PooPeo: Il primo canale interamente social.

Erano l’anno di giubileo 2000 quando nelle nostre televisioni una ottenebrata Daria Bignardi presentava la prima edizione del Grande Fratello, format di successo dove una dozzina di persone comuni cercavano di diventare famose fumando in giardino. Sono passati 14 anni e sebbene la Bignardi si sia stufata subito, Alessia Marcuzzi, invece, non dà segni di cedimento. Dall’avvento del digitale molte emittenti hanno vinto la scommessa di una tv di qualità parlando della gente con la gente. Ecco perché oggi siamo orgogliosi di presentare PoopeoTV il primo canale dedicato alle persone (quasi) come voi. Poor People television broadcast è il nuovo canale on demand che presenterà in palinsesto 24 ore su 24 di reality. Ecco alcune delle novità:

– L’isola dei fumosi: 14 concorrenti estratti a sorte ma tutti della provincia di Agrigento e senza particolare scolarità, verranno rapiti e portati su un’isola deserta a chiacchierare del più e del meno. Ci sono due uniche regole: 1) non avere assolutamente mai nulla da dire. 2) Essere sempre pronti per un eventuale aperitivo. Vincerà il primo premio chiunque si accorga dell’assurdità di tutto ciò, quindi potenzialmente potrebbe non finire mai.

– L’arcipelago delle tentazioni: alcuni attori e attrici con un controverso passato di droga (e guarda caso tutti fuorusciti dalla soap Vivere) verranno relegati in un arcipelago colombiano, tentati da ogni sorta di sostanza psicotropa. Lo scopo del reality è fare in modo che muoiano tutti di overdose, ma anche che si rendano conto di che merda fosse la soap Vivere.

– S.O.S. Badante: Una dozzina di anziani, invalidi ma arzilli, intraprenderanno un viaggio metaforico nel cuore dell’Europa dell’est in cerca della collaboratrice domestica perfetta per le loro esigenze. Tra visti scaduti, meandri burocratici e alcuni improvvidi innamoramenti, vincerà il gioco la prima badante che riuscirà a farsi intestare l’eredità. E ricordatevi: fare un pompino a un vecchio è carità cristiana.

– Lucciole per Lanterne: approfondimento culturale dove verranno spiegati uso e significato delle metafore.

– Voghera: avete una figlia che vuole fare la modella? La vostra prole adolescente possiede velleità artistiche nel mondo dello Spettacolo? La vostra primogenita laureata in beni culturali teme di avere il seno troppo piccolo per fare il consigliere regionale? La vostra piccola è innamorata di un calciatore? Non temete! Il nostro team di psicoterapeuti misogini è quello che fa per voi. In una settimana faremo traslocare tutti i suoi sogni pop in una grigia realtà. Ama un calciatore? Le insegneremo ad apprezzare i camionisti. Sogna un futuro nel mondo dello Spettacolo? La faremo ingravidare da un camionista che poi non riconoscerà il figlio\a. Vuole fare la modella? Le insegneremo che non c’è niente di meglio di una famiglia, un cane, un’altalena e dei camion.

– Non è così!: Pensate anche voi come migliaia di genitori come voi che vostro figlio abbia un talento particolare? Non è così!

– Conversazioni a tavola: vi sentite dei cuochi provetti ma avete timore d’invitare gente a cena perché non sapete tenere in piedi una conversazione? Un completo team di metereologi sarà al vostro fianco per insegnarvi a parlare del tempo in modi sempre fantasiosi e mai banali.
Esempi:

Ospite (O): avete sentito di quell’ordigno inesploso trovato in centro? Tutta l’area transennata, è stato un macello andare a lavoro oggi.
Padrone di casa (PdC): e per fortuna che è stata una giornata tipicamente primaverile come non se ne ricordavano. Ad averlo saputo prima avresti potuto andare in bicicletta.

PdC: Per favore, prima di entrare togliti le scarpe che l’umidità rilasciata dall’erba in questa stagione ammorbidisce di quel tanto il terreno da infangare le suole.
O: Ok.

O: Povera nonna! Mi dispiace molto sia morta anche se a 112 anni forse era arrivato il suo momento.
PdC: E’ morta in un giorno di pioggia peggio del 14 luglio 1966.
O: Già.

– Xké?: La maestra d’elementari Marianna Boccafiglio insegna alle nuove generazioni a parlare come scriviamo gli sms.

– L’ozio è il padre dei cugini: Insieme all’antropologo Mariano Dentice faremo un viaggio nel tempo tra quelle comunità montane dove ci si sposa tra parenti.

