Interstellar: la recensione che non deve mancare nella vostra collezione di recensioni di Interstellar.

Da Groteski.com

Interstellar è intrattenimento pretestuoso pensato da quadri medi. Perfettamente inquadrato nell’orizzonte culturale che vuole definire: la romanza scientifica scritta in volgare. Ma non basta. Non siamo americani se non ci mettiamo un po’ di senso patriottico, lo Stato mendace e cinico e il rapporto padre\figlia strappalacrime dal minuto 2 che è femminismo -molto in voga se ci pensate- tagliato con l’accetta (a proposito l’interpretazione del fratello scemo degli Affleck è, come si può definire, impalpabile?). I padri che salveranno i figli in quanto pronipoti. E vabbe’. Poi blablabla si può fare, blablabla ti odio babbo, blablabla sei il miglior pilota che abbiamo dopo Patrick Dempsey.

A un certo punto -che ti stai caricando perché dopo mezz’ora di chiacchiere finalmente sono partiti- il colpo di genio: quella del diavolo veste Prada parte con un pippone sull’Amore – che è quella cosa che insomma come diceva Aristotele fa muovere per attrazione verso il Primo Motore Immobile che però non te lo devi immaginare come il Superlandini che avevi giù alla fattoria, bensì come le prime particelle che se so’ scontrate nel nulla e boom, tutto ‘sto casino pe’ gnente -. Ok, non c’era nel film ma in quanto a plausibilità io me lo ricordo così. Nel frattempo pagano il pedaggio al nuovo casello di Scandicci (FI) e vanno dall’altra parte del wormhole.

Dopo averci illustrato con tanto di lavagnetta come funziona un buco nero e la dilatazione temporale che ne consegue, dissertando sul fatto che perderebbero un’eternità e per quella volta Pippo Franco potrebbe essere morto, Mattiu ha una brillante idea: perché non entriamo dal retro? Fatta!
Ricapitolo: prima parte Signs di Shyamalan, seconda parte Sunshine di Boyle, Terza parte Point Break. Che è anche l’unica parte che mi è piaciuta perché uno di loro muore. Quello con le sopracciglia fisse che sembra magnetico ma è solo autistico. Morale della favola: sarebbe il paradiso dei surfisti ma nonna Nora con le anche sbilenche avrebbe qualche problema ad adattarsi. Il signor Sulu li riporta sull’Enterprise ma nel frattempo per Mattiu, Sandra Bullock e noi sono passati 10 minuti, per lui 20 anni di repliche del superbowl Seahawks-Broncos e due coglioni così. Perché non hai dormito gli chiedono? Cazzi miei, risponde. Seguono attimi di tensione immotivata.
Al ché devono decidere il da farsi perché hanno perso troppo tempo e la benza viene uno sproposito di USD al barile da quelle parti. Andiamo su Stronzo I o su Vaffanculo 14? La differenza sostanziale tra i due pianeti è che su Stronzo I c’è Matt Damon still alive, mentre su Vaffanculo 14 c’è il cazzo che si bombava Sandra Bullock. Mattiu dice a Sandra che sta anteponendo i sentimenti alla sceneggiatura e a lei vengono 20 anni di mestruazioni arretrate in un colpo solo. Non hai voluto credere nell’Amore? La luna nera, Mattiu. Sicché vanno da Matt Damon; la produzione gli ha consigliato di non dimagrire per il film, ma di rimanere un manzo di un quintale qual è sebbene sia rimasto ibernato per vent’anni di berlusconismo; vent’anni di lì tra l’altro che non so quanto faccia in euro.
Un paio di battute da camerati – scherzando sul fatto che Matt e Mattiu son nomi quasi uguali – e Matt invita Mattiu a godersi il panorama da fuori, ma niente cicca perché c’è troppo O2 e rischia di incendiarsi la faccia. Il nuovo mondo è tipo il confine tra India e Nepal solo con un attimo più di CGI.
– Così questa sarebbe la nostra nuova casa? Bella merda! – esclama Mattiu. – No – ribatte Matt – ho falsificato i dati e chi arriva ultimo all’astronave è frocio! -.
– No, dai, bastardo! – urla un bambino tra le prime file del cinema. Poi si scopre che gli avevano fatto cadere gli m&m’s.
Seguono venti minuti di inseguimento col fiato corto sia a piedi sia in macchina, in pieno stile Hollywood e la classica esplosione che avviene più o meno così:

