Amplifier – Mystoria

Courtesy of Superball music ltd

Q: What’s mystoria, morning Gloria?
A: It’s a transitional album by Mancunian band called Amplifier.
Q: What d’ya mean with ‘transitional’?
A: Well, i don’t really know.

E’ sempre difficile fare critica di un album delle band che senti tue. Spesso l’indulgenza appiana le evidenti lacune, altre volte si rischia di sprofondare nell’ipercriticismo per troppo amore. In più ammettiamolo: essere obiettivi è un compito improbo per qualsiasi recensore che affronti un album di rock classico hi-fi dopo il 2001 (Tool – Lateralus). Gli Amplifier non fanno eccezione perché non sono mai stati una band seminale e non hanno mai tentato di ingannare pavidi proggers in cerca di tecnicismi onanistici. Loro sono prog ma non affiliamoli a una scena che per convenienza hanno sfruttato. Quindi scadrò nel mio solito ipercriticismo affinché le ragioni di questo Mystoria si mostrino. 

Mystoria è nel senso più pieno un album di transizione. Verso? Questo è da valutare, ma se potessi spendere i miei due centesimi in speculazioni proporrei verso una definitiva maturità artistica. Volutamente non ho usato la parola identità perché grazie a fortunati eventi gli Amplifier personali lo sono sempre un po’ stati. Non poteva dirsi anche per il precedente Echo street (2013)? Storiograficamente non direi. Echo street emergeva poco più di un anno fa come un progetto necessario per stabilizzare le finanze della band uscita con le ossa rotte dalla produzione indipendente del loro opus magnum (The Octopus 2011: a oggi il disco più impegnato e con più picchi della band di Manchester) e riutilizzava materiali scartati a cavallo tra la fine dei ’90 e gli ’00. Erano anche le prove generali della nuova formazione: via il bassista Neil Mahoney dentro Magnum, plus l’ingresso in formazione dell’ex Oceansize Steve Durose. Echo street è stato un album onesto utilizzato per lasciarsi alle spalle il Polpo; scelta che ho trovato funzionale e condivisibile nonostante il risultato sia stato altalenante. L’ultima traccia, Mary Rose, guidata da liquide linee di basso fino al guizzante ingresso delle chitarre è forse l’antipasto che più di ogni altro potrebbe introdurvi tra le pietanze di Mystoria.
Mystoria è un album tutto sommato immediato: 10 pezzi, 45′ di durata, trame sonore meno intricate e più dirette. Certamente avere dietro la consolle del mixer un mostro sacro come Chris Sheldon può aver influenzato Sel & Co soprattutto per quanto riguarda il suono. Perché se c’è una cosa che balza al timpano è la scelta di suoni di chitarre e batteria nell’impasto generale. E’ un album più suonato che pensato, ovvero l’esatto opposto di The Octopus che ha avuto una gestazione troppo lunga per non risultare, alla fine dei conti, troppo ampolloso. Siamo più nel territorio di Insider, scritto di fretta e furia nell’estate 2007 per venire incontro alle esigenze di una label che poi li ha lasciati a piedi. Ma a differenza di Insider, la firma con la Superball records e l’opzione Sheldon, lasciano supporre che questo Mystoria suoni esattamente come hanno voluto loro. 

E allora perché album di transizione? Perché il nuovo lavoro abbandona territori consolidati per affrontare nuovi approcci non tanto stilistici quanto compositivi. I riff sono meno eleganti e memorabili lasciando più manovrabilità ai sobri intrecci delle chitarre di Durose e Balamir. La durata ridotta dei pezzi costringe la band a selezionare e condensare le idee. Sono scongiurate le derive prog derivanti dalle succitate influenze. E scongiurato è anche il rischio di ripetersi: non a caso l’episodio meno riuscito, imho, è il singolo Named after Rocky che suona Amplifier al 100%.

C’è un mood un po’ anni ’80 (la opener sembra una riproposizione in chiave rock delle colonne sonore midi dei videogiochi Atari) e un po’ zeppeliniano (non quelli del plagio Stairway to Heaven per intendersi) con iniezioni massicce di heavy metal sabbathiano, soprattutto nella sezione ritmica. Arriverei a dire che c’è persino una distinta attitudine punk. Rimanendo in territori famigliari non rischiano quasi nulla ed il risultato pare ben amalgamato. Pur tuttavia le canzoni non sono tutte a fuoco. Per una cat’s cradle sorprendente e, insieme alla doppietta finale, highlight dell’opera, c’è una Bride molto insipida. Non mi convince assolutamente la scelta del bassista, spanne inferiore al precedente Mahoney, e che in un album e mezzo c’ha messo davvero poco del suo. Brobin alle pelli sembra più a suo agio nel nuovo approccio e pare aver perso la mania di addormentarsi sul charlie (Bloodtest). 

L’impressione generale è che pur essendo un album diverso e inferiore ad altre produzioni della band, abbia tuttavia saputo mantenere la rotta senza derive eccessive. La sua apparente immediatezza non tragga in inganno: è molto meno comprensibile a un primo approccio rispetto al resto della loro produzione. Trovo che la scelta del suono sia particolare ma efficace e che il condensare il minutaggio abbia giovato più all’idea di cambiamento che ai pezzi veri e propri che, anche per questo motivo, rimangono meno in testa. Meglio di Echo Street a primo ascolto, questo è certo. Ma c’è da dire che Echo street mi è entrato lentamente e solo in certe sue parti (adoro l’ep Sunriders). Di questo nuovo capitolo ho necessità di far decantare ciò che ancora mi appare opaco, mal sfruttato o solo abbozzato, ma saluto con favore questo nuovo corso affinché gli Amplifier non diventino mai una di quelle band che produce album fotocopia (vedi alla voce Katatonia).  

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