– Cotto, stracotto e bruciato:  Un torbido viaggio tra coloro che non hanno mai imparato a cucinare e questo proliferare di programmi di cucina li infastidisce oltremodo.

– Malattie comuni: potevamo farci mancare il genere medical? Nossignori. Ed ecco a voi una carrellata delle malattie più comuni per le quali ci si reca dal medico di base. Non crederete ai vostri…orecchie.

– Paciare: brutto modo di stare a tavola o simpatica abitudine da riscoprire? Se lo chiede anche il creatore di questo format geniale.

– Rotten kitten: dei bambini con deficit cognitivi vengono convinti da un team di motivatori di broker assicurativi statunitensi a tirare gattini malformati da una scogliera. Non adatto ai minori.

– The Coffin: questo format giunge direttamente dalla Gran Bretagna dove ha riscosso record di pubblico e buone critiche. Alcune famiglie di bassa estrazione sociale, che non possono permettersi le esequie funebri per i propri defunti, si rivolgono alla redazione affinché organizzi loro un funerale da sogno. Sarà tempo per Randy Fenoli, Barbra Offenbacher e Stoya Mariani (i nostri stilisti di grido) di rendere un giorno triste un giorno chic.

– 5000 modi per sbucciarsi un ginocchio: spin-off del format 1000 modi per morire.

– The Evil pawn: un gruppo di usurai ebrei di Pittsburgh sono sulle tracce di tutti gli immigrati tedeschi negli USA e cercheranno di rovinarli economicamente. Questo perché quando la storia non è dimenticata, perdonare è impossibile. Non adatto ai minori.

– 1000 uzi per morire: spin-off del format 5000 modi per sbucciarsi un ginocchio ma ambientato a Gaza

– Teenager in crisi di panico: racconta le vicende reali di alcuni teenager che hanno paura di esibirsi con il flauto durante le verifiche di educazione musicale. Un crudo resoconto tra lacrime, speranze e illusioni di una fobia fin troppo comune.

– Miaobao: il tuo gatto mugola e non capisci cosa vuole dirti? Il tuo bracchetto muove le sopracciglia in modo asintotico e tu non sai cosa significa asintotico? Grammatica italiana e linguaggio animale in questo nuovo format con Licia Colo’.

– Il grande Macello: primo grande reality dedicato al mondo della macelleria. Per l’uso esplicito di violenza contro gli animali e utilizzo di sangue non coreografico, si consiglia la visione a un pubblico non vegano.

– Ice Bucket Challenge: un mio amico ed io ci aggireremo per le città d’Italia con dei secchi pieni di acqua gelata e li tireremo addosso a delle persone a caso dicendo che è per la Sla.

– I Doppi: anche a voi sarà capitato di ricevere per compleanno un regalo doppio. In questo programma potrete presentare i vostri doppioni e scambiarli con quelli di qualcun altro. Presenta: un cleptomane.

– Gare di seghe: il titolo già dice molto per questo format che è già seminale tra gli addetti ai lavori. Il primo campionato mondiale di falegnameria seguito in esclusiva dalle telecamere di PooPeo.

– Masterciaf: chi vincerà quest’anno la sfida dell’uomo con la testa più grande del mondo?

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Amplifier – Mystoria

Courtesy of Superball music ltd

Q: What’s mystoria, morning Gloria?
A: It’s a transitional album by Mancunian band called Amplifier.
Q: What d’ya mean with ‘transitional’?
A: Well, i don’t really know.

E’ sempre difficile fare critica di un album delle band che senti tue. Spesso l’indulgenza appiana le evidenti lacune, altre volte si rischia di sprofondare nell’ipercriticismo per troppo amore. In più ammettiamolo: essere obiettivi è un compito improbo per qualsiasi recensore che affronti un album di rock classico hi-fi dopo il 2001 (Tool – Lateralus). Gli Amplifier non fanno eccezione perché non sono mai stati una band seminale e non hanno mai tentato di ingannare pavidi proggers in cerca di tecnicismi onanistici. Loro sono prog ma non affiliamoli a una scena che per convenienza hanno sfruttato. Quindi scadrò nel mio solito ipercriticismo affinché le ragioni di questo Mystoria si mostrino. 