Da quando Mattiu e Sandra Bullock ritornano sull’Enterprise succedono tutta una serie di cose così implausibili e assurde che mi giravo continuamente a controllare che qualche fisico in sala uscisse per protesta. Invece niente oh. Incollati allo schermo con ‘sto stronzo che si crede Maverick e con la sua carretta dell’etere supera l’orizzonte degli eventi e a questo punto Nolan decide di dirigere la sua versione di The Cube senza le trappole come fosse l’intro di Ghostbusters, esatto quello dentro la biblioteca. Uguale. O almeno è quello che ricordo perché ero andato a rollarmi una canna nei bagni degli handiccapati (insospettabili), meanwhile.
Il finale non l’ho visto perché stavo cercando l’interruttore generale per spegnere il cinema, ma posso dirvi con certezza che Interstellar è stato divertente e avvincente solo nelle parti in cui parlava il robot. Per il resto è un tentativo rozzo e banalissimo di adattare alcune teorie scientifiche all’immaginario di massa, distorcendo e condensando in modo ignorante e canonico temi di vasta portata. Un po’ come quando nel Medioevo si parlava di Dio in ogni scritto. Stessa funzione apotropaica, unita alla convinzione mortificante che l’uomo salverà l’uomo attraverso se stesso e le proprie conoscenze. Non a caso e non per semplici esigenze cinematografiche c’è una corsa contro il tempo (per una volta frase fatta non utilizzata a sproposito) affinché il padre salvi il mondo e si ricongiunga con la figlia ormai morente, per l’occasione interpretata da una Margherita Hack in stato di grazia. Il tempo è l’ossessione della Scienza. E il suo tentativo di definire\superare Dio. Interstellar suppone che una entità fisico-organica pluricellulare come Matthew McConaughey, all’interno di un buco nero abbia il culo di prendere lo slancio per tuffarsi oltre l’orizzonte degli eventi che se non erro si raggiunge superando la velocità della luce. Perché se non ricordo male dalla copertina del libro di fisica del liceo, il tempo è un’entità fittizia che si calcola in base alla velocità della luce. La velocità della luce è il limite dove il tempo taglia lo spazio, direbbe un’Idealista. Tanto vale mandarci Superman.
In sintesi Interstellar è un bel film di Mel Gibson sull’Agricoltura nel Midwest e su come il granoturco ogm sia buono anche come dolcificante e sul fatto che nell’universo non esistono forme di vita intelligenti se non Matt Damon.

Intelligenti, ho detto.

Livio Bombiati

Decadanza.

