Inazioni automatizzate.

Mi è capitato recentemente di perdere la patente. Evito i dettagli speciosi ma all’apparenza sono caduto in una trappola dell’autorità burocratica che in tempi di recessione, furbetti e c.s.i: I.S.I.S stringe le sue maglie attorno a quello che una volta si chiamava – con una sua legittima inviolabilità – persona e ora è valutato al rango di cittadino. E’ merito della democrazia televisiva ma anche dell’estremismo qualunquista da 5 stelle. Dal mio punto di vista esiste ancora una distinzione piuttosto netta tra individuo e cittadino e si basa sul concetto che il primo non è automaticamente anche il secondo e viceversa. L’individualità è alla base del nostro consociarci ma non lo presuppone come conseguenza meccanica. Infatti la predisposizione all’essere cittadino entra in una dimensione politica e, quindi, attiva del partecipare. Ciò non si declina necessariamente nel “fare carriera politica” ma nel pro-attivarsi verso una scelta associativa e comunitaria a qualunque livello. Ha una sua dignità, detta così. Ma questa libertà ci è venduta come un vantaggio derivato dal dover essere cittadini (come il dover di voto, che però si chiama diritto), che formalmente a me pare una scelta già imposta. La realtà è che chiunque di noi porta avanti le proprie cose nelle proprie famiglie e dedica all’attività in comune ben poco del proprio tempo che non sia svago senza impegno. E si auto-squalifica il cinico nei paraggi che lucra sullo stare insieme (anche i dj o gli allestitori di mostre non sono un po’ questo?), a chiedere l’incentivo come elemosina per farci divertire. Divertire poi, parliamone.
In definitiva noi non siamo sempre cittadini, non possiamo ne’ vogliamo esserlo: lo siamo all’occorrenza e chi più chi meno. E se noi siamo maldestri e disattenti nei confronti del nostro paese, è il nostro paese che deve farsi più guardingo verso di noi. Controllare tutti è impossibile: ci sarà sempre chi non vuole farsi controllare o chi sta ben attento a non lasciare tracce e persino chi non ha nulla da nascondere né da guadagnarci a infrangere le regole. E anche chi ha molta sfortuna, come il sottoscritto. L’impressione dal di dentro della vicenda è che questo sia una specie di marchio, come con le vacche. Una prima scrematura totalmente occasionale e fortuita che può accadere in quanto cittadini sottoposti a regole di condivisione dei beni. E badate bene che non mi sto vittimizzando, non mi sento privo di responsabilità né posso dichiararmi ignaro delle conseguenze delle mie azioni. Però posso dire che la frase che l’avvocato mi ha ripetuto più spesso è stata “il problema è una eventuale recidiva”. Lo Stato, in qualche modo, ti coccola se hai sbagliato la prima volta. Ti punisce ma con il guanto di velluto, come farebbero dei bravi genitori. Ma se ricommetti lo stesso errore allora vuol dire che qualcosa di sbagliato in te c’è. E l’impressione è proprio questa anche dal di dentro: burocrazia pesante ma lineare, appuntamenti senza intoppi, predisposizione e comunicazioni efficienti. – Tutto a posto, caro. Hai fatto il discolo ma noi ti perdoniamo: ora vai in camera tua a riflettere su ciò che hai fatto e ciò che dovresti fare -.
Per inciso: la mia punizione in camera è lunga sei mesi. Io questo atteggiamento non lo sopporto. Primo: ma chi te conosce? Secondo: ma quando mai sono un pericolo io che conosco 5 persone, ne frequento 3 e non c’ho manco un gatto a cui rompere i coglioni. Terzo: se ti mandano in camera a riflettere e tu ti metti lì a riflettere e una volta che hai riflettuto concludi che ti stanno facendo marcire a spilimbergo provincia della fottuta pordenone per il cazzo, ti girano ancora di più.
E poi ho scoperto una cosa interessante.
