Lo svaporamento dell’ego.

Sono passati 7 anni da quando ho iniziato a lanciare gravi; secondo una teoria animista che mi sto inventando (ma che ci sarà di sicuro) ogni 7 anni una qualche bambina morta esce da un qualche pozzo e causa un film di merda. E per qualche connessione emotiva con questo evento, annuncio la mia decisione -revocabilissima- di congedare questa fatica pseudo-autobiografica. Prodi non è diventato imperatore del mondo occidentale e, quindi, noi ci sentiamo una élite di superstiti errabondi.

L’eroe se ne va per la sua strada con il suo bagaglio di consapevolezza e conscio del fatto che tenere un blog e drogarsi diventa sempre più complicato. Ma non prima di essersi congedato con dei ringraziamenti.

Innanzitutto vorrei ringraziare le persone che ho conosciuto e che sono morte per la realizzazione di questo blog e che ho seppellito con le mie mani. Senza la vostra forza niente di tutto questo sarebbe stato possibile.
A chi si chiederà se pare onesto chiudere un’avventura un anonimo 3 giugno 2015 rispondo che la mia religione il “paolobrosismo” venera il 3 giugno come l’anniversario della prima epifania che il nostro messia Paolo ha avuto durante un’orgia con alcune ragazze disabili che aspettavano la benedizione. In questo giorno santo le mie isterie andranno verranno dimenticate.

Vorrei ringraziare anche voi, fedeli lettori, che in questi anni mi avete pagato le bollette leggendo queste stronzate (magari, taccagni incarogniti); ma un grazie particolare a tutti quei 5000+ lettori che hanno scelto come approccio a questo blog l’articolo: “come inculare soldi ai miei genitori”. Vi stimo e vi ringrazio. Mi astengo dal commentare come molti di voi mi abbiano trovato nell’oceano-rete con la ricerca “voglio uccidere i miei genitori”. Non so quale problema abbiate, ma non è quella la soluzione. A parti invertite come vi sentireste? Eh?

Un ringraziamento d’ufficio a Fabio Volo e Lana Del Rey. Lo che anche l’anti-marketing è marketing ma che il secondo e terzo piazzamento tra gli articoli più letti sia la recensione dei vostri “capolavori” mi ha fatto capire che non parlare di voi è la strategia migliore per avere meno lettori. Grazie.

A quanti di voi rimpiangeranno i miei aggiornamenti bi-annuali auguro buona vita e prosperità. Nuove avventure mi attendono, nuovi progetti, nuove ambizioni. E questo mezz’etto di bubble che ci vediamo domani, guys.

Bella zi’

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NO

Vi sono tempi in cui occorre spendere il disprezzo con parsimonia a causa del gran numero di bisognosi.

Non ci sono più gli amici di come quando eravamo dei rivoluzionari. E per le nostre generazioni avvizzite pensarsi rivoluzionari è già una rivoluzione. Abbiamo coltivato ambizioni neutre sforzandoci di falsificare il nostro talento, nella speranza di trovare un loculo nella società, magari strappato con alterigia e ostentazione di sé. Mi chiedo spesso se il tempo perso sia stato tempo ben speso; o se non sia la sensazione di impotenza nella transizione dell’esistenza la prima ammissione di una sconfitta personale che si traduce nel perdere il tempo. Ma l’uomo si adatta: ridefinisce i propri limiti come i propri desideri senza perdere nulla del sé precedente, nemmeno accorgendosi che la matrioska è sempre più piccina. Così la vita degli ideali viene spesa nell’opportunità e nell’opportunismo. Non si scrivono più libri sorretti dal talento o dalle cose da dire, ma dalla casa editrice. E qualora si abbia realmente un’urgenza espressiva la si annacqua nel romanticismo cinico, nell’autobiografismo parossistico, nel riciclo di situazioni emotive scandagliate con il metro di una sensibilità personale scissa. Anche per questo motivo molti lettori soffrono di immedesimazione, malattia che dovrebbe portare all’estinzione di scrittori mediocri, quando invece li vediamo proliferare.