L’intelletto si arrende alla semplicità del movimento come il linguaggio rimane vittima dell’imbarbarimento imposto dalla socialità virtuale. Più il movimento fisico si irrigidisce in una primitiva serie di sgrullate al monitor dei vostri telefonini, più la mente -concetto superato, va bene, ma ancora valido per capire di cosa si sta parlando- diventa pigra. Ciò risulta particolarmente evidente nella vita di tutti noi “divanati” che prendiamo il telecomando con i piedi pur di non alzarci. L’accesso alla conoscenza – che non è più una ricerca, nemmeno epistemologica- non è più un’azione attiva, ma la definitiva perdita di contatto tra informatore e informato. L’informazione, compressa nel suo telegrafismo, nella propria onnipresente essenza auto-giustificante (una notizia online ha senso solo nel ricircolo incessante che la rende possibile), nella lontananza dalla fonte (di condivisione in condivisione) da diventare bidimensionale. Ciò genera due macro-conseguenze: un generico ampliamento di ciò che è notizia e una paradossale inflazione della stessa in termini quantitativi (per raggiungere il maggior numero di persone\fidelizzazioni virtuali), decolorandosi nel tragitto. Non è solo un problema di fruizione istantanea che dequalifica il fatto dietro la notizia a mera titolistica; avviene una vera deformazione, negli stessi termini in cui accadeva ai racconti popolari, che passando di padre in figlio e di generazione in generazione, subivano decurtazioni o ampliamenti più o meno pertinenti. La modalità della news dei social media non ammette né ampliamenti né deroghe e la sua essenza passeggera (che non resiste nemmeno più alle canoniche 48 ore) ha diverse ripercussioni sia in termini di efficacia sia di rapporto con il fatto. E’ un processo dequalificante che avviene proprio nel movimento della notizia in rete che da un lato sottrae spazio all’approfondimento e dall’altro non si dà il tempo di fissarsi nella memoria collettiva. Il processo di rimbalzo da un mezzo all’altro (con solo hardware ma anche software) agglutina la notizia e concreziona il conoscere al livello del sapere. Che sia una notizia sentita per radio, letta sulla app dell’agenzia Ansa o sullo scroll di twitter, nel momento in cui una cosa emerge è conosciuta e archiviata. Dal lato del consumatore avviene un processo progressivo di disinteresse (a meno che non diventi un meme, il cui destino è appena più longevo della notizia stessa) e di perdita di curiosità. Ma è dal punto di vista di chi una notizia la scova e la manipola che le cose si complicano. Il processo di ricerca dell’articolista è una pigra collazione di fonti esterne non più direttamente verificabili che presuppongono una connessione con la verità del fatto anch’essa virtuale. Quest’allontanamento dalla fonte sta trasformando il giornalista e il mondo del giornalismo che stolidamente si è adattato alle necessità 2.0, vedendo in esse una svolta progressivo-evolutiva com’è nel paradigma delle scienze moderne. Debord avvertirebbe la presenza dello Spettacolo, di cui il tecnologismo e il linguaggio scientifico sono propaggini autoritarie, nella scelta del giornalismo ai tempi di twitter di sentirsi giovane. Detto ciò è proprio sul termine “giornalista” che vorrei porre l’attenzione. Ha senso ancora parlarne? Sebbene ci sia necessità di una scuola di formazione professionale al giornalismo, è giusto che il narcisismo si mascheri dietro l’elitarietà e che alla sufficienza venga dato un patentino per circolare liberamente? Dietro una firma digitale quali garanzie ci sono che si celi il professionismo giornalistico e non invece lo stagista che a tempo perso scrive i libri a Fabio Volo? O proprio Fabio Volo (vero, Corriere?). Soprattutto cosa ce ne facciamo di professionisti della titolistica il cui unico merito è di auto-giustificare la propria esistenza professionale attraverso un click che avverrebbe in ogni caso. Quanto ci metterà questo neutro modo di disinformare lentamente a diventare apolitico e direttamente simpatetico? Il male -scusate il termine- del travaglismo, non è di certo il suo sacrosanto antiberlusconismo (da cui ha tratto notevole profitto), quanto per aver sdoganato un’idea del giornalista fittiziamente super partes -ovvero che si estromette dalla volontà partitica per agglomerarsi ad un altro potere, quello legislativo-giudiziario-, la cui unica qualità è di essere cinico. Il cinismo moderno stingue le differenze politiche, annacqua l’estrazione sociale (che in confluenza con l’ampliata utenza borghese è diventata sempre più una questione di dettagli insignificanti) e giudica fatti da un punto di vista sempre più stringente, che è sempre più quello dei grandi concetti universali sotto cui derubricare l’essenza umana al netto delle scienze sociali. Se le prospettive argomentative perdono terreno la neutralità non ne guadagna, solo la demagogia. Ma la categoria di pensiero sotto cui dobbiamo inscrivere i cinici radicali non permette nemmeno alla categoria di esistere, perché i cinici ironizzano su loro stessi. Il tutto si riduce a una escalation di chi dice la cosa più scioccante senza urtare il dogma dell’utilitarismo libertario che impone di conseguire il maggior utile possibile per il maggior numero di persone senza deficere qualcuno. Com’è possibile coniugare questa prospettiva con lo sberleffo universale? Semplice, lo si istituzionalizza e, mal che vada, poi paghi gli avvocati. Eppure non è sufficiente, da un punto di vista psicologistico, spiegare questo spostamento di ruolo semplicemente istituzionalizzando socialmente una condotta. Perché dietro il narcisismo cinico ci sono delle motivazioni personalistiche: che l’uomo ha sempre eretto simulacri per calcolare in termini di grandezza la propria popolarità e la propria vanagloria. Internet da questo punto di vista è un multiverso nel quale erigere un dominio riconoscibile che non duri il tempo di una stagione è un’impresa che non ha molto a che vedere con il talento, ma con il prolasso dell’utenza snervata dall’incessante richiamo all’attenzione\fruizione. Quindi a chi giova essere creativi e profondi su internet se il successo è decretato dal numero dei “mi piace”? Anzi, la creatività gioca ancora un ruolo fondamentale, ma solo per quanto riguarda il contenitore e non il contenuto. Dietro c’è lo stesso tipo di processo che vede la televisione autoglorificarsi attraverso lo strumento del calcolo dello share. Tuttavia mentre la televisione veicola un’immagine o un volto che trasportano il contenuto ma allo stesso tempo lo trascendono, una firma digitale come uno pseudonimo o un avatar mette direttamente a contatto con il contenuto prodotto che, da questo punto di vista, è già povero nella sua essenza costitutiva. L’abbassarsi dell’asticella dell’intellettualmente rilevante non vede una progressiva ribellione del fruitore, ma una sua conformazione allo status quo nel quale non può attivamente intervenire. L’uomo, d’altra parte, si adatta a tutto. Ma che questo scivolamento, conscio o inconscio che sia, venga ridicolizzato con argomentazioni quali “ho 1300 follower” è un segno che la Storia, ormai, arriverà sempre troppo tardi.

