NO

Vi sono tempi in cui occorre spendere il disprezzo con parsimonia a causa del gran numero di bisognosi.

Non ci sono più gli amici di come quando eravamo dei rivoluzionari. E per le nostre generazioni avvizzite pensarsi rivoluzionari è già una rivoluzione. Abbiamo coltivato ambizioni neutre sforzandoci di falsificare il nostro talento, nella speranza di trovare un loculo nella società, magari strappato con alterigia e ostentazione di sé. Mi chiedo spesso se il tempo perso sia stato tempo ben speso; o se non sia la sensazione di impotenza nella transizione dell’esistenza la prima ammissione di una sconfitta personale che si traduce nel perdere il tempo. Ma l’uomo si adatta: ridefinisce i propri limiti come i propri desideri senza perdere nulla del sé precedente, nemmeno accorgendosi che la matrioska è sempre più piccina. Così la vita degli ideali viene spesa nell’opportunità e nell’opportunismo. Non si scrivono più libri sorretti dal talento o dalle cose da dire, ma dalla casa editrice. E qualora si abbia realmente un’urgenza espressiva la si annacqua nel romanticismo cinico, nell’autobiografismo parossistico, nel riciclo di situazioni emotive scandagliate con il metro di una sensibilità personale scissa. Anche per questo motivo molti lettori soffrono di immedesimazione, malattia che dovrebbe portare all’estinzione di scrittori mediocri, quando invece li vediamo proliferare.

La stoltezza delle vostre reazioni accompagna la decadenza del vostro mondo.

Non importa quanti compromessi abbiate dovuto accettare, come non è vitale rendersi conto dei ridimensionamenti delle vostre ambizioni giovanili in quanto stakanovisti costretti ai lavori forzati. In questo percorso a tappe scandite siete diventati bravi spettatori ed eccellenti consumatori e gli spettatori non trovano ciò che desiderano, ma desiderano ciò che trovano. Questo sbudellamento non è gratuito; paghiamo in bonifico il nostro voler essere qualcuno. E siccome siamo tutti uguali anch’io in quanto spettatore di spettatori soffro delle stesse frustrazioni e incoerenze ma non verso un turbo-capitalismo che ha invaso ogni anfratto del reale, quanto verso di voi\noi. Nella mia lingua si dice chei lì a no cambin mai: quelli come me non cambiano mai. Ed è vero. Io sono una di quelle persone che vi guarda dall’alto in basso alzando un sopracciglio, in ogni caso. Sono quello che sceglie la forma del distruggitore. E no, non riesco a liberarmi di tutto questo livore. Potrebbe essere frustrazione per essermi giocato le mie chances in questa vita con la certezza di non averne una di riserva. O potrebbe essere insoddisfazione per tutte le cose che avrei voluto fare e non ho fatto per pigrizia. Eppure anche questo è un modo distorto di guardare alla questione: niente di tutto quello che avete o che avete fatto o che farete smuove una minima invidia nei vostri confronti. Vi lanciate col parapendio in esperienze che dovrebbero forgiarvi ma nelle quali vivete come avete sempre vissuto: da spettatori o turisti E’ questa la nostra eredità? Non solo omologati, ma con il sorriso di circostanza. E la noia che mi procura questo discorso immagino sia nulla in confronto alla vostra nel leggerlo, presi come siete nelle vostre faccende. Chiunque trovi dell’arroganza in queste parole si sbaglia: io non sono un passo avanti a voi, sono un passo indietro e di lato, così da vedervi il profilo adunco e l’ombra con le unghie lunghe.
Ulteriore prova a carico? Tutti gli insoddisfatti credono di meritare di meglio. Io credo di aver avuto anche troppo da madre natura.

Abituati alla contemplazione non sapete cosa sia la fatica mentale. Quando ho iniziato filosofia mi sentivo un completo imbecille incapace di comprendere la mia lingua da quanto era complessa e ho avuto più volte la sensazione di non essere all’altezza, di non poter arrivare a certe vette e, orgogliosamente, a cercare una semplificazione alla complessità della vita riducendo la filosofia a storia della filosofia. Anche la storia della filosofia è importante ma non è filosofia. La fatica mentale che mi è costata tentare di superare le mie deficienze mi ha reso, paradossalmente, meno sicuro dei miei mezzi e incartato in interpretazioni che non sapevo se fossero corrette. Eppure ora sprofondo nei significati fino a inzaccherarmi e senza fare giochi di parole da strillone. Quando voi non siete nemmeno in grado di fare un discorso di senso logico o storico senza perdervi nei rivoli del qualunquismo. E non vale dire che la storia, la filosofia, la cultura non fanno per voi o che avevate un professore stronzo alle superiori. Si tratta solo di allenamento e inclinazione tanto che ora la letteratura manco la leggo più perché troppo semplice e troppo nuclearizzata in stereotipi. E allora per sentirmi bene come voi devo ragionare come voi? Per essere fighi, divertenti e sempre al centro dell’attenzione? Provo sempre compassione, pietà e una disistima profonda per il genere umano. Non posso dire che lo odio perché non si può odiare a distanza. Quel disprezzo lo conservo solo per le persone che ho conosciuto e che, a dispetto di quello che dicono oppure ostentano, hanno pagato per essere quello che sono senza mai sforzarsi di comprendere realmente. Forse l’impulso a vivere è più forte dell’impulso a conoscere per qualcuno. Quel qualcuno non sono io. La rabbia che mi rovescia le viscere è qualcosa di ineliminabile e che si può tradurre solo con le parole di Aaron Turner: dobbiamo riappropriarci del senso apotropaico della parola NO.

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