La stoltezza delle vostre reazioni accompagna la decadenza del vostro mondo.

Non importa quanti compromessi abbiate dovuto accettare, come non è vitale rendersi conto dei ridimensionamenti delle vostre ambizioni giovanili in quanto stakanovisti costretti ai lavori forzati. In questo percorso a tappe scandite siete diventati bravi spettatori ed eccellenti consumatori e gli spettatori non trovano ciò che desiderano, ma desiderano ciò che trovano. Questo sbudellamento non è gratuito; paghiamo in bonifico il nostro voler essere qualcuno. E siccome siamo tutti uguali anch’io in quanto spettatore di spettatori soffro delle stesse frustrazioni e incoerenze ma non verso un turbo-capitalismo che ha invaso ogni anfratto del reale, quanto verso di voi\noi. Nella mia lingua si dice chei lì a no cambin mai: quelli come me non cambiano mai. Ed è vero. Io sono una di quelle persone che vi guarda dall’alto in basso alzando un sopracciglio, in ogni caso. Sono quello che sceglie la forma del distruggitore. E no, non riesco a liberarmi di tutto questo livore. Potrebbe essere frustrazione per essermi giocato le mie chances in questa vita con la certezza di non averne una di riserva. O potrebbe essere insoddisfazione per tutte le cose che avrei voluto fare e non ho fatto per pigrizia. Eppure anche questo è un modo distorto di guardare alla questione: niente di tutto quello che avete o che avete fatto o che farete smuove una minima invidia nei vostri confronti. Vi lanciate col parapendio in esperienze che dovrebbero forgiarvi ma nelle quali vivete come avete sempre vissuto: da spettatori o turisti E’ questa la nostra eredità? Non solo omologati, ma con il sorriso di circostanza. E la noia che mi procura questo discorso immagino sia nulla in confronto alla vostra nel leggerlo, presi come siete nelle vostre faccende. Chiunque trovi dell’arroganza in queste parole si sbaglia: io non sono un passo avanti a voi, sono un passo indietro e di lato, così da vedervi il profilo adunco e l’ombra con le unghie lunghe.
Ulteriore prova a carico? Tutti gli insoddisfatti credono di meritare di meglio. Io credo di aver avuto anche troppo da madre natura.

Abituati alla contemplazione non sapete cosa sia la fatica mentale. Quando ho iniziato filosofia mi sentivo un completo imbecille incapace di comprendere la mia lingua da quanto era complessa e ho avuto più volte la sensazione di non essere all’altezza, di non poter arrivare a certe vette e, orgogliosamente, a cercare una semplificazione alla complessità della vita riducendo la filosofia a storia della filosofia. Anche la storia della filosofia è importante ma non è filosofia. La fatica mentale che mi è costata tentare di superare le mie deficienze mi ha reso, paradossalmente, meno sicuro dei miei mezzi e incartato in interpretazioni che non sapevo se fossero corrette. Eppure ora sprofondo nei significati fino a inzaccherarmi e senza fare giochi di parole da strillone. Quando voi non siete nemmeno in grado di fare un discorso di senso logico o storico senza perdervi nei rivoli del qualunquismo. E non vale dire che la storia, la filosofia, la cultura non fanno per voi o che avevate un professore stronzo alle superiori. Si tratta solo di allenamento e inclinazione tanto che ora la letteratura manco la leggo più perché troppo semplice e troppo nuclearizzata in stereotipi. E allora per sentirmi bene come voi devo ragionare come voi? Per essere fighi, divertenti e sempre al centro dell’attenzione? Provo sempre compassione, pietà e una disistima profonda per il genere umano. Non posso dire che lo odio perché non si può odiare a distanza. Quel disprezzo lo conservo solo per le persone che ho conosciuto e che, a dispetto di quello che dicono oppure ostentano, hanno pagato per essere quello che sono senza mai sforzarsi di comprendere realmente. Forse l’impulso a vivere è più forte dell’impulso a conoscere per qualcuno. Quel qualcuno non sono io. La rabbia che mi rovescia le viscere è qualcosa di ineliminabile e che si può tradurre solo con le parole di Aaron Turner: dobbiamo riappropriarci del senso apotropaico della parola NO.