Che uno ritenuto così intelligente come Steve Jobs non abbia capito che i suoi belli aggeggi ci avrebbero ridotto a fare movimenti che neanche i primitivi, serrati nel nostro individualismo aperto solo a un mondo che puzza di silicio, e che questi movimenti ci avrebbero fatto diventare tutti quanti un po’ più stupidi, ecco questa è la prova che non sappiamo nemmeno più dare la definizione di genio.

Amplifier – Echo Street – review

Le aspettative forse dipendono da elementi fenomenologici ed esistenzialistici che nemmeno noi stessi teniamo in dovuta considerazione e, nel mondo del rock, che vive da tempo di ricordi, cercando di scavarsi una via, il contesto diventa quasi essenziale. Accolsi il doppio monumento al progressive da parte della band di Manchester, The Octopus, con un entusiasmo che oltre a non appartenermi del tutto, non era nemmeno del tutto giustificato. Due anni fa le cose per gli Amplifier erano molto diverse: non avevano una label, non avevano un circuito di distribuzione e ci avevano messo 4 anni per pubblicare un doppio album che, al momento dell’uscita, era conosciuto nella sua quasi totale interezza. La musica complessa, stratificata e magmatica che ne scaturiva, poteva saziare appetiti superficiali: la dose quotidiana di buoni riff. E gli Amplifier in questo non hanno mai deluso. Vivono dell’intensa ingenuità del loro leader Sel Balamir e della sua creatività che, forse, nel Polpo ha raggiunto le sue vette più alte, in quanto oltre alla musica il trio di Manchester (UK) ha dovuto pensare all’artwork, al packaging e alla distribuzione porta a porta. 20,000 copie vendute per un’opera auto-prodotta è un discreto risultato, ma qualcosa in questa ri-nascita è andato perduto e ciò si avvertiva pericolosamente dalla mancanza di spontaneità nel mixaggio e nella produzione che hanno infangato la buona vena creativa.

Due anni dopo è il momento di Echo Street. E molte cose sono cambiate per i mancuniani: via il former bassist Neil Mahony e dentro Magnum. E dentro anche Steve Durose, ex chitarrista dei concittadini Oceansize, morti prematuramente, che si era aggiunto agli Amplifier già per il tour di The Octopus. Proprio il tour di promozione del doppio polpo segna uno spartiacque per il gruppo, prima di allora fuori da qualsiasi circuito e pressoché semi-sconosciuto. Arrivano gli show di spalla alla band di Steve Wilson, i Porcupine Tree, e agli Anathema, nomi di una certa risonanza, ma lontani dalle sonorità di Balamir & Co, almeno fino a The Octopus. Poi un paio di concerti di supporto ai Dream Theatre che, personalmente, ritengo una piaga per la musica, peggio della peste nera del 1348 per la popolazione europea. L’allontanamento dalla band, con la quale intrattenevo persino un carteggio via mail, è stata normale evoluzione o divergenza di pensiero. Avevano speso every single penny per auto-prodursi The Octopus e ventimila copie non potevano assicurare il pane. Ordinaria amministrazione che si garantissero un bacino di utenza più vicino ai loro bisogni e più lontano dai miei. La cassa di risonanza è stata entrare sotto l’ala protettrice del guru Wilson, firmando per la label K-scope. Echo Street è il risultato di queste scelte. Come dicevo: contesti che diventano essenziali.

