Interstellar: la recensione che non deve mancare nella vostra collezione di recensioni di Interstellar.

Da Groteski.com

Interstellar è intrattenimento pretestuoso pensato da quadri medi. Perfettamente inquadrato nell’orizzonte culturale che vuole definire: la romanza scientifica scritta in volgare. Ma non basta. Non siamo americani se non ci mettiamo un po’ di senso patriottico, lo Stato mendace e cinico e il rapporto padre\figlia strappalacrime dal minuto 2 che è femminismo -molto in voga se ci pensate- tagliato con l’accetta (a proposito l’interpretazione del fratello scemo degli Affleck è, come si può definire, impalpabile?). I padri che salveranno i figli in quanto pronipoti. E vabbe’. Poi blablabla si può fare, blablabla ti odio babbo, blablabla sei il miglior pilota che abbiamo dopo Patrick Dempsey.

A un certo punto -che ti stai caricando perché dopo mezz’ora di chiacchiere finalmente sono partiti- il colpo di genio: quella del diavolo veste Prada parte con un pippone sull’Amore – che è quella cosa che insomma come diceva Aristotele fa muovere per attrazione verso il Primo Motore Immobile che però non te lo devi immaginare come il Superlandini che avevi giù alla fattoria, bensì come le prime particelle che se so’ scontrate nel nulla e boom, tutto ‘sto casino pe’ gnente -. Ok, non c’era nel film ma in quanto a plausibilità io me lo ricordo così. Nel frattempo pagano il pedaggio al nuovo casello di Scandicci (FI) e vanno dall’altra parte del wormhole.

Dopo averci illustrato con tanto di lavagnetta come funziona un buco nero e la dilatazione temporale che ne consegue, dissertando sul fatto che perderebbero un’eternità e per quella volta Pippo Franco potrebbe essere morto, Mattiu ha una brillante idea: perché non entriamo dal retro? Fatta!
Ricapitolo: prima parte Signs di Shyamalan, seconda parte Sunshine di Boyle, Terza parte Point Break. Che è anche l’unica parte che mi è piaciuta perché uno di loro muore. Quello con le sopracciglia fisse che sembra magnetico ma è solo autistico. Morale della favola: sarebbe il paradiso dei surfisti ma nonna Nora con le anche sbilenche avrebbe qualche problema ad adattarsi. Il signor Sulu li riporta sull’Enterprise ma nel frattempo per Mattiu, Sandra Bullock e noi sono passati 10 minuti, per lui 20 anni di repliche del superbowl Seahawks-Broncos e due coglioni così. Perché non hai dormito gli chiedono? Cazzi miei, risponde. Seguono attimi di tensione immotivata.
Al ché devono decidere il da farsi perché hanno perso troppo tempo e la benza viene uno sproposito di USD al barile da quelle parti. Andiamo su Stronzo I o su Vaffanculo 14? La differenza sostanziale tra i due pianeti è che su Stronzo I c’è Matt Damon still alive, mentre su Vaffanculo 14 c’è il cazzo che si bombava Sandra Bullock. Mattiu dice a Sandra che sta anteponendo i sentimenti alla sceneggiatura e a lei vengono 20 anni di mestruazioni arretrate in un colpo solo. Non hai voluto credere nell’Amore? La luna nera, Mattiu. Sicché vanno da Matt Damon; la produzione gli ha consigliato di non dimagrire per il film, ma di rimanere un manzo di un quintale qual è sebbene sia rimasto ibernato per vent’anni di berlusconismo; vent’anni di lì tra l’altro che non so quanto faccia in euro.
Un paio di battute da camerati – scherzando sul fatto che Matt e Mattiu son nomi quasi uguali – e Matt invita Mattiu a godersi il panorama da fuori, ma niente cicca perché c’è troppo O2 e rischia di incendiarsi la faccia. Il nuovo mondo è tipo il confine tra India e Nepal solo con un attimo più di CGI.
– Così questa sarebbe la nostra nuova casa? Bella merda! – esclama Mattiu. – No – ribatte Matt – ho falsificato i dati e chi arriva ultimo all’astronave è frocio! -.
– No, dai, bastardo! – urla un bambino tra le prime file del cinema. Poi si scopre che gli avevano fatto cadere gli m&m’s.
Seguono venti minuti di inseguimento col fiato corto sia a piedi sia in macchina, in pieno stile Hollywood e la classica esplosione che avviene più o meno così:

Da quando Mattiu e Sandra Bullock ritornano sull’Enterprise succedono tutta una serie di cose così implausibili e assurde che mi giravo continuamente a controllare che qualche fisico in sala uscisse per protesta. Invece niente oh. Incollati allo schermo con ‘sto stronzo che si crede Maverick e con la sua carretta dell’etere supera l’orizzonte degli eventi e a questo punto Nolan decide di dirigere la sua versione di The Cube senza le trappole come fosse l’intro di Ghostbusters, esatto quello dentro la biblioteca. Uguale. O almeno è quello che ricordo perché ero andato a rollarmi una canna nei bagni degli handiccapati (insospettabili), meanwhile.
Il finale non l’ho visto perché stavo cercando l’interruttore generale per spegnere il cinema, ma posso dirvi con certezza che Interstellar è stato divertente e avvincente solo nelle parti in cui parlava il robot. Per il resto è un tentativo rozzo e banalissimo di adattare alcune teorie scientifiche all’immaginario di massa, distorcendo e condensando in modo ignorante e canonico temi di vasta portata. Un po’ come quando nel Medioevo si parlava di Dio in ogni scritto. Stessa funzione apotropaica, unita alla convinzione mortificante che l’uomo salverà l’uomo attraverso se stesso e le proprie conoscenze. Non a caso e non per semplici esigenze cinematografiche c’è una corsa contro il tempo (per una volta frase fatta non utilizzata a sproposito) affinché il padre salvi il mondo e si ricongiunga con la figlia ormai morente, per l’occasione interpretata da una Margherita Hack in stato di grazia. Il tempo è l’ossessione della Scienza. E il suo tentativo di definire\superare Dio. Interstellar suppone che una entità fisico-organica pluricellulare come Matthew McConaughey, all’interno di un buco nero abbia il culo di prendere lo slancio per tuffarsi oltre l’orizzonte degli eventi che se non erro si raggiunge superando la velocità della luce. Perché se non ricordo male dalla copertina del libro di fisica del liceo, il tempo è un’entità fittizia che si calcola in base alla velocità della luce. La velocità della luce è il limite dove il tempo taglia lo spazio, direbbe un’Idealista. Tanto vale mandarci Superman.
In sintesi Interstellar è un bel film di Mel Gibson sull’Agricoltura nel Midwest e su come il granoturco ogm sia buono anche come dolcificante e sul fatto che nell’universo non esistono forme di vita intelligenti se non Matt Damon.

Intelligenti, ho detto.

Livio Bombiati

Decadanza.