Inazioni automatizzate.

Mi è capitato recentemente di perdere la patente. Evito i dettagli speciosi ma all’apparenza sono caduto in una trappola dell’autorità burocratica che in tempi di recessione, furbetti e c.s.i: I.S.I.S stringe le sue maglie attorno a quello che una volta si chiamava – con una sua legittima inviolabilità – persona e ora è valutato al rango di cittadino. E’ merito della democrazia televisiva ma anche dell’estremismo qualunquista da 5 stelle. Dal mio punto di vista esiste ancora una distinzione piuttosto netta tra individuo e cittadino e si basa sul concetto che il primo non è automaticamente anche il secondo e viceversa. L’individualità è alla base del nostro consociarci ma non lo presuppone come conseguenza meccanica. Infatti la predisposizione all’essere cittadino entra in una dimensione politica e, quindi, attiva del partecipare. Ciò non si declina necessariamente nel “fare carriera politica” ma nel pro-attivarsi verso una scelta associativa e comunitaria a qualunque livello. Ha una sua dignità, detta così. Ma questa libertà ci è venduta come un vantaggio derivato dal dover essere cittadini (come il dover di voto, che però si chiama diritto), che formalmente a me pare una scelta già imposta. La realtà è che chiunque di noi porta avanti le proprie cose nelle proprie famiglie e dedica all’attività in comune ben poco del proprio tempo che non sia svago senza impegno. E si auto-squalifica il cinico nei paraggi che lucra sullo stare insieme (anche i dj o gli allestitori di mostre non sono un po’ questo?), a chiedere l’incentivo come elemosina per farci divertire. Divertire poi, parliamone.
In definitiva noi non siamo sempre cittadini, non possiamo ne’ vogliamo esserlo: lo siamo all’occorrenza e chi più chi meno. E se noi siamo maldestri e disattenti nei confronti del nostro paese, è il nostro paese che deve farsi più guardingo verso di noi. Controllare tutti è impossibile: ci sarà sempre chi non vuole farsi controllare o chi sta ben attento a non lasciare tracce e persino chi non ha nulla da nascondere né da guadagnarci a infrangere le regole. E anche chi ha molta sfortuna, come il sottoscritto. L’impressione dal di dentro della vicenda è che questo sia una specie di marchio, come con le vacche. Una prima scrematura totalmente occasionale e fortuita che può accadere in quanto cittadini sottoposti a regole di condivisione dei beni. E badate bene che non mi sto vittimizzando, non mi sento privo di responsabilità né posso dichiararmi ignaro delle conseguenze delle mie azioni. Però posso dire che la frase che l’avvocato mi ha ripetuto più spesso è stata “il problema è una eventuale recidiva”. Lo Stato, in qualche modo, ti coccola se hai sbagliato la prima volta. Ti punisce ma con il guanto di velluto, come farebbero dei bravi genitori. Ma se ricommetti lo stesso errore allora vuol dire che qualcosa di sbagliato in te c’è. E l’impressione è proprio questa anche dal di dentro: burocrazia pesante ma lineare, appuntamenti senza intoppi, predisposizione e comunicazioni efficienti. – Tutto a posto, caro. Hai fatto il discolo ma noi ti perdoniamo: ora vai in camera tua a riflettere su ciò che hai fatto e ciò che dovresti fare -.
Per inciso: la mia punizione in camera è lunga sei mesi. Io questo atteggiamento non lo sopporto. Primo: ma chi te conosce? Secondo: ma quando mai sono un pericolo io che conosco 5 persone, ne frequento 3 e non c’ho manco un gatto a cui rompere i coglioni. Terzo: se ti mandano in camera a riflettere e tu ti metti lì a riflettere e una volta che hai riflettuto concludi che ti stanno facendo marcire a spilimbergo provincia della fottuta pordenone per il cazzo, ti girano ancora di più.
E poi ho scoperto una cosa interessante.
Che non solo lo Stato ha questo atteggiamento da un lato finto garantista (in realtà fondato sul sospetto) e dall’altro ammiccante e paternalistico, ma tutto ciò che ha ormai a che fare con la nostra marketing-life dove esponiamo noi stessi come prodotto. E’ questa la risultante che i 5stelle vorrebbero portare in parlamento sotto forma di leggi popolari: la rete. Una rete di contatti, una sommatoria di click, una maggioranza di like, un coraggio da avatar. Mi sono chiesto come fosse vivere una vita senza questo incessante bombardamento di informazioni, ironia, meme e istantaneo flusso che trascina tutto in una eredità sbiadita e massificata. Chissà se proveremo ancora il brivido di essere in pochi a sapere qualcosa. Quando tutto diventa comunicazione quindi testamento culturale quel