Mystoria è nel senso più pieno un album di transizione. Verso? Questo è da valutare, ma se potessi spendere i miei due centesimi in speculazioni proporrei verso una definitiva maturità artistica. Volutamente non ho usato la parola identità perché grazie a fortunati eventi gli Amplifier personali lo sono sempre un po’ stati. Non poteva dirsi anche per il precedente Echo street (2013)? Storiograficamente non direi. Echo street emergeva poco più di un anno fa come un progetto necessario per stabilizzare le finanze della band uscita con le ossa rotte dalla produzione indipendente del loro opus magnum (The Octopus 2011: a oggi il disco più impegnato e con più picchi della band di Manchester) e riutilizzava materiali scartati a cavallo tra la fine dei ’90 e gli ’00. Erano anche le prove generali della nuova formazione: via il bassista Neil Mahoney dentro Magnum, plus l’ingresso in formazione dell’ex Oceansize Steve Durose. Echo street è stato un album onesto utilizzato per lasciarsi alle spalle il Polpo; scelta che ho trovato funzionale e condivisibile nonostante il risultato sia stato altalenante. L’ultima traccia, Mary Rose, guidata da liquide linee di basso fino al guizzante ingresso delle chitarre è forse l’antipasto che più di ogni altro potrebbe introdurvi tra le pietanze di Mystoria.
Mystoria è un album tutto sommato immediato: 10 pezzi, 45′ di durata, trame sonore meno intricate e più dirette. Certamente avere dietro la consolle del mixer un mostro sacro come Chris Sheldon può aver influenzato Sel & Co soprattutto per quanto riguarda il suono. Perché se c’è una cosa che balza al timpano è la scelta di suoni di chitarre e batteria nell’impasto generale. E’ un album più suonato che pensato, ovvero l’esatto opposto di The Octopus che ha avuto una gestazione troppo lunga per non risultare, alla fine dei conti, troppo ampolloso. Siamo più nel territorio di Insider, scritto di fretta e furia nell’estate 2007 per venire incontro alle esigenze di una label che poi li ha lasciati a piedi. Ma a differenza di Insider, la firma con la Superball records e l’opzione Sheldon, lasciano supporre che questo Mystoria suoni esattamente come hanno voluto loro. 

E allora perché album di transizione? Perché il nuovo lavoro abbandona territori consolidati per affrontare nuovi approcci non tanto stilistici quanto compositivi. I riff sono meno eleganti e memorabili lasciando più manovrabilità ai sobri intrecci delle chitarre di Durose e Balamir. La durata ridotta dei pezzi costringe la band a selezionare e condensare le idee. Sono scongiurate le derive prog derivanti dalle succitate influenze. E scongiurato è anche il rischio di ripetersi: non a caso l’episodio meno riuscito, imho, è il singolo Named after Rocky che suona Amplifier al 100%.

C’è un mood un po’ anni ’80 (la opener sembra una riproposizione in chiave rock delle colonne sonore midi dei videogiochi Atari) e un po’ zeppeliniano (non quelli del plagio Stairway to Heaven per intendersi) con iniezioni massicce di heavy metal sabbathiano, soprattutto nella sezione ritmica. Arriverei a dire che c’è persino una distinta attitudine punk. Rimanendo in territori famigliari non rischiano quasi nulla ed il risultato pare ben amalgamato. Pur tuttavia le canzoni non sono tutte a fuoco. Per una cat’s cradle sorprendente e, insieme alla doppietta finale, highlight dell’opera, c’è una Bride molto insipida. Non mi convince assolutamente la scelta del bassista, spanne inferiore al precedente Mahoney, e che in un album e mezzo c’ha messo davvero poco del suo. Brobin alle pelli sembra più a suo agio nel nuovo approccio e pare aver perso la mania di addormentarsi sul charlie (Bloodtest). 

L’impressione generale è che pur essendo un album diverso e inferiore ad altre produzioni della band, abbia tuttavia saputo mantenere la rotta senza derive eccessive. La sua apparente immediatezza non tragga in inganno: è molto meno comprensibile a un primo approccio rispetto al resto della loro produzione. Trovo che la scelta del suono sia particolare ma efficace e che il condensare il minutaggio abbia giovato più all’idea di cambiamento che ai pezzi veri e propri che, anche per questo motivo, rimangono meno in testa. Meglio di Echo Street a primo ascolto, questo è certo. Ma c’è da dire che Echo street mi è entrato lentamente e solo in certe sue parti (adoro l’ep Sunriders). Di questo nuovo capitolo ho necessità di far decantare ciò che ancora mi appare opaco, mal sfruttato o solo abbozzato, ma saluto con favore questo nuovo corso affinché gli Amplifier non diventino mai una di quelle band che produce album fotocopia (vedi alla voce Katatonia).  

Society is the worst addiction.