L’intelletto si arrende alla semplicità del movimento come il linguaggio rimane vittima dell’imbarbarimento imposto dalla socialità virtuale. Più il movimento fisico si irrigidisce in una primitiva serie di sgrullate al monitor dei vostri telefonini, più la mente -concetto superato, va bene, ma ancora valido per capire di cosa si sta parlando- diventa pigra. Ciò risulta particolarmente evidente nella vita di tutti noi “divanati” che prendiamo il telecomando con i piedi pur di non alzarci. L’accesso alla conoscenza – che non è più una ricerca, nemmeno epistemologica- non è più un’azione attiva, ma la definitiva perdita di contatto tra informatore e informato. L’informazione, compressa nel suo telegrafismo, nella propria onnipresente essenza auto-giustificante (una notizia online ha senso solo nel ricircolo incessante che la rende possibile), nella lontananza dalla fonte (di condivisione in condivisione) da diventare bidimensionale. Ciò genera due macro-conseguenze: un generico ampliamento di ciò che è notizia e una paradossale inflazione della stessa in termini quantitativi (per raggiungere il maggior numero di persone\fidelizzazioni virtuali), decolorandosi nel tragitto. Non è solo un problema di fruizione istantanea che dequalifica il fatto dietro la notizia a mera titolistica; avviene una vera deformazione, negli stessi termini in cui accadeva ai racconti popolari, che passando di padre in figlio e di generazione in generazione, subivano decurtazioni o ampliamenti più o meno pertinenti. La modalità della news dei social media non ammette né ampliamenti né deroghe e la sua essenza passeggera (che non resiste nemmeno più alle canoniche 48 ore) ha diverse ripercussioni sia in termini di efficacia sia di rapporto con il fatto. E’ un processo dequalificante che avviene proprio nel movimento della notizia in rete che da un lato sottrae spazio all’approfondimento e dall’altro non si dà il tempo di fissarsi nella memoria collettiva. Il processo di rimbalzo da un mezzo all’altro (con solo hardware ma anche software) agglutina la notizia e concreziona il conoscere al livello del sapere. Che sia una notizia sentita per radio, letta sulla app dell’agenzia Ansa o sullo scroll di twitter, nel momento in cui una cosa emerge è conosciuta e archiviata. Dal lato del consumatore avviene un processo progressivo di disinteresse (a meno che non diventi un meme, il cui destino è appena più longevo della notizia stessa) e di perdita di curiosità. Ma è dal punto di vista di chi una notizia la scova e la manipola che le cose si complicano. Il processo di ricerca dell’articolista è una pigra collazione di fonti esterne non più direttamente verificabili che presuppongono una connessione con la verità del fatto anch’essa virtuale. Quest’allontanamento dalla fonte sta trasformando il giornalista e il mondo del giornalismo che stolidamente si è adattato alle necessità 2.0, vedendo in esse una svolta progressivo-evolutiva com’è nel paradigma delle scienze moderne. Debord avvertirebbe la presenza dello Spettacolo, di cui il tecnologismo e il linguaggio scientifico sono propaggini autoritarie, nella scelta del giornalismo ai tempi di twitter di sentirsi giovane. Detto ciò è proprio sul termine “giornalista” che vorrei porre l’attenzione. Ha senso ancora parlarne? Sebbene ci sia necessità di una scuola di formazione professionale al giornalismo, è giusto che il narcisismo si mascheri dietro l’elitarietà e che alla sufficienza venga dato un patentino per circolare liberamente? Dietro una firma digitale quali garanzie ci sono che si celi il professionismo giornalistico e non invece lo stagista che a tempo perso scrive i libri a Fabio Volo? O proprio Fabio Volo (vero, Corriere?). Soprattutto cosa ce ne facciamo di professionisti della titolistica il cui unico merito è di auto-giustificare la propria esistenza professionale attraverso un click che avverrebbe in ogni caso. Quanto ci metterà questo neutro modo di disinformare lentamente a diventare apolitico e direttamente simpatetico? Il male -scusate il termine- del travaglismo, non è di certo il suo sacrosanto antiberlusconismo (da cui ha tratto notevole profitto), quanto per aver sdoganato un’idea del giornalista fittiziamente super partes -ovvero che si estromette dalla volontà partitica per agglomerarsi ad un altro potere, quello legislativo-giudiziario-, la cui unica qualità è di essere cinico. Il cinismo moderno stingue le differenze politiche, annacqua l’estrazione sociale (che in confluenza con l’ampliata utenza borghese è diventata sempre più una questione di dettagli insignificanti) e giudica fatti da un punto di vista sempre più stringente, che è sempre più quello dei grandi concetti universali sotto cui derubricare l’essenza umana al netto delle scienze sociali. Se le prospettive argomentative perdono terreno la neutralità non ne guadagna, solo la demagogia. Ma la categoria di pensiero sotto cui dobbiamo inscrivere i cinici radicali non permette nemmeno alla categoria di esistere, perché i cinici ironizzano su loro stessi. Il tutto si riduce a una escalation di chi dice la cosa più scioccante senza urtare il dogma dell’utilitarismo libertario che impone di conseguire il maggior utile possibile per il maggior numero di persone senza deficere qualcuno. Com’è possibile coniugare questa prospettiva con lo sberleffo universale? Semplice, lo si istituzionalizza e, mal che vada, poi paghi gli avvocati. Eppure non è sufficiente, da un punto di vista psicologistico, spiegare questo spostamento di ruolo semplicemente istituzionalizzando socialmente una condotta. Perché dietro il narcisismo cinico ci sono delle motivazioni personalistiche: che l’uomo ha sempre eretto simulacri per calcolare in termini di grandezza la propria popolarità e la propria vanagloria. Internet da questo punto di vista è un multiverso nel quale erigere un dominio riconoscibile che non duri il tempo di una stagione è un’impresa che non ha molto a che vedere con il talento, ma con il prolasso dell’utenza snervata dall’incessante richiamo all’attenzione\fruizione. Quindi a chi giova essere creativi e profondi su internet se il successo è decretato dal numero dei “mi piace”? Anzi, la creatività gioca ancora un ruolo fondamentale, ma solo per quanto riguarda il contenitore e non il contenuto. Dietro c’è lo stesso tipo di processo che vede la televisione autoglorificarsi attraverso lo strumento del calcolo dello share. Tuttavia mentre la televisione veicola un’immagine o un volto che trasportano il contenuto ma allo stesso tempo lo trascendono, una firma digitale come uno pseudonimo o un avatar mette direttamente a contatto con il contenuto prodotto che, da questo punto di vista, è già povero nella sua essenza costitutiva. L’abbassarsi dell’asticella dell’intellettualmente rilevante non vede una progressiva ribellione del fruitore, ma una sua conformazione allo status quo nel quale non può attivamente intervenire. L’uomo, d’altra parte, si adatta a tutto. Ma che questo scivolamento, conscio o inconscio che sia, venga ridicolizzato con argomentazioni quali “ho 1300 follower” è un segno che la Storia, ormai, arriverà sempre troppo tardi.