tutto non ha più proprietà attive, è un flusso costante di informazioni che non ci dicono nulla perché non dicono nulla di noi. Ci fanno ridere, sorridere, inorridire ma non sono nostre. Non ne siamo noi i produttori. Ciò che è filtrato dalla telecamera ci sembra reale tanto quanto ciò che abbiamo vissuto. Siamo generazioni con ricordi miscellanei. E se rimani nel flusso ne rimani ossessionato e trascinato. Avrai sempre necessità di un link verso quella parodia del reale che sono i social per sentirti connected. Per cui ho deciso di eliminare tutto (tranne il blog, ovvio, dove produco). Da qualche anno giravo sempre con profili finti perché questa decisione (il blog lo testimonia) è maturata negli anni. Eppure non è stato semplice. Facebook mi chiedeva la ragione per la quale volessi “lasciarli”: ma chi cazzo sei la mia tipa? Zuckerberg, ti avrei mollato anche via SMS se avessi potuto. Twitter non voleva disinstallarsi dallo smartphone, sicché dopo aver eliminato fisicamente l’account dal computer sono rientrato dallo smartphone che però mi chiedeva la password per rientrare e eliminare l’account dal telefono. Così reimmetto la password e elimino il profilo ma facendolo l’account si riattiva così dopo qualche giorno mi accorgo che continuano ad arrivarmi le mail di twitter, controllo e il mio account è ancora lì. Così lo elimino definitivamente dalla cpu e lì un messaggio mi avverte: se per sbaglio rimetti la password entro trenta giorni noi il tuo profilo te lo riattiviamo spontaneamente, coglione.
Oggi ho scoperto d’essere iscritto a G+ e che esistono delle cosiddette “cerchie”. Le cerchie. Le cerchie di: amici, famigliari, conoscenti, colleghi. Le cerchie. Un nuovo modo di catalogarci? Ma quand’è che siamo diventati così monodimensionali nel nostro solipsismo associativo? Sicché ragazzi tutto questo pippone per dirvi che lo Stato in confronto ci tiene a voi e tutto sommato ti chiede il tuo dovere di cittadino anche e soprattutto passivo con magnanimità. Come avrebbero fatto i nostri papà. D’altra parte ci tengono a noi, alla nostra Parte e alle nostre tasse. E’ un po’ una bugia questa ma detta a fin di bene. Chiunque ne capisca qualcosa di come funziona a grandi linee il mercato avrà capito che oltre ai beni di prima necessità (che non sono pochi in Occidente) chiunque voglia capitalizzare deve creare un prodotto vendibile. Cioè creare un desiderio che si irrigidisca in necessità. Il marketing social ha puntato su due delle debolezze umane meno percettibili e più funeste dell’uomo: la pigrizia e la vanità. Le ha spolpate di significato e riempite con concetti come “voi stessi” (all’interno di un software globale che ci riduce a un nome e a una foto) e “informazione” (che vuol dire tante cose compresa condivisione, reputazione e apparenza). Detto ancora più in soldoni: Zuckerberg non avrebbe fatto una fortuna e ora non leggerebbe tutte le vostre comunicazioni “gratuite” se voi non ci foste stati. D’altra parte non accettate un contratto prima di entrare? E che c’è scritto su quel contratto? Non l’avete letto? Male. In quel contratto non c’è scritto niente. O meglio c’è scritto che voi aderite a inserire il vostro vero nome, vera e-mail e vere foto e che delegate a facebook (cioè al tizio virtuale che ha proposto l’affare) la tutela dei dati sensibili che immetterete. E sapete perché ve lo chiedono? Non per vendervi qualcosa ma perché voi siete in vendita. Ognuno di voi ha permesso a Zuckerberg di avere tot dollari grazie al cazzo. Ma ammettendo anche di non essere tutti così esasperati e ossessionati dall’apparire eppur così desiderosi di relazioni, non vi sembra una fottuta ingiustizia? E poi facciamo la morale alle puttane. Facebook come twitter sono delle s.p.a., hanno dei capitali enormi eppure non ci hanno chiesto un euro. Ma vi siete mai domandati perché? Perché siete allo stesso tempo spore e humus sul quale cresce il muschio della pubblicità. Siete delle rocce all’ombra. Vi odio. Ma senza rancore.
Vi lascio con un quesito. Mettiamo che la guardia di finanza lanci un social network che chiameremo “honesta” e che raccogliesse i dati sensibili sulla vostra famiglia -proprio come un social normale-, casa, lavoro, studi, amicizie, vicinati, spese, cene, idee e opinioni politiche, gusti etc. Voi vi iscrivereste? Sapete che neanche mia madre mi chiama tanto quanto quelli della fottuta vodafone? Non è un eufemismo. Ora voglio dire: ho avuto meno rotture di cazzo con la patente che con la mia vita. Qualcuno pagherà mai per questo?

