quaranta? O trovarsi a giocare alla x-box cercando di scorgere lo schermo piatto tra i fumi della ganja da adolescenti e mettere al mondo un figlio giusto per soffocare la noia dell’età adulta e della monogamia parassitaria? Se me lo chiedete nessuna. Fa tutto parte di quella scelta diabolica che ha il proprio soggetto in un infinito sostantivato: perseverare. Come da copione. Nei secoli dei secoli. Non è più un soggetto a compiere l’azione, ma un verbo. E i verbi hanno la funzione di far passare o meno un’azione, non di essere diversi da se stessi. La grammatica andrebbe ripensata alla luce di moltissime nuove scoperte. E così la filosofia. Ma solo ricominciando daccapo. Perché è stato già detto tutto e quindi si tratta di ripensare tutto dall’inizio, come se ci fossimo sbagliati sin dall’inizio.

Con Affetto
Papa Justify.

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