Che uno ritenuto così intelligente come Steve Jobs non abbia capito che i suoi belli aggeggi ci avrebbero ridotto a fare movimenti che neanche i primitivi, serrati nel nostro individualismo aperto solo a un mondo che puzza di silicio, e che questi movimenti ci avrebbero fatto diventare tutti quanti un po’ più stupidi, ecco questa è la prova che non sappiamo nemmeno più dare la definizione di genio.

Inconsistenze.

Dio non voglia che vi troviate mai sulla strada provinciale all’orario di rientro dei pendolari. Ma qualora dovesse capitarvi dovreste tenere in considerazione alcuni spunti per la vostra sopravvivenza mentale. Prima di tutto: non ci siete abituati. Inutile che proviate a spingere con la forza delle bestemmie il vostro contachilometri oltre i quaranta ed è perfettamente infruttuoso tentare arditi sorpassi su due ruote lungo la striscia continua o sfruttando la parabolica dei sempre meno rari cavalcavia che oscureranno il sole. La statistica potrebbe venirvi in soccorso.
Un’auto su quattro è guidata o da un vecchio con quei catorci che vanno a energia solare o da qualche nuovo povero che ripone una fede quasi religiosa nella propria fiat Panda 900 che non innesta nemmeno la quarta. Diciamo uno su cinque, perché la tendenza della società consumistica ha la sfrontatezza di inculcare anche nei poveri l’idea un po’ grottesca che è meglio avere la Corsa Sporting ultimo modello per non andare a prendere il pane. Statistica che tende nuovamente al ribasso se si contano i camion, furgoni da imbianchini incinta di impalcature, bus sightseeing per ammirare la favola un po’ malinconica dei filari di fabbriche deserte, amanti che litigano e mantengono un’andatura blanda da controllo delle passioni, passaggi a livello, etc. A essere ottimisti ogni tre macchine ce n’è una che rallenta il traffico in modo sconfortante, soprattutto se avete avuto una di quelle giornate in ufficio in cui l’unico vostro pensiero -positivo- è l’invidia per il teletrasporto dell’Enterprise. Se poi è una giornata piovosa come quelle che capitano per stagioni intere qui dalle mie parti, subentra l’effetto psicosi; seguendo un cliché maschilista che non smetterà mai di divertire, le donne non ripongono fiducia nel principio del tergicristallo e dell’abs – e dopo venitemi a raccontare che siamo nell’era della tecnologia -. Tirando le somme è molto probabile che la vettura che vi precede non sia in sintonia con la vostra idea di rientro a casa.

Ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che la statistica è valida solo e soltanto se Noi facciamo parte della casistica, perché per ogni macchina che mi precede ce ne sarà una che mi segue (non fino a casa voglio sperare). L’inconsapevolezza del Io-pilota a produrre traffico mi induce a pensare che sia sempre così in ogni ambito dell’esistenza e con questo non voglio inferire che le statistiche siano inutili, bensì che l’inconsistenza o l’inconsapevolezza dell’Io sia un dato che si forma, meglio si oblia, socialmente. E se smettessimo per un attimo di scaricare essotericamente le colpe ritornando a dimostrarci gli egocentrici che siamo (e non solo quando ci comoda), comprenderemmo che l’attitudine all’autogiustificazione ha fondamenta instabili e si corrobora su una supposta idea di performance personale che esclude tutte le altre. Eppure quando siamo chiamati a dare un’opinione su un evento, sembra quasi che la logica non ci tocchi.
Charles Taylor sostiene che essere atei o credenti non sia una questione di predisposizione, di nascita, di età o di ignoranza\cultura, bensì sia un questione sociale. Il paradigma è Rousseau: il male non è naturalmente dentro di noi, il male si forma nell’incontro con l’altro, nello stare-sociale più che nell’essere-sociale. Attraverso una sbilenca scala assiologica ci opponiamo al prossimo in termini che appaiono qualitativi (meglio, peggio) ma trascendono nella quantità (di più, di meno). E’ evidente già nelle prime schermaglie tra bambini all’asilo in cui gli scontri su chi abbia la macchina più grande, il papà che guadagna di più, il gioco più bello forma il nostro stare-sociale. Con l’avanzare dell’età e della comprensione le cose si complicano, perché di fronte alla vergogna di proferire certe superficialità, noi le pensiamo ancora. E’ il nostro modo di legittimazione sociale quello della sottrazione negativa dell’altro. E le dinamiche non variano molto rispetto a quando ci tiravamo i capelli per stabilire chi avesse il Transformers più bello o più cattivo o più. Spesso si passa da una argomentazione all’altra senza un vero filo logico; a volte si rimane abbagliati dalla propria capacità di formulare fesserie senza chiederci se mai qualcuno, nella storia del mondo, le possa aver già pensate negli stessi termini. Spesso ci bastiamo, ma ci bastiamo soltanto in relazione alla nullità coatta che l’altro rappresenta. Se passeggiando per il centro vi capitasse di notare la vostra ragazza seduta al bar con un altro, la reazione apparirà a voi stessi proporzionata o meno se la persona con cui la vostra metà si sta intrattenendo sia un nerd col labbro leporino o un aitante giocatore di rugby con la decappottabile parcheggiata di sbieco sul posto disabili. Ne farete una questione di principio o meno soltanto se quel principio vi converrà (quindi non è un principio). L’unico elemento che risalta è la suscettibilità dell’Io, che è anche l’unico elemento che non tirerete mai in ballo.