Nuotare controcorrente per deporre uova di salmone.

Ognuno è ciò che è. Di volta in volta.
Ed è possibile che là fuori ci sia qualcuno che ci vede come miliardi di molecole orbitanti o come galassie nel proprio ciclo vitale. Perfettamente calcolabili a occhio nudo. E al pari delle statistiche ciò che emaniamo si disperde e sfuma sullo sfondo, ma non si nullifica. Ogni giorno siamo così pressapochisti e miopi da guardare l’uomo nel disegno vitruviano, quando gli essenziali sono il quadrato e il cerchio. Sono persuaso dall’idea positiva che una cosmologia per quanto intrisa di cultura sia una forma di ordine degli ordini, non in quanto abbia una preminenza ontologica ma in riferimento alla possibilità di ordinare le cose a piacimento. Poi sappiamo che alla superficie del reale gran parte di noi agisce secondo logiche meno scremate, quasi spinto dall’istinto inevitabile e soggiogato dalle anticipazioni tardive.
Ognuno è ciò che è. Di volta in volta.
E tutto quel che diventa il numero al tramonto di un respiro, elettrico e ondivago ad ammucchiarsi sui frangiflutti del tangibile, prima di essere reale. Dove il prima non ha alcuna connotazione temporale, perché lavora sull’istantaneità dell’esserci o meno. Bianco o spento. Luminoso o nero. Eppure c’è qualcosa che esiste anche quando non la si vede, anche se siamo noi stessi a perdere e acquistare, in una posizione mediana che è l’esistenza. E quanto ci costa quell’equilibrismo in termini di energia psichica tanto da aver bisogno d’inventarci l’anthropos a darci sicurezza, a confortare le nostra idea di sapere. Dentro il cannocchiale di Galileo c’è un altro piccolo qualcosa che guarda con una lente più grande, che vede più lontano. Ma quello che voglio dire è che noi non siamo quel piccolo qualcosa, noi non siamo oltre Galileo né prima: noi siamo sempre stati il cannocchiale.