Echo Street non è un brutto album sia chiaro ed ha necessità di alcuni ascolti per solidificarsi, ma c’è qualcosa che non funziona del tutto. Dalle parole della stessa band, si intuiva che i banchetti di riff che caratterizzavano il precedente album sarebbero stati abbandonati in favore di un nuovo approccio. Questo approccio, tuttavia, non è affatto nuovo. E come dissi all’epoca nella recensione, non si chiede ad una band come gli Amplifier di rivoluzionare il mondo del rock, ma semplicemente di infilarsi tra le crepe di ciò che ne rimane. L’attenzione al suono in Echo Street raggiunge una maturità che al Polipo mancava del tutto. E’ meno pasticciato, meno confuso e si avverte distintamente che è un lavoro più corale frutto della nuova spinta creativa prodotta dall’ingresso dei nuovi strumentisti. Tuttavia è meno ispirato. Quasi tutte le canzoni, eccetto per la acustica e gradevole Between today and yesterday, hanno un’impronta comune: inizio arpeggiato che oltre che a rimandare a quel gioiellino datato 2005 che è  The Astronaut dismantles HAL Ep, ricorda anche i Porcupine Tree da In Absentia (non certamente un complimento), per poi destreggiarsi in un crescendo che riorganizza la lezione dei Soundgarden. Non a caso il frontman Sel Balamir ha sempre detto di ammirare Cornell e soci, ben oltre i loro effettivi meriti e risultati (tenendo presente che i Soundgarden non fanno uscire qualcosa di decente dalla metà dei ’90). E se a qualcuno è piaciuto King Animal (not me), questo potrebbe esserne epigono decisamente più riuscito. Paradigmatica in tal senso la terza traccia, Extra Vehicular: introdotta da uno stucchevole fade in, rimane per quattro minuti a cincischiare su se stessa, aprendosi infine in un bel vortice che rielabora e attualizza il meglio delle schitarrate di Thayil. L’opener Matmos ha come marchio di fabbrica una bella melodia vocale intonata da Balamir, ma incide solo dopo molti ascolti. The Wheel, che ho appena riascoltato, soffre un po’ di monotonia nell’andamento ma il lavoro di chitarre è straordinario.
La migliore risulta, per forza di cose, la chiosa: Mary Rose. Vertigine assoluta dell’album e almeno da top 5 nella loro ormai consumata discografia. Un basso pulsante con effetto liquido targato Jeff Caxide from Isis, lascia il passo ad un uptempo psichedelico e sincopato. Se qualità e varietà avessero ricalcato questo pezzone, parlerei dell’album in maniera diversa. Giusto un accenno alla title track. Lo space rock degli Amplifier prevede che la psichedelia ne sia parte integrante. La sanno fare e anche se l’hanno fatta meglio in passato, c’è una notevole capacità e volontà di suonare insieme. Gli strumenti si integrano alla perfezione in passaggi stralunati dove le voci di Magnum, Durose e Balamir s’intrecciano sullo sfondo, regalando un brano non convenzionale e decisamente poco radiofonico.

In conclusione: non il migliore album degli Amplifier  tout court ma, considerato quanto si è indebolito The Octopus alla distanza, è certamente più onesto e convincente.. Sono canzoni in cui ci appiccica un po’ l’effetto Porcupine Tree e quindi il rischio dimenticanza è dietro l’angolo. Where the river goes, ad esempio, sembra non andare da nessuna parte, eppure bastano i due minuti finali a risollevarne le sorti. La prova del tempo e la sedimentazione speriamo siano chiarificatrici.