Recuperare, ammesso che sia possibile, una translucenza con noi stessi non è sufficiente. E non è sufficiente nemmeno predisporsi correttamente verso il prossimo perché l’impressione è che questa umbratile verzogna (vergogna + menzogna) collettiva non permetta alla comunicazione -già di per sé deficitaria- di raggiungere l’esterno. Appare sempre più evidente che l’uomo è ormai l’ombra muta di se stesso che ciarla di eventi, di cose, di passioncelle in divieto di transito che non significano nulla nemmeno per se stessi: è soltanto una giustificazione alla noia. Il vero dramma è che parlare sia gratis. Ed è un atteggiamento frustrante soprattutto per chi è ben disposto verso di voi. Nessuno sostiene che si possa essere sempre comunicativi e profondi, ma nemmeno ascoltarsi l’ennesima storia di sbornie o tradimenti che…come potrà mai andare a finire? L’iconografia filmica contemporanea ha conosciuto un’età fiorente speculando sulle catastrofi pandemiche che potrebbero colpire l’umanità. Mi hanno sempre colpito quelle pellicole che parlano della proliferazione di un virus letale; una forma di vita così piccola da essere invisibile e che contagia per contatto chiunque, senza distinzione di genere, di ceto o di appartenenza religiosa. Ora, l’immagine dell’uomo ammalato di se stesso non è certo nuova e nemmeno quella del malato immaginario. L’aberrazione della malattia, questo virus che ci colpisce, è nell’annullamento dei sintomi, nel diniego della sofferenza e, quel che è peggio, nell’essersi abituato a questa condizione perché il vero malato è tenuto lontano sotto un lenzuolo sterile, nelle antiche profondità ormai irraggiungibili a livello sociale e, forse, individuale. Le piaghe fanno ribrezzo a un mondo di corpi abietti e perfetti(bili). Le debolezze annoiano gli Es. La vecchiaia è una burla planetaria dalla quale siamo, per grazia, risparmiati solo noi. Tutti.
Chiunque si ribelli a questa condizione, ammesso che ne abbia gli strumenti adeguati, è un pericolo sociale, una persona da tenere in considerazione in virtù solo della sua farsesca ispirazione. Di utopisti ce n’è sempre meno, soprattutto quello che credono nell’utopia del sé. E anche quelli che sono rimasti vengono contagiati da due fattori: il primo è, appunto, il fatto che il contatto con l’Io sofferente conduce a un ipertrofismo oltre sociale (la volontà di essere effettivamente diverso); l’altro fattore è il cinismo che circoscrive l’utopia e la apre a nuove possibilità del tutto compatibili con la società che li risputa. Facile che Lo Spettacolo rivenda gli utopisti e persino gli ottimisti realisti come falsi prodotti, di cui è facile smascherare il doppiogioco. E’ nelle relazioni uomo-donna, unico baluardo tra tradizione e modernità ad aver subito solo terremoti interni e non strutturali, che ciò appare con più evidenza; spesso amare un’utopista è cosa facile, ben più difficile nutrire quell’anima utopica affinché non si conformi. Conformarsi all’altro non è poi così difficile, benché si sappia che quella è la vera morte che fa parte di questa vita.
Qualora opponessimo una tenace resistenza alle infiltrazioni dell’altro (e parlo sia della donna che dell’uomo) non preoccupatevi: c’è tutto un mondo là fuori di possibilità meno estreme.

autunno.