I quit writing. 
Perché non sono abbastanza bravo? Non credo. Certo non sarò mai David Foster Wallace -e per alcuni versi meglio così- ma non sono persuaso che la mediocrità o il rifiuto possano fermare una mente fertile. E allora perché mi cadono i capelli? C’è correlazione tra le due cose? Questo si. Oddio, involontariamente sto scrivendo come un web-journalist de “Il Post” ma abbiate pietà, non ho più uno stile mio perché non leggo più. E in aggiunta devo ammettere che non ricordo più la vasta mole di sinonimi che strutturavano la mia persona.

I quit reading.
Perché mi annoia? Che discorsi, quello è sempre stato. Perché ci sono supporti tecnologici che surrogano questa necessità per vie più desiderabili e meno faticose? Questa è solo una conseguenza: non solo del degradarsi dei miei comportamenti ma anche di questi tempi infausti. C’è chi le proprie necessità le ha sempre misconosciute: in genere sono quegli utenti facebook che mettono le foto delle vacanze, o semplicemente le loro foto. Ho amici così? A voja. Sono stupidi? Certamente. Sanno di esserlo? No. Si chiama effetto Dunning-Kruger. Esiste una connessione tra il summenzionato effetto e la pornografia in rete? Credo di si. Ne sono sicuro? Cazzo, basta con tutte queste domande.

I quit thinking.
Come un giornalista che si chiede chi, cosa, come, quando, e perché si accontenta delle risposte. Domandare è superfluo, dedurre è speculazione, intuire è un dono. E allora cosa rimane? Un cazzo di niente, direbbe Federico Nietzsche (flat faggot). We are what we are risponderebbe Jim Mickle. E invece qualcosa rimane: approfondire. O come piace sostenere a me: sprofondare. Comprendere non è mai una posizione solamente intellettuale come ingenuamente credeva Kant nelle sue lunghe passeggiate verso orizzonti noti. Immanuel era solito sostenere che lui non si allontanava mai da Konigsberg perché aveva bisogno di necessario riposo per le sue difficili elucubrazioni. Kant ha cambiato il mondo in peggio per questo. Perché? Che domanda stupida. Come faccio a saperlo? Lo avverto. Un po’ vago direbbe il mio professore di filosofia politica. Vago, ma efficace. Come quando innanzi a un Monet avvertivo la spiacevole sensazione di trovarmi innanzi al niente più assoluto e mi sentivo in dovere di comunicarlo alla prof di arte. C’è chi si emoziona di fronte a un Monet. Davvero? Spero di no. E di fronte a un Van Gogh? Beh lì è diverso. In che senso? Che la sofferenza della pennellata suggerisce il tormento interiore dell’artist…che stronzate. Van Gogh si è tagliato un orecchio per mandarlo a una puttana, lo sanno tutti. Quindi mi sto dicendo che tutte le nostre interpolazioni ermeneutiche non sono che seghe mentali per farci sembrare più intelligenti? Già. Non è un po’ superficiale come visione? Lo è, ma lo è anche il fatto che tutti sappiamo chi è Van Gogh per via dell’orecchio e della puttana. In che senso? Che Van Gogh non era matto, ma era solo. Ed era matto perché voleva essere solo. Cambia tutto. La manifestazione è molto diversa dal sentimento che la origina, quasi non c’entrano l’una con l’altra. Quasi. Non serve spiegarmi che il gesto dell’orecchio non era amore, ma era disperazione.

 

I quit smoking.
E se per caso vi venisse in testa che il ciclo delle piante è sempre uguale a se stesso è solo perché non sapete osservare.
Non sono state le dipendenze, di qualunque natura fossero, a ridurre le mie capacità intellettive. Sono state le abitudini. Pochi sanno che il porno su internet provoca cambiamenti strutturali nel cervello di un individuo, non gli effetti della marijuana. Io ci sono arrivato senza leggere essays ammerigani sull’argomento, per ciò non mi ha sorpreso sapere che esistono essays ammerigani sull’argomento. E sono perfettamente d’accordo con il mio gemello diverso Elvezio Sciallis quando parla di drug addiction e di come gli ultra-drogati si vedono amorevoli padri e madri di famiglia in futuro, ovvero quando saranno a tutti gli effetti troppo vecchi per non sentirsi ridicoli. Ma è esattamente questo il punto: nulla scardina lo stereotipo che certe cose si fanno da giovani perché incoscienti e forti della propria supposta onnipotenza mentre altre cose vengono relegate ad età adulte. Ora ditemi: qual è la vera differenza tra farsi una pera a vent’anni e tagliare il proprio prato alle nove di mattina del sabato a quaranta? O trovarsi a giocare alla x-box cercando di scorgere lo schermo piatto tra i fumi della ganja da adolescenti e mettere al mondo un figlio giusto per soffocare la noia dell’età adulta e della monogamia parassitaria? Se me lo chiedete nessuna. Fa tutto parte di quella scelta diabolica che ha il proprio soggetto in un infinito sostantivato: perseverare. Come da copione. Nei secoli dei secoli. Non è più un soggetto a compiere l’azione, ma un verbo. E i verbi hanno la funzione di far passare o meno un’azione, non di essere diversi da se stessi. La grammatica andrebbe ripensata alla luce di moltissime nuove scoperte. E così la filosofia. Ma solo ricominciando daccapo. Perché è stato già detto tutto e quindi si tratta di ripensare tutto dall’inizio, come se ci fossimo sbagliati sin dall’inizio.