Futuro postumo

La giustizia è quel concetto che si sforza di stare nel mezzo dei conflitti a cercar di suturar compromessi.
La verità invece, che oblia il suo essere, sta oltre gli estremi. Alla confluenza in cui un opposto si tuffa nel suo opposto.

PooPeo: Il primo canale interamente social.

Erano l’anno di giubileo 2000 quando nelle nostre televisioni una ottenebrata Daria Bignardi presentava la prima edizione del Grande Fratello, format di successo dove una dozzina di persone comuni cercavano di diventare famose fumando in giardino. Sono passati 14 anni e sebbene la Bignardi si sia stufata subito, Alessia Marcuzzi, invece, non dà segni di cedimento. Dall’avvento del digitale molte emittenti hanno vinto la scommessa di una tv di qualità parlando della gente con la gente. Ecco perché oggi siamo orgogliosi di presentare PoopeoTV il primo canale dedicato alle persone (quasi) come voi. Poor People television broadcast è il nuovo canale on demand che presenterà in palinsesto 24 ore su 24 di reality. Ecco alcune delle novità:

– L’isola dei fumosi: 14 concorrenti estratti a sorte ma tutti della provincia di Agrigento e senza particolare scolarità, verranno rapiti e portati su un’isola deserta a chiacchierare del più e del meno. Ci sono due uniche regole: 1) non avere assolutamente mai nulla da dire. 2) Essere sempre pronti per un eventuale aperitivo. Vincerà il primo premio chiunque si accorga dell’assurdità di tutto ciò, quindi potenzialmente potrebbe non finire mai.

– L’arcipelago delle tentazioni: alcuni attori e attrici con un controverso passato di droga (e guarda caso tutti fuorusciti dalla soap Vivere) verranno relegati in un arcipelago colombiano, tentati da ogni sorta di sostanza psicotropa. Lo scopo del reality è fare in modo che muoiano tutti di overdose, ma anche che si rendano conto di che merda fosse la soap Vivere.

– S.O.S. Badante: Una dozzina di anziani, invalidi ma arzilli, intraprenderanno un viaggio metaforico nel cuore dell’Europa dell’est in cerca della collaboratrice domestica perfetta per le loro esigenze. Tra visti scaduti, meandri burocratici e alcuni improvvidi innamoramenti, vincerà il gioco la prima badante che riuscirà a farsi intestare l’eredità. E ricordatevi: fare un pompino a un vecchio è carità cristiana.

– Lucciole per Lanterne: approfondimento culturale dove verranno spiegati uso e significato delle metafore.

– Voghera: avete una figlia che vuole fare la modella? La vostra prole adolescente possiede velleità artistiche nel mondo dello Spettacolo? La vostra primogenita laureata in beni culturali teme di avere il seno troppo piccolo per fare il consigliere regionale? La vostra piccola è innamorata di un calciatore? Non temete! Il nostro team di psicoterapeuti misogini è quello che fa per voi. In una settimana faremo traslocare tutti i suoi sogni pop in una grigia realtà. Ama un calciatore? Le insegneremo ad apprezzare i camionisti. Sogna un futuro nel mondo dello Spettacolo? La faremo ingravidare da un camionista che poi non riconoscerà il figlio\a. Vuole fare la modella? Le insegneremo che non c’è niente di meglio di una famiglia, un cane, un’altalena e dei camion.

– Non è così!: Pensate anche voi come migliaia di genitori come voi che vostro figlio abbia un talento particolare? Non è così!

– Conversazioni a tavola: vi sentite dei cuochi provetti ma avete timore d’invitare gente a cena perché non sapete tenere in piedi una conversazione? Un completo team di metereologi sarà al vostro fianco per insegnarvi a parlare del tempo in modi sempre fantasiosi e mai banali.
Esempi:

Ospite (O): avete sentito di quell’ordigno inesploso trovato in centro? Tutta l’area transennata, è stato un macello andare a lavoro oggi.
Padrone di casa (PdC): e per fortuna che è stata una giornata tipicamente primaverile come non se ne ricordavano. Ad averlo saputo prima avresti potuto andare in bicicletta.