Sulla porta di camera mia, da tempo immemorabile, c’è affisso un adesivo che siccome s’è scollato l’ho rattoppato con dello scotch trasparente di fortuna, che ora è di color ocra. Giusto per farvi capire quanto tempo sia passato. E’ uno di quegli adesivi che trovavi nei formaggini o nelle merendine e rappresenta un segno zodiacale: cancro. Nulla di strano se non fosse che il mio segno zodiacale è toro. Prima di oggi non mi sono mai domandato il fine di quella scelta da bambino. Forse per la precarietà con cui ho sempre affrontato i collezionismi. O forse per omaggiare l’unico altro membro della famiglia cancro; ma non ho mai voluto bene abbastanza a mia madre per un atto del genere. Potrebbe essere per semplice cameratismo, poiché le camere dei miei amici erano tutte decorate, la mia dev’essermi sembrata spoglia. Fino ad un paio di anni fa sopra l’adesivo campeggiava una fotocopia in bianco e nero di Bari Vecchia dall’alto. Bari Vecchia? Ok, per un periodo Sandro Tovalieri è stato il mio attaccante preferito, ma ciò non giustifica la scelta. Il fatto è che le mie passioni sono sempre state casuali, come il mio modo di pensare. Ragiono sempre prima di parlare o agire ma poi faccio e dico sempre delle cose a caso. Il segno del cancro, lì dov’è da tutto quel tempo, mi è sembrato terribilmente la metafora della mia esistenza. Quando mi sono iscritto a lettere e ho compilato il modulo d’iscrizione, la segretaria mi ha chiesto quale dei 4 indirizzi volessi scegliere. – Indirizzi?- Si, mi fa lei: socio-antropologico, filosofico, archivistico e un altro che non ricordo. La guardai perplesso e poi le chiesi: – Qual è il secondo che ha detto? Ecco, quello lì -. Ma come? Non vuole dare un’occhiata al piano di studi prima? – No, no che poi cambio idea -. Alla casualità dovete aggiungere un elemento che la complica, ossia che sono incapace di scegliere. La mia non è esattamente incapacità di scegliere, è che la scelta mi pare del tutto indifferente. Questo perché il ricambio continuo delle merci con cui ci bombardano la psiche si è traslato anche nell’intercambiabilità dei rapporti. Ed è uno dei motivi per cui mi sono parzialmente disancorato dal mondo; perché la società mi mette sempre innanzi a scelte superflue per le quali, in ogni caso, mi prendo un’eternità per decidere. Se dovessi seguire anche una sola moda, o se mi accorgessi di seguirla, credo proverei vergogna. E la vergogna è già una rivoluzione.
Sempre sulla porta di camera mia ci sono degli altri adesivi: ai tempi in cui compravo Topolino (odioso e illeggibile) era in piena espansione la mania dei puzzle. Il ravensburgerismo aveva contagiato anche Topolino che regalava degli adesivi puzzle; li collezionavi tutti e poi li mettevi in ordine e li appendevi. I quattro adesivi appiccicati sulla mia porta sono completamente a caso: uno raffigura un pezzo di una barca, uno la testa mozzata di un papero -con ogni probabilità uno dei nipoti di Paperino-, un altro una ruota dell’auto di Paperino e l’ultimo non mi ricordo. Sono anche attaccati storti. Più che noncuranza mi sembra fretta. Non ho mai trovato il tempo per fare niente. Naturalmente il tempo che ho dedicato a me stesso e al mio narcisismo è inversamente proporzionale alla cura della mia persona. Le persone non vanno curate; i rapporti vanno curati, ma non le persone che li compongono.
Una delle due volte in cui affronto un centro commerciale -o un negozio qualsiasi che non sia un supermercato o un bar- durante l’anno solare, è perché trovo che la Decathlon sia una di quelle cose stronze ma utili.  Ero di fronte alla scelta di un paio di scarpe da calcio kipsta, sufficientemente comode ed economiche, contro delle scarpe nike, comodissime ma più costose. ‘Na differenza di venti euro, eh, non che pensiate chissà cosa. Sono rimasto 45 minuti con questo dubbio e sono uscito dal negozio senza comprare nulla, dicendomi che una bella dormita mi avrebbe chiarito le idee. Non entro nei particolari di tutti i pensieri che percorrono la mia mente di fronte ad una scelta così banale, perché non voglio turbare la vostra serenità quando acquistate. O meglio: perché non ve ne fotte niente. Devo ammettere che la scelta del tutto casuale occorsa nell’indirizzo filosofico mi ha reso una persona più forte ma molto indecisa. Questo perché ho carenze di personalità che vengono surrettiziamente colmate dalla ragione, o dall’intelligenza che dir si voglia. La mia ragione -all’opposto del mio carattere- è fredda, spietata e vendicativa. Io sono invece caldo, passionale e vendicativo. Non mi sono mai domandato -nemmeno in questo momento- perché per me ogni decisione, dalla più banale alla più severa, comporti tutti questi sforzi, quanto ciò che concentra la mia attenzione sta nel perché affronto tutte le questioni come mi fossero indifferenti, come se non avessero alcuna ripercussione nel causa-effetto quotidiano di ognuno, me compreso. Fatto sta che le mie scelte, nel momento in cui si compiono, si auto-giustificano da sé. Tutto ciò ha a che vedere con il tempo…

[tratto dal romanzo “L’impostore”]