Con Affetto
Papa Justify.

Genesi

Il primo giorno in cui ti rendi conto di essere, non la prendi bene. Ci piangi su e ti addormenti.
Il secondo giorno ti sei già dimenticato di essere a causa di un’impellenza ancor più radicale come la fame.
Il terzo giorno (re)impari ad essere. E’ un percorso lungo, non ci metti proprio un giorno –> è una metafora.
Il quarto giorno diventi consapevole che essere e esser-ci sono due cose diverse e che l’esser-ci non include solo te.
Il quinto giorno, di conseguenza, dovrai capire con chi vuoi esser-ci; il ché include la consapevolezza dell’importanza delle scelte.
E per garantirti dei seguaci , il sesto giorno, deciderai anche per l’essere degli altri.
Il settimo giorno smetterai di essere, esser-ci, essere per gli altri. Buio. Dissolvenza.

E in tutto questo non vi è mai menzionata la parola lavoro oppure orario di ufficio.

 

Pensateci.

In-significanti

Uno strumento diventato obsoleto non tanto nella fruizione quanto nella sua essenza didascalica è il vocabolario. Più che obsoleto lo definirei addirittura un arcaismo privo di significato. Che un dizionario sia privo di significato è un divertente ossimoro, ma fino a che punto? La comunicazione -verbale e scritta- sta progressivamente subendo un processo devolutivo e designificante. Anche un progresso devolutivo è un ossimoro? Non ne sono certo. Credo si siano generate delle incomprensioni a catena sin dal momento in cui Carlo Darwin ci ha parlato -via allegoria- dell’origine delle specie. La specie, le specie: pluralia tantum o generalizzazione? Non è questo il fulcro problematico. Ciò che mi lascia perplesso è la cieca -perché abbagliante- fiducia illuministica nel senso del progresso o dell’evoluzione. L’adattamento è un progresso? E’ un avanzare verso uno stato ulteriore dichiaratamente migliore? Meglio ancora: è un avanzare da indietro in avanti seguendo l’apparente movimento della linea temporale? Se così fosse, più o meno simultaneamente, tra osservatore, osservato e ambiente nei quali gli enti sono immersi, dovrebbero stabilirsi quali condizioni siano effettivamente evolutive. Eppure non sono persuaso che Darwin la pensasse così. Tra osservatore e osservato ci dovrebbe essere una netta separazione perché il primo si pone nelle condizioni di poter giudicare il secondo da un punto di vista evolutivo, senza per questo venir intaccato dal processo dell’osservato. Ma entrambi gli enti sono immersi in un ambiente nel quale avvengono gli stessi principi fisici (a meno che un tratto evolutivo non venga del tutto simulato in laboratorio). I fattori ambientali -come cambiamenti climatici, possibilità di reperire gli oggetti necessari ai principi dei sistemi viventi- per Darwin erano il motore del processo. Da fuori a dentro non dimenticando che è nel dentro che è implicita la possibilità del cambiamento. Ma non sembra anche a voi che sia storicamente indicibile isolare questi fattori a priori non sapendo quali siano quelli effettivamente a rischio evolutivo? E non pare anche a voi che il verso dell’evoluzione non sia univoco ma più una questione di prospettive e di abbattimento dei luoghi comuni? Voglio dire: quante risatine si saranno fatte le giraffe dal collo corto, osservando i primi curiosi esemplari dal collo lungo? E quante giraffe dal collo corto ridono adesso?
Si può procedere per tentativi indicando quali siano gli elementi che più di altri potrebbero deviare il percorso dell’uomo e delle altre specie. La tecnologia è senz’altro uno dei tormenti tra intellettuali, scienziati, uomini di cultura e arte. Se lo chiedeste a me vi risponderei che l’uso massivo della tecnologia (dalla tv al computer) sta trasformando l’uomo in una sua malattia: l’autismo.