PdC: Per favore, prima di entrare togliti le scarpe che l’umidità rilasciata dall’erba in questa stagione ammorbidisce di quel tanto il terreno da infangare le suole.
O: Ok.

O: Povera nonna! Mi dispiace molto sia morta anche se a 112 anni forse era arrivato il suo momento.
PdC: E’ morta in un giorno di pioggia peggio del 14 luglio 1966.
O: Già.

– Xké?: La maestra d’elementari Marianna Boccafiglio insegna alle nuove generazioni a parlare come scriviamo gli sms.

– L’ozio è il padre dei cugini: Insieme all’antropologo Mariano Dentice faremo un viaggio nel tempo tra quelle comunità montane dove ci si sposa tra parenti.

– Cotto, stracotto e bruciato:  Un torbido viaggio tra coloro che non hanno mai imparato a cucinare e questo proliferare di programmi di cucina li infastidisce oltremodo.

– Malattie comuni: potevamo farci mancare il genere medical? Nossignori. Ed ecco a voi una carrellata delle malattie più comuni per le quali ci si reca dal medico di base. Non crederete ai vostri…orecchie.

– Paciare: brutto modo di stare a tavola o simpatica abitudine da riscoprire? Se lo chiede anche il creatore di questo format geniale.

– Rotten kitten: dei bambini con deficit cognitivi vengono convinti da un team di motivatori di broker assicurativi statunitensi a tirare gattini malformati da una scogliera. Non adatto ai minori.

– The Coffin: questo format giunge direttamente dalla Gran Bretagna dove ha riscosso record di pubblico e buone critiche. Alcune famiglie di bassa estrazione sociale, che non possono permettersi le esequie funebri per i propri defunti, si rivolgono alla redazione affinché organizzi loro un funerale da sogno. Sarà tempo per Randy Fenoli, Barbra Offenbacher e Stoya Mariani (i nostri stilisti di grido) di rendere un giorno triste un giorno chic.

– 5000 modi per sbucciarsi un ginocchio: spin-off del format 1000 modi per morire.

– The Evil pawn: un gruppo di usurai ebrei di Pittsburgh sono sulle tracce di tutti gli immigrati tedeschi negli USA e cercheranno di rovinarli economicamente. Questo perché quando la storia non è dimenticata, perdonare è impossibile. Non adatto ai minori.

– 1000 uzi per morire: spin-off del format 5000 modi per sbucciarsi un ginocchio ma ambientato a Gaza

– Teenager in crisi di panico: racconta le vicende reali di alcuni teenager che hanno paura di esibirsi con il flauto durante le verifiche di educazione musicale. Un crudo resoconto tra lacrime, speranze e illusioni di una fobia fin troppo comune.

– Miaobao: il tuo gatto mugola e non capisci cosa vuole dirti? Il tuo bracchetto muove le sopracciglia in modo asintotico e tu non sai cosa significa asintotico? Grammatica italiana e linguaggio animale in questo nuovo format con Licia Colo’.

– Il grande Macello: primo grande reality dedicato al mondo della macelleria. Per l’uso esplicito di violenza contro gli animali e utilizzo di sangue non coreografico, si consiglia la visione a un pubblico non vegano.

– Ice Bucket Challenge: un mio amico ed io ci aggireremo per le città d’Italia con dei secchi pieni di acqua gelata e li tireremo addosso a delle persone a caso dicendo che è per la Sla.

– I Doppi: anche a voi sarà capitato di ricevere per compleanno un regalo doppio. In questo programma potrete presentare i vostri doppioni e scambiarli con quelli di qualcun altro. Presenta: un cleptomane.

– Gare di seghe: il titolo già dice molto per questo format che è già seminale tra gli addetti ai lavori. Il primo campionato mondiale di falegnameria seguito in esclusiva dalle telecamere di PooPeo.

– Masterciaf: chi vincerà quest’anno la sfida dell’uomo con la testa più grande del mondo?