Connetticat

Dopo averne letto superficialmente sintomi ed effetti, sono giunto alla conclusione che non soffro della sindrome di Asperger, quella forma di autismo per la quale imbracci un semiautomatico e freddi un intero circolo di giovani del Pdl.

Secondo la posizione psichiatrica odierna, prima che mi abbioccassi alla quarta riga, solo alcuni sintomi mi appartengono; di conseguenza, converrete, che oltre a non avere la sindrome di Asperger, non sono nemmeno ipocondriaco. L’eziologia è ancora sconosciuta, ma tra i suoi effetti c’è quello di farti fare una pipì odorosamente penetrante.

Ieri scorrevo l’elenco delle ‘stragi’ che sono avvenute nell’ultimo anno solare nella più grande democrazia del mondo e, Messi si metta l’animo in pace, il record è loro. Il presidente UEFA, Platini, e quello FIFA Blatter si complimentano con gli americani.

Lasciate per un attimo che mi esplichi: non sto parlando di omicidi isolati, figli della criminalità o della passionalità, sto parlando di stragi. Ovvero di uno che scende in strada ad armi spianate e, senza criterio, comincia ad abbattere concittadini di qualunque razza ed età. A volte ci sono intenti xenofobi, altre volte c’entra la famiglia, ma il dato comune delle stragi è che ne ammazzi almeno 4\5 al colpo, per poi suicidarti, che è il vero minimo comune denominatore stragista.

Ciò ha un triplice effetto domino: 1) far piangere Obama. 2) Far rimettere nel lettore degli americani il dvd di Bowling for Columbine. 3) La fiaccolata di ordinanza nei luoghi del disastro. Che se ci pensate in Inghilterra la fanno uguale ma per altri motivi: nascita o morte o matrimonio di un reale.

Ciò apre una serie di dibattiti circolari a numero chiuso sulla detenzione delle armi negli Stati Uniti. E Michael Moore posta su Instagram le foto della sua possente erezione (in una angolatura da sotto, altrimenti non si vede niente). Ma pensate sia questo il vero problema? Io non mi fermo mai al primo causa-effetto e, a mio modesto parere, la facilità con cui tutti si possono reperire armi da fuoco è solo un drammatico corollario di una causa allargata, più antropologico-culturale. E’ l’immaginario americano ad essere intriso di violenza. La facilità con cui nei film si toglie la vita, da parte sia dei buoni che dei cattivi, dimostra come questa sia l’unica soluzione contemplabile. Se poi si analizzano i prototipi incarnati negli attori risulta che il killer è sempre freddo e preparato, mentalmente instabile ma letale, mentre l’eroe è quasi sempre per caso.

La risoluzione del conflitto avviene secondo peripezie organizzate e il cattivo muore solo alla fine, mentre il buono è pieno di tagli, ferite e contusioni, segno della sua impreparazione. E’ come se, anche nei film, il bene fosse incapace ad una azione preventiva e il torbido che si annida nei bassi strati dimenticati di una società fagocitante, fosse quasi sorprendente. Certo questi eventi non sono prevedibili, ma seguendo un modello statistico, ormai una realtà con cui fare i conti. Verrebbe da dire: contenti loro. Il fatto è che in episodi del genere non c’è alcun Bruce Willis che intuisce il disastro. Le stragi avvengono nella più totale impunità e nel più totale disprezzo della vita. Non c’è alcun salvatore, se non tardivo. Sicchè il mito hollywoodiano dell’eroe è la parte che rende il racconto realmente inverosimile. Il male ne esce rafforzato sia a livello icastico che sociologico e si cristallizza in menti instabili e provate.

C’è un’ultima amara considerazione. La solitudine con cui queste realtà marginali (chissà marginali sino a che punto) vengono abbandonate a loro stesse è preoccupante. Non esiste una mamma-America per questi soggetti. Anzi il loro isolamento produce vendetta e morte come propulsore essenziale. E se ci dimentichiamo dei poveri, dei reietti, dei deboli (perché il killer è a sua volta una vittima di un sistema ipnotizzante) quale grado di civiltà abbiamo raggiunto? L’etica di uno stato e dei suoi cittadini si misura soprattutto in queste cose e allora mi chiedo: cosa vuol dire essere americani dopo il Connecticut?