Che non solo lo Stato ha questo atteggiamento da un lato finto garantista (in realtà fondato sul sospetto) e dall’altro ammiccante e paternalistico, ma tutto ciò che ha ormai a che fare con la nostra marketing-life dove esponiamo noi stessi come prodotto. E’ questa la risultante che i 5stelle vorrebbero portare in parlamento sotto forma di leggi popolari: la rete. Una rete di contatti, una sommatoria di click, una maggioranza di like, un coraggio da avatar. Mi sono chiesto come fosse vivere una vita senza questo incessante bombardamento di informazioni, ironia, meme e istantaneo flusso che trascina tutto in una eredità sbiadita e massificata. Chissà se proveremo ancora il brivido di essere in pochi a sapere qualcosa. Quando tutto diventa comunicazione quindi testamento culturale quel tutto non ha più proprietà attive, è un flusso costante di informazioni che non ci dicono nulla perché non dicono nulla di noi. Ci fanno ridere, sorridere, inorridire ma non sono nostre. Non ne siamo noi i produttori. Ciò che è filtrato dalla telecamera ci sembra reale tanto quanto ciò che abbiamo vissuto. Siamo generazioni con ricordi miscellanei. E se rimani nel flusso ne rimani ossessionato e trascinato. Avrai sempre necessità di un link verso quella parodia del reale che sono i social per sentirti connected. Per cui ho deciso di eliminare tutto (tranne il blog, ovvio, dove produco). Da qualche anno giravo sempre con profili finti perché questa decisione (il blog lo testimonia) è maturata negli anni. Eppure non è stato semplice. Facebook mi chiedeva la ragione per la quale volessi “lasciarli”: ma chi cazzo sei la mia tipa? Zuckerberg, ti avrei mollato anche via SMS se avessi potuto. Twitter non voleva disinstallarsi dallo smartphone, sicché dopo aver eliminato fisicamente l’account dal computer sono rientrato dallo smartphone che però mi chiedeva la password per rientrare e eliminare l’account dal telefono. Così reimmetto la password e elimino il profilo ma facendolo l’account si riattiva così dopo qualche giorno mi accorgo che continuano ad arrivarmi le mail di twitter, controllo e il mio account è ancora lì. Così lo elimino definitivamente dalla cpu e lì un messaggio mi avverte: se per sbaglio rimetti la password entro trenta giorni noi il tuo profilo te lo riattiviamo spontaneamente, coglione.
Oggi ho scoperto d’essere iscritto a G+ e che esistono delle cosiddette “cerchie”. Le cerchie. Le cerchie di: amici, famigliari, conoscenti, colleghi. Le cerchie. Un nuovo modo di catalogarci? Ma quand’è che siamo diventati così monodimensionali nel nostro solipsismo associativo? Sicché ragazzi tutto questo pippone per dirvi che lo Stato in confronto ci tiene a voi e tutto sommato ti chiede il tuo dovere di cittadino anche e soprattutto passivo con magnanimità. Come avrebbero fatto i nostri papà. D’altra parte ci tengono a noi, alla nostra Parte e alle nostre tasse. E’ un po’ una bugia questa ma detta a fin di bene. Chiunque ne capisca qualcosa di come funziona a grandi linee il mercato avrà capito che oltre ai beni di prima necessità (che non sono pochi in Occidente) chiunque voglia capitalizzare deve creare un prodotto vendibile. Cioè creare un desiderio che si irrigidisca in necessità. Il marketing social ha puntato su due delle debolezze umane meno percettibili e più funeste dell’uomo: la pigrizia e la vanità. Le ha spolpate di significato e riempite con concetti come “voi stessi” (all’interno di un software globale che ci riduce a un nome e a una foto) e “informazione” (che vuol dire tante cose compresa condivisione, reputazione e apparenza). Detto ancora più in soldoni: Zuckerberg non avrebbe fatto una fortuna e ora non leggerebbe tutte le vostre comunicazioni “gratuite” se voi non ci foste stati. D’altra parte non accettate un contratto prima di entrare? E che c’è scritto su quel contratto? Non l’avete letto? Male. In quel contratto non c’è scritto niente. O meglio c’è scritto che voi aderite a inserire il vostro vero nome, vera e-mail e vere foto e che delegate a facebook (cioè al tizio virtuale che ha proposto l’affare) la tutela dei dati sensibili che immetterete. E sapete perché ve lo chiedono? Non per vendervi qualcosa ma perché voi siete in vendita. Ognuno di voi ha permesso a Zuckerberg di avere tot dollari grazie al cazzo. Ma ammettendo anche di non essere tutti così esasperati e ossessionati dall’apparire eppur così desiderosi di relazioni, non vi sembra una fottuta ingiustizia? E poi facciamo la morale alle puttane. Facebook come twitter sono delle s.p.a., hanno dei capitali enormi eppure non ci hanno chiesto un euro. Ma vi siete mai domandati perché? Perché siete allo stesso tempo spore e humus sul quale cresce il muschio della pubblicità. Siete delle rocce all’ombra. Vi odio. Ma senza rancore.
Vi lascio con un quesito. Mettiamo che la guardia di finanza lanci un social network che chiameremo “honesta” e che raccogliesse i dati sensibili sulla vostra famiglia -proprio come un social normale-, casa, lavoro, studi, amicizie, vicinati, spese, cene, idee e opinioni politiche, gusti etc. Voi vi iscrivereste? Sapete che neanche mia madre mi chiama tanto quanto quelli della fottuta vodafone? Non è un eufemismo. Ora voglio dire: ho avuto meno rotture di cazzo con la patente che con la mia vita. Qualcuno pagherà